Sergio Goycochea a Italia ’90, anti-eroe per caso

Sergio Goycochea a Italia ’90, anti-eroe per caso

Giugno 21, 2020 1 Di Luca Sisto

Sergio Goycochea a Italia ’90 per l’Argentina, diventa, quasi quanto Maradona, uno storico spauracchio per i colori Azzurri, decisivo ai rigori nella semifinale che spegne i sogni degli italiani.

 

Undicesimo minuto di Argentina-URSS. Nery Pumpido, il portiere dell’Albiceleste campione a Messico ’86, conclude anzitempo la sua competizione rompendosi rovinosamente una gamba in uno scontro col compagno Olarticochea. Di certo, una rassegna cominciata male, con l’incertezza sul gol di Omam Biyik nella sconfitta della gara inaugurale contro il Camerun, e finita peggio per Pumpido.
Al suo posto entra il secondo portiere, Sergio Goycochea, e come per magia il mondiale dell’Argentina cambia.

Estremo difensore dei Millionarios de Bogotà, la squadra che fu di Alfredo Di Stefano in un’epoca in cui i talenti argentini migravano nel campionato colombiano per soldi, Goycochea era pressochè sconosciuto in patria, ma aveva buoni rapporti con Maradona, nonostante il suo nome, di origini basche ma castiglianizzato, ricordasse il famoso giocatore dell’Athletic Bilbao, Andoni Goikoetxea, nemico giurato del Diez per avergli spezzato la caviglia ai tempi del Barcellona, un episodio che si sarebbe legato pesantemente al dito…
Istrionico e simpatico, “faceva spogliatoio” anche grazie al suo carisma (Maradona lo sceglierà anni dopo come co-conduttore del suo programma “La Noche del Diez”, un cult ritrasmesso anche su Sky Italia). Bilardo se lo porta dietro senza troppe pretese, giacché ha fama di essere un portiere normalissimo, ma eccelle in un fondamentale che tornerà piuttosto utile alla causa.

L’Argentina batte 2-0 l’URSS del Colonnello (anche grazie a un’altra “mano de dios” di Diego non ravvisata dall’arbitro, utile a parare un gol fatto sulla linea), di fatto eliminandola dalla competizione, e passa il turno con uno striminzito pari contro la Romania.
Non è la squadra compatta di quattro anni prima. Maradona ha un’unghia del piede distrutta, gioca con uno scarpino due numeri più grande per lenire il dolore alla caviglia in disordine, ed è reduce da un’interminabile stagione col Napoli che gli era valsa il secondo Scudetto, nonostante l’auto-esilio in Brasile nelle prime battute, per protesta nei confronti di Ferlaino, reo di non aver mantenuto la promessa di cederlo al Marsiglia di Tapie.
L’Argentina era Diego, Diego era l’Argentina. Stavolta le difese avversarie lo sanno bene e lo marcano stretto, tartassandolo di calci sotto gli occhi consenzienti degli arbitri, un po’ come a Spagna ’82. Maradona non riuscirà a segnare neppure un gol in tutta la rassegna, ma troverà comunque il modo di essere protagonista, seppur con un cast di supporto completamente rinnovato rispetto alla vittoria in Messico.

Tra questi, l’attaccante atalantino Claudio Caniggia e il già citato Goycochea. La Dama Bianca scorre ormai da tempo nel sangue di Diego (e non solo), ma il Diez vuole concedersi un ultimo tango (che, per la verità, non sarà neppure l’ultimo) con i suoi compagni.
L’Argentina sembra la vittima sacrificale del Brasile agli ottavi. Di fronte, i due migliori giocatori, dopo Maradona, del Napoli scudettato: Careca e Alemao. Il Brasile attacca, fa e disfa. A dieci dalla fine Maradona prende palla a centrocampo e parte in slalom, ne supera tre e con un allungo finale serve Caniggia: tiro imparabile per Taffarel, 1-0 e Argentina ai quarti.

Li attende la Jugoslavia, come abbiamo visto in un altro pezzo, all’ultima danza prima della disgregazione. Proprio qui sale in cattedra Goycochea, cominciando il suo show personale sui tiri dal dischetto: sbagliano Stojkovic da una parte, falliscono Maradona e Troglio dall’altra, ma i due rigori decisivi Goyco li para a Brnovic e Hadzibegic.

Argentina in semifinale, al San Paolo, contro l’Italia.
Maradona esorta il pubblico napoletano a non dimenticare la continua vessazione da parte delle tifoserie del nord, invitandolo a tifare Argentina. Ma i tifosi non abboccano e sono tutti per l’Italia, a differenza di quanto riporteranno, in una sorta di excusatio non petita, alcuni giocatori (Bergomi su tutti) alimentando per decenni il falso mito, ricorrente nei media, del pubblico pro-Maradona.
Mio fratello mi ha sempre raccontato però che, quando Maradona andò sul dischetto, non voleva sbagliasse, per troppo affetto nei suoi confronti (e, credo, fu questo il pensiero, apparentemente ingenuo, di tanti napoletani). Non sbagliò e, come lui, tutti i rigoristi argentini batterono Zenga, l’altro eterno capro espiatorio di quella notte, meno magica delle altre, per quell’uscita avventata che propiziò il gol di testa di “Cani”, ancora decisivo.
Dall’altra parte, Goycochea ipnotizza Donadoni e Serena e manda l’Italia alla finale di consolazione del San Nicola di Bari contro gli inglesi, giusto per regalare il titolo di capocannoniere della competizione a Totò Schillaci, che pure aveva aperto le marcature su indecisione dello stesso portiere argentino.

All’Olimpico l’inno dell’Argentina viene accolto dai fischi del pubblico. Maradona, già nervoso nel prepartita, risponderà con un “hijos de puta” ripetuto in mondovisione, con i suoi che si troveranno a fronteggiare i tedeschi in un clima ostile, in campo e fuori. L’Argentina, priva di Caniggia e con una squadra ormai alla frutta, si difende, in dieci dal 65′ per espulsione diretta di Monzon, per 85 minuti con le unghie e con i denti senza praticamente mai impensierire Illgner. Fino a che un dubbio fallo di Sensini su Voeller induce l’arbitro messicano Edgardo Codesal a decretare il penalty per i tedeschi. Se ne incarica il terzino Andreas Brehme, tra i migliori se non il migliore dei suoi per tutto il mondiale. Destro rasoterra secco ad incrociare, imprendibile stavolta per Goyco che pure aveva intuito. Germania campione dopo 16 anni e la vendetta contro gli argentini è servita. Maradona in lacrime, per una squadra che non ha neppure provato a giocare la partita.

Si conclude così il mondiale più nostalgico e amaro della storia italiana. Una rassegna che aveva dato il via ad una ristrutturazione oscena degli stadi, che paghiamo ancora oggi. Pochi gol, scarso spettacolo, ma ce ne ricordiamo con malinconia, vero ponte fra un’epoca che non esisteva più, quella della contrapposizione del mondo in blocchi, ed una colma di speranze ed aspettative, altrettanto deludenti.
Maradona verrà trovato positivo 9 mesi dopo alla cocaina e lascerà il Napoli per sempre. Caniggia, incontrerà gli ufficiali dell’anti-doping tre anni più tardi, dopo il suo passaggio alla Roma, sempre a causa della stessa polverina bianca.