Non è un Paese per giovani

Non è un Paese per giovani

Agosto 2, 2020 Off Di Valerio Vitale

“Il giovane cammina più veloce dell’anziano, ma l’anziano conosce la strada”
(Proverbio africano)
Ecco, in Italia, in Serie A, i giovani correranno magari anche più velocemente, ma il sentiero che conduce alla strada del gol sembra essere di dominio degli attaccanti più “anziani”.
Questo è quanto ci dicono i numeri che, come diceva un film di qualche anno fa: “Sono la cosa più vicina alla calligrafia di Dio”.
Guardando la classifica marcatori della Serie A stagione 2019/2020 salta subito all’occhio che nella top 50 solo 7 giocatori hanno meno di 24 anni: Lautaro Martinez (14 gol, classe ’97), Jeremie Boga (11, ’97), Dejan Kulusevski (10, 2000), Federico Chiesa (10, ’97), Musa Barrow (9, ’98), Riccardo Orsolini (8, ’97), Matteo Pessina (7, ’97).
Insomma, tra i migliori 50 marcatori di questa annata solo il 14% è under 24, addirittura solo un calciatore ha meno di 21 anni. I miglior marcatori viaggiano tutti intorno ai 30 anni: Immobile (30 anni), Cristiano Ronaldo (35), Caputo (32, nella foto di copertina da calciomercato.com), Zapata e Muriel (29 anni prossimi ai 30), Dzeko (34), con unica eccezione Lukaku la cui carta d’identità ci dice 27 anni.
Tirate le somme, non risulta peregrino affermare che l’Italia non sia un paese per giovani, non è di certo la scoperta dell’acqua calda o dell’America.
A questa locuzione va però aggiunto che nemmeno la Serie A è un Paese, o meglio un campionato, per giovani. Il sillogismo di Aristotelica memoria è semplice. Del resto il calcio è un fenomeno che riflette come uno specchio l’andamento del nostro Paese, in cui c’è sempre meno spazio per i giovani. Lo riflette senza dubbio da un punto di vista economico, ma in questo caso il punto del discorso va focalizzato sullo spazio dato ai giovani. L’Italia ha il tasso di occupazione giovanile più basso a livello europeo (56,3%, contro una media Ue del 76% nella fascia 25-29 anni).
Il tasso di disoccupazione nella fascia 20-34 anni è pari al 17,8 per cento: quasi il doppio rispetto al dato nazionale. Inoltre il tasso di disoccupazione degli Under 35 è doppio rispetto a quello della fascia 35-49 anni. Il triplo addirittura rispetto agli over 50. Ciò non vuole diventare una tediosa disamina socio-politica, ma semplicemente evidenziare come in Italia i giovani abbiano difficoltà ad accedere ad un lavoro soddisfacente, anche nel calcio dove sono poche le società che puntano sugli under-23 in modo reale, non a chiacchiere.
È lo stesso anche nelle leghe minori italiane, compresi quei campionati come C e D che vogliono apparire young-friendly, inserendo regole per gli under del tutto assurde e fuori dal mondo. Giovani letteralmente illusi, con la questione covid che, per quanto concerne queste tipologie di campionato, ha scoperchiato un vaso di pandora fatto di rimborsi non pagati, giovani sfruttati dalle società solo per ottenere i famigerati bonus offerti dalla Lega per chi schiera gli under, per poi finire per essere gettati nel dimenticatoio.
Ritornando alla Serie A, possiamo notare che il nostro campionato abbia una delle medie di età più alte tra i migliori campionati in Europa. Basti pensare che qui oggi si fa esordire un ’99, forse. Un 21 enne, in Premier, ha già alle spalle almeno 3 campionati tra i grandi.
Allora diamola questa fiducia ai giovani, possibilmente anche a quelli italiani, pensando a costruire talenti piuttosto che plusvalenze, per risollevare il valore del nostro campionato ed il talento della nostra nazionale.
E mentre la Lazio punta a David Silva, non di certo un giovane di primo pelo, il Milan vuole rinnovare Ibrahimovic, Juventus, Lazio e Roma hanno tutta l’intenzione di continuare a puntare forte su Ronaldo, Immobile e Dzeko, il Napoli prova ad andare controtendenza con la voglia di ripartire costruendo una squadra forte attorno al giovanissimo Victor Osimhen, nato nel dicembre ’98. Che possa essere lui il nuovo volto della classica marcatori della Serie A?