Ricardo Zamora, El Divino tra mito e realtà

Ricardo Zamora, El Divino tra mito e realtà

Giugno 21, 2020 1 Di Luca Sisto

Nel periodo interbellico, pochi calciatori hanno saputo incarnare l’alone di leggenda che pervade la memoria di Ricardo Zamora, El Divino. Considerato dalle cronache del tempo il miglior portiere del mondo, a lui è intitolato, nella Liga, il premio assegnato al portiere meno battuto del campionato.

Le origini di Zamora

Il padre di Zamora, medico, avrebbe voluto per il figlio la stessa carriera. Ma sin da bambino, Ricardo, prima di diventare El Divino, amava tuffarsi nei campi di calcio iberici e, grazia alla sua stazza, non comune per l’epoca (l’unico fra i grandi ad arrivare al metro e 85, per intenderci, lo juventino Combi, iridato nel ’34, era 1.75 scarso, mentre il cecoslovacco Planicka 1.77, secondo alcune fonti anche meno), si disimpegnava in uscite dirompenti e spettacolari.

In un’epoca in cui il regolamento sul fuorigioco moderno non sarebbe stato implementato sino al 1925, lo stile di Zamora era perfetto per difendere la porta dagli attacchi avversari, che spesso si concentravano a ridosso della linea dell’area piccola, in seguito a lunghi traversoni.

Anche la “Zamorana”, il peculiare intervento con l’ausilio di gomiti e avambracci, deriva dalla necessità di arrivare per primo sulla palla, spezzando il tentativo di intervento degli attaccanti avversari.
Abile nel tuffarsi, mutuò dallo stesso Planicka l’uscita bassa a valanga, del quale il cecoslovacco fu precursore, con l’intento di chiudere lo specchio della porta al meglio possibile.

Ricardo Zamora all’Espanyol

La storia sportiva di Zamora comincia a 15 anni, con la maglia dell’Espanyol di Barcellona, in un picaresco viaggio in treno verso Madrid. I catalani avrebbero dovuto affrontare il Madrid CF (non ancora col marchio…Real) in due amichevoli al nuovo stadio O’Donnell, non distante dalla fermata della metro Goya. Il primo portiere, Gibert, non potè intraprendere la trasferta per motivi di lavoro, così il club ripiegò sul promettente portiere delle giovanili, Zamora, che mai aveva lasciato la Catalogna. Il padre diede il permesso solo all’ultimo minuto e Ricardo potè salire sul treno che gli avrebbe cambiato la vita, con un biglietto di terza classe.
Arrivati a Madrid, alloggiarono in una modesta pensione di calle Carretas. Ricardo era molto schivo, ma in campo sprigionava tutta la sua personalità. Subì solo un gol in due partite, con interventi spettacolari soprattutto sull’attaccante madridista Santiago Bernabeu. Sì, quel Santiago Bernabeu.

Il Barcellona e il Madrid FC

Da quel momento si prese la porta dell’Espanyol, fino al passaggio al Barcellona 4 anni dopo. Con la Spagna, a 19 anni, giocò le Olimpiadi di Anversa 1920, conquistando l’argento nella finalina contro l’Olanda, con l’oro ai padroni di casa del Belgio per il ritiro dei cecoslovacchi.

Nel 1922, il suo passaggio al Madrid CF, società in cui aveva estimatori sin da quelle famose amichevoli, fu pagato a peso d’oro (circa 150000 pesetas, un premio di 50000 alla firma e uno stipendio mensile di 3000). Nei primi anni ’30 con la squadra della capitale arrivarono anche i primi due titoli di Spagna (fino ad allora aveva ottenuto solo successi in Coppa, due col Barcellona e uno con l’Espanyol). Furono questi gli unici campionati vinti dal (futuro) Real Madrid prima dell’avvento di Alfredo Di Stefano negli anni cinquanta.
Con l’esperienza madridista Zamora cambia anche modo di presentarsi in campo. Come si vede nella foto di copertina (credits gettyimages), il suo stile sembra ricamato su quello di sport più “nobili”, come tennis e golf.

Nel 1929 è protagonista con la Spagna della prima vittoria di una squadra continentale contro i maestri inglesi. Nel 4-3 finale si rompe lo sterno in uno scontro di gioco, ma resta in campo.
La sua capacità di sopportare il dolore fisico e di uscire vivo da scontri corpo a corpo con gli attaccanti che oggi sarebbero banditi dal regolamento, fu probabilmente alla base della sua longevità calcistica.

Ricardo Zamora ai Mondiali del 1934

Ma è con i mondiali del 1934 che Zamora vede sfuggir via l’occasione di mettere il suo marchio sulla Coppa Rimet. La Spagna elimina subito i brasiliani con un netto 3-1, in cui Zamora riesce a parare un rigore al mitico Leonidas.
Ai quarti c’è l’Italia. Servono due partite per decretare un vincitore, ma dopo il discusso 1-1 della prima gara, Ricardo non gioca la ripetizione. Ufficialmente per infortunio (l’Italia fu costretta a cambiare 4 giocatori, la Spagna 7, a causa di quella che fu una battaglia senza esclusione di colpi), adducendo a una carica di Schiavio il motivo della sua assenza.

Molti sostengono che Zamora si sarebbe pentito in seguito della sua decisione. Un infortunio era effettivamente occorsogli. Ma era evidente anche una protesta personale nei confronti dei direttori di gara di quel torneo. In particolare ce l’aveva col belga Baert, reo di aver lasciato che gli italiani lo picchiassero senza intervenire. Difficile ristabilire la verità, probabilmente un misto di ambedue le ipotesi.

Il suo sostituto, Nogues, si disimpegnò bene ma nulla poté sul gol di Meazza al 12′, decisivo per le sorti della gara. l’Italia battè poi Austria (ancora con un gol discusso per carica sul portiere) e Cecoslovacchia, laureandosi campione per la prima volta.
Al suo ritorno in patria viene comunque accolto come un dio: “esistono solo due guardiani, San Pietro in cielo e Zamora sulla terra”, diranno gli spagnoli.

Fine carriera e le disavventure durante la Guerra Civile

Zamora trova il tempo di vincere ancora la Coppa di Spagna nel 1936 col Madrid CF, in una finale contro il Barcellona ricordata per la sua parata decisiva, all’ultimo minuto, su tiro di Escolà.
Quello stesso anno scoppia la guerra civile spagnola, tra le forze repubblicane del presidente Alcalà Zamora e quelle nazionaliste guidate dal Caudillo Franco, appoggiato dai governi amici di Mussolini e Hitler.

Zamora viene improvvisamente incarcerato dai repubblicani, per la sua vicinanza al quotidiano cattolico “Ya” (sono anni, quelli della guerra civile, in cui molti clericali vengono perseguitati per l’appartenenza all’una o all’altra fazione). Leggenda narra che, al momento di essere sommariamente giustiziato dal plotone d’esecuzione insieme ad altri prigionieri, in una fredda notte spagnola, a salvargli la vita fu il poeta Pedro Luis Galvez (egli stesso fucilato nel 1940) che, riconoscendolo, urlò ai soldati: “cosa state facendo, quello è Zamora! Che nessuno gli torca un capello!”.

I buoni uffici dell’ambasciata argentina con i repubblicani servirono a scarcerarlo, ma fu costretto all’esilio prima a Buenos Aires, poi in Francia, dove concluse la sua carriera con due stagioni al Nizza, insieme all’altro campione catalano Pep Samitier.
Del club della Costa Azzurra divenne anche allenatore, mestiere che gli regalò una seconda vita.

Dopo il ritorno in Spagna, fu premiato dal Caudillo per i suoi meriti sportivi, anche se non riconobbe mai l’appartenenza al tirannico regime di Franco. Da allenatore, portò l’Atletico Aviaciòn (l’odierno Atletico Madrid) due volte sul tetto di Spagna. Fu selezionatore della nazionale spagnola nel 1952 e di quella venezuelana l’anno successivo. Per non farsi mancare nulla, è stato anche attore.

Si spense, nella sua casa di Barcellona, l’8 settembre 1978, a 77 anni, così che gli angeli poterono cantare “ganamos uno a cero, y Zamora de portero”.