Gianluca Signorini: sogno di un Capitano

Gianluca Signorini: sogno di un Capitano

Settembre 8, 2020 Off Di Luca Sisto

Come per il triste destino di Borgonovo, la “stronza” ci ha portato via uno dei capitani più amati della storia rossoblù, Gianluca Signorini, passato in pochi anni dalla gloria del campo alla tortura di una delle più terribili malattie neurodegenerative conosciute.

La stagione di Serie A 1994-95 ha termine il 10 giugno a Firenze, con lo spareggio Genoa-Padova, che avrebbe decretato l’ultima squadra a retrocedere in Serie B, facendo non invidiabile compagnia a Foggia, Reggiana e Brescia.

Mentre la prima Juve di Lippi festeggia il suo 23esimo Scudetto (dedicandolo alla memoria del terzino Andrea Fortunato, scomparso a causa della leucemia), scalzando il Milan di Capello dalla vetta dopo un triennio di assoluto dominio in Italia e in Europa, il Genoa è reduce da una stagione pessima, ma ha ancora una chance.

Capitan Signorini, da otto anni al Genoa, suona la carica: il suo contratto è in scadenza, in caso di sconfitta col Padova non proseguirà la carriera col Grifone. La sua città natale, Pisa, è pronta a riaccoglierlo calcisticamente in ogni caso, ma Signorini non vuole lasciare i rossoblù da capitano con una retrocessione.

Lo spareggio col Padova di Sandreani, con Bonaiuti in porta e Goran Vlaovic in attacco, è sportivamente drammatico e si trascina fino ai rigori, dopo l’1-1 dei regolamentari.

La spuntano proprio i padovani, il Genoa retrocede in B.

Signorini lascia e ritorna a Pisa, dove chiude la carriera da calciatore per cominciare quella da dirigente prima e da allenatore poi, affiancando Alessandro Mannini, nel febbraio 1998, alla guida tecnica della squadra dopo l’esonero di Clagluna.

Nel 1999 è Agroppi a volerlo a Livorno, per condurre le giovanili amaranto, in un club e in una città in netta rivalità con i pisani.

Contemporaneamente si iscrive al corso di Coverciano per ottenere l’abilitazione come allenatore professionista.

Da qui, il buio.

“Tutto è cominciato un terribile mattino. Non riesco a stringere fra le mani la tazza del latte e rovescio quella del caffè. Mia moglie mi guarda atterrita pensando a un malore. Le parole non escono dalla bocca. Si pensa ad un problema di stress, succede. O al massimo artrite. Di solito quando non sanno cos’hai sono queste le prime diagnosi. Ma quelle mani diventano sempre più dure da muovere e i muscoli non supportano le gambe.

Presto mi sono trovato su una sedia a rotelle, incapace di muovermi, di parlare, mentre i miei figli mi guardavano passare da uomo a vegetale.

Ricordo lo stadio Ferraris pieno la sera della raccolta fondi per la ricerca sulla SLA. Il giorno della diagnosi pensavo a tutti i calciatori che conoscevo e che ne erano affetti. Conoscere il mio destino mi fece sprofondare in un limbo senza confini, fra ciò che è umano e ciò che umanamente non è accettabile. Una fine orribile. Non sempre sapere che stai morendo ti fa apprezzare di più la vita. Non tutti possono reagire così. La malattia incalza e ogni giorno è peggiore del precedente, è questo l’effetto delle patologie neurodegenerative”.

“Signorini! Signorini! Sveglia Capitano, cos’è quest’indolenza?”

“Mister mi sento bloccato.”

“Gianluca, è solo un sogno, sotto con le ripetute e gli allunghi. La squadra attende un tuo cenno”.

“Forza forza! Fino in fondo. Acceleriamo fino a fondo campo, così. Andiamo andiamo, dall’altra parte!”

“Capitano, fiato corto? Un po’ di ritmo, ti farai superare pure dai portieri!”

“Forza Gianluca, un ultimo sforzo, spezza il fiato, non saltare un respiro”.

“Capitano, fino alla fine, non molliamo un centimetro!”

“Ecco il centrocampo, avanza ancora Capitano. Ho la palla tra i piedi, non mi fermano più adesso. Cos’è quella sedia a rotelle vicino la panchina? E chi sono quelle persone vestite di nero che sembrano guardare me, dietro la porta?”

“Capitano siamo al 6 novembre, ci arriviamo a fine stagione?”

“Cristo, il campo è quasi finito. Vedo l’area di rigore, il pubblico è in piedi a spingermi. Li sento cantare – Un Capitano, c’è solo un Capitano! Un Capitano! C’è solo un Capitano! – eccomi arrivato. No no, non abbracciatemi, lasciatemi stare, non mi toccate!”

“È così che vuoi vivere? Questa non è vita. Vattene adesso, prima che anche i tuoi cari ne abbiano abbastanza di te”.

“Ma non voglio lasciarli”.

“Li hai già lasciati, da Capitano”.

 

Il 6 novembre 2002, Signorini abbandonò le sue spoglie terrene.

A lui è intitolato il campo d’allenamento del Genoa e la gradinata dello stadio Arena Garibaldi-Romeo Anconetani di Pisa.

Per chi lo ha amato e apprezzato per quel suo sorriso genuino e il portamento fiero da leader nato, una perdita incolmabile, il cui ricordo va tenuto vivo.