Tradizionali come il caffè: Pietruzzo, La Peste e il Piede Sinistro di Dio

Tradizionali come il caffè: Pietruzzo, La Peste e il Piede Sinistro di Dio

Giugno 25, 2020 1 Di Luca Sisto

C’è un’invenzione che, come o più di qualsiasi altra, rappresenta l’Italia del boom economico.
La Moka della Bialetti ha portato il caffè sulle tavole degli italiani come al bar. La classica caffettiera, che in seguito (nel 1958, grazie alla penna di Paul Campani) avrà il logo dei baffi, era stata implementata nel 1933 dal Sig. Bialetti, ma solo negli anni Cinquanta ha ottenuto il brevetto ufficiale, invadendo gli spazi di Carosello.

Nell’Italia post bellum, che si era svegliata desiderosa di rivalsa sociale, la destra cattolica e i comunisti si contendevano i cuori degli italiani. Un popolo che cominciava ad alfabetizzarsi grazie ai programmi RAI della nuova televisione, oggetto borghese per antonomasia, che andava via via abitando le case, col tempo anche dei ceti popolari. Il caffè sul fuoco, che sa di focolare domestico. Quello no, non poteva mai mancare. E poi il boom delle automobili, con la Cinquecento della Fiat simbolo del desiderio di naturale autosufficienza di ogni abitante del Bel Paese.

In questo contesto, il calcio diventa un fenomeno di costume, ancora lontano dall’estrema mediatizzazione moderna. Lo stadio è il luogo di aggregazione domenicale, in una cultura di massa pagana che viaggia parallelamente alla messa del mattino, un novello oppio dei popoli, dove l’oggetto di culto è il pallone e le divinità pagane hanno sembianze umane e completini colorati.


Il popolo chiede nuovi eroi, il popolo stesso li fornisce. Nasce a Catania, il 7 aprile 1948, Pietro Anastasi. Visionato da un osservatore, per caso, nella Massiminiana, sbarca a Varese e con la Juventus diventa il simbolo della working class meridionale, “terrona”, che a Torino riempie i comparti della fabbrica della FIAT. “Sarò anche un terùn, ma guadagno più di te che sei polentùn”, amava rispondere Pietruzzo a chi lo additava in un gergo di poco gusto.


Il 13 dicembre del 1946 nasce a Cinisello Balsamo Pierino Prati, detto la Peste. Con Anastasi, diventerà campione d’Europa nel 1968 nello storico replay contro la Jugoslavia, in cui Gigi Riva e lo stesso Anastasi abbattono le resistenze di Dzajic e compagni.
Prati si migliora l’anno successivo, stavolta nell’Europa che conta per Club, segnando, unico italiano a riuscirci, una tripletta nella finale di Coppa Campioni vinta dal Milan contro l’Ajax di Cruijff.


Più anziano e meno fortunato in nazionale, nato in una Verona in piena guerra, il 25 agosto 1941, Mariolino Corso. Soprannominato “Il Piede Sinistro di Dio”, di cui il mitico Pelè era calcisticamente innamorato, Corso fu il regista offensivo dell’Inter di Helenio Herrera bi-campione europea e intercontinentale dal ’63 al ’65 e quattro volte scudettata. Brera lo stuzzicava con l’espressione “participio passato del verbo correre”, poichè Mario era abituato a far correre la palla, più che le gambe. Una caratteristica che gli fruttò solo 23 presenze in nazionale. Dal brasiliano Didì mutuò la punzione “a folha morta”, classica conclusione a scavalcare la barriera, facendo ricadere la palla dentro la rete imparabilmente, seguendo traiettorie complicatissime da disegnare con i palloni di allora.

Il 2020 ci ha privato, fra gli altri, di questi tre immensi personaggi dell’Italia che fu. Nostro dovere è conservarne la memoria storica, come fosse la tradizione del caffè. La caffettiera pulita e ben asciutta. La polvere di caffè ben distribuita al di sopra del filtro. L’acqua a livello della valvola. Lasciar bollire a fuoco non troppo vivo. Toglierla dal fuoco a metà. Lasciar scorrere il caffè. Rimetterlo sul fuoco, cremoso come lo si desideri. Lo zucchero? Non per tutti. “Caffè? Sì, grazie”.