Talenti sudamericani incompiuti: sette maghi della “zurda”

Talenti sudamericani incompiuti: sette maghi della “zurda”

Ottobre 27, 2020 Off Di Redazione

La “zurda” , il piede sinistro, nel calcio è spesso sinonimo di genio, diversità, estro e magia. Sì, “MAGIA”, da leggere rigorosamente con accento latinoamericano, che ne connota un significato totalmente unico quando ci si riferisce al fùtbol.
Sarebbe facile ora nominare i mancini che hanno incantato (e incantano) per gran parte della propria carriera. Gente come Maradona, Messi, Di Maria non ha certo bisogno di presentazioni. Perciò parleremo di chi negli ultimi 10 anni, per un motivo o un altro, non è riuscito ad essere all’altezza delle aspettative che molte squadre del Vecchio Continente (e dei rispettivi supporter) avevano riposto in questi potenziali fuoriclasse.

 

Ne ho scelti per voi 7, come il numero di camiseta che avrei romanticamente assegnato a ciascuno di questi talenti. Ah no, 6+1. E quell’uno è il capostipite di questi talenti dai piedi vellutati ma con spesso poca propensione all’adattamento e alla disciplina.

Sì ok, ora starete pensando che “El Pibe” potrebbe essere tranquillamente il portabandiera di questa categoria, viste soprattutto le vicende extracalcistiche e la sua indole ribelle che lascia ancora oggi la città di Napoli alla sua totale mercè; ma noi, a sorpresa anche nostra, gli preferiamo (solo ed esclusivamente in questo caso, sia chiaro) “El Mágico”. Aspetta, CHI?!..diranno quelli come me nati negli anni ’90.

Jorge Alberto Gonzalez Barillas, per tutti Mágico. Un salvadoregno riconosciuto anche dal Diez come uno di un altro pianeta. Una vera e propria divinità nel suo piccolo paese e idolatrato da chi lo ha visto almeno una volta pettinare la palla. Visto in Spagna al Cadice negli stessi anni in cui Diego illuminava tra Barcellona e Napoli, si narra che si permise in una partita di presentarsi in campo all’intervallo dopo una notte brava, con la sua squadra sotto 3-0, e di ribaltare il risultato con 2 gol e 2 assist.

Un maestro, che poteva giocare ovunque dalla trequarti in su, con tecnica fuori dal normale, capacità realizzativa da prima punta e i soliti colpi da sudamericano che noi romantici non ci stanchiamo mai di ammirare, così come tutti i vizi che lo distinguevano al di fuori del rettangolo di gioco.

E tutti questi taquitos, rabonas, bicicletas lo rendono il “fuoriquota” dei miei talenti inespressi. Sì, fuoriquota, avendo giocato negli anni ’80, non essendo un mancino naturale ma un ambidestro per essere generosi, e anche perchè la precisa Geografia dice che El Salvador si trova in America Centrale e non nel Sud! Poco importa, a noi bastano il suo genio e la sua sregolatezza a renderlo il “padre” di tutti coloro che andiamo a scegliere.

Personalmente, la mia giovane e romantica indole sceglie Ricky Álvarez come il maggior esponente dei talenti maledetti. Mancino delizioso, andatura caracollante e eleganza unica che profumavano di vivaio del Vélez Sarsfield, terza squadra di Buenos Aires per prestigio e palmarès, e che gli valsero, arrivato nell’estate 2011 all’ombra della Madonnina sponda nerazzurra, paragoni azzardati con Ricardo Kakà da parte dei giornalisti di Studio Sport.

La dirigenza interista e i tifosi, in un momento difficile e nostalgico come quello post-Triplete, non si appassionano a Ricky, che alterna qualche buona prestazione ad “assenze” consecutive ed ingiustificate che lo vedono passeggiare sulla trequarti dopo qualche leziosità di troppo, apostrofata spesso da una pioggia di fischi degli spazientiti spettatori di San Siro. Resta 3 anni a Milano senza lasciare il segno (tranne che nel mio cuore), poi un’impalpabile parentesi al Sunderland e il ritorno in Italia, alla Samp, dove ripete un’esperienza simile a quella meneghina, con qualche squillo di tromba al secondo anno in blucerchiato. Dopo una stagione e mezza in Messico, all’Atlas, è tornato al suo Vélez, dove speriamo si senta di nuovo a casa.

Parallelamente, nella stessa squadra del fenomeno Neymar (Santos, ndr), si fa largo un ragazzino smilzo, longilineo, che avrebbe fatto meglio come regista che trequartista a mio modesto avviso, con un sinistro dolcissimo e purtroppo poca propensione al movimento. Paulo Henrique Ganso, classe 1989, sembra un brasiliano più adatto alla Seleçao del Mondiale 1970, che al calcio moderno, figuriamoci a quello del Siviglia che lo prende quando già la parabola del fantasista sembra essere in discendenza. Due anni in Andalusia, con meno di 30 presenze complessive e 7 gol da cineteca,ma che non aiutano a ripulire la sua fedina calcistica che recita a caratteri cubitali scansafatiche e discontinuo. Un prestito anonimo in Ligue 1, all’Amiens, prima di ritornare in Brasile, stavolta sponda Carioca, con la storica maglia del Fluminense. Che gran giocatore sarebbe potuto essere.

Così come colui che sta illuminando con la maglia del Flamengo, e ricorteggiato dal Chelsea di Lampard durante l’ultima estate, dopo una prima parentesi in Italia non esaltante. Parliamo di Gerson Santos da Silva, per gli amici come me semplicemente Gerson, soprannominato “O Traidor” (letteralmente “Il Traditore”, per essere precisi), dai suoi ormai ex tifosi del Flu, che lo videro brillare ancora bambino fino al suo costoso acquisto per 17 milioni di euro da parte della Roma nel 2016, che probabilmente vide in quel magro e sfrontato diciannovenne talentuoso un colpo stile Amantino Mancini.

Purtroppo per lui, risulterà essere solo uno dei tanti disastri compiuti dai giallorossi sotto la presidenza James Pallotta, con 2 stagioni troppo ondivaghe e un prestito alla Viola in cui fece poco meglio. La fantomatica “saudade” lo riporta a casa, o meglio dai suoi vicini odiatissimi, sperando per lui che possa farsi riapprezzare su palcoscenici più alti (ricordiamo che è un classe ’97, non è ancora tutto perduto!).

Ma, tra i brasiliani, il nome sicuramente più altisonante è sicuramente quello di Gabriel Barbosa, per tutti Gabigol, arrivato alla corte nerazzurra nella stessa estate 2016, per circa 30 milioni di euro, ritenuti addirittura pochi da Thohir e soci, dopo aver stupito per la sua capacità realizzativa nella solita fucina di talenti del Santos. A differenza degli altri già citati, qui si parla di un vero e proprio bomber, rapido ma allo stesso tempo potente. Solo 10 presenze in Italia, con un’unica rete, prima del prestito al Benfica, dove fece parlare più per le sue idiozie e la capacità di farsi mettere fuori rosa in maniera strabiliante, e poi al suo Santos, dove ritorna paradossalmente profeta in patria.

Attualmente al Flamengo, col sopracitato Gerson fa degli Urubu (“Avvoltoi” in portoghese) la squadra più esaltante del Brasileirão e campione in carica del Sudamerica.

Per quanto riguarda il resto del continente, personalmente considero Juan Fernando Quintero, nuestro amigo Quinterito, un talento sprecato che mi ha lasciato il cuore in frantumi. Colombiano, classe 1993, trequartista puro dalla grande tecnica, arriva appena diciannovenne in prestito al neopromosso Pescara (che poi non lo riscatterà vista la retrocessione), in una stagione difficile con più ombre che luci, ma che tra queste poche ultime conta una magistrale punizione mancina al Dall’Ara per il definitivo 1-1. Scommette su di lui il Porto, che pazienta 2 stagioni, poi prestito al Rennes, e ritorno in patria più che prevedibile, prima di approdare al River, ai cui tifosi basta quel magico sinistro dal limite nel secondo supplementare della finale di Libertadores 2018 contro Il Boca al Bernabeu, a renderlo un eroe eterno dei Millonarios.

Un altro classe ’93 come l’uruguayo Nico Lopez, attira l’Italia facendo intravedere un talento pazzesco unito al vizio del gol, di cui rimarranno delusi in quest’ordine la Roma, l’ Udinese e poi il Verona, di cui sarebbe potuto diventare beniamino indiscusso. “El Conejo”, come molti altri, torna alla base dopo soli 3 anni, al suo Nacional di Montevideo, prima di crearsi una carriera di tutto rispetto tra il Brasile e il Messico (oggi al Tigres).

Mi riservo di lasciare a Lucas Paquetà, che ha grande qualità e classe, la possibilità di far vedere ciò che vale al Lione, dopo aver sofferto troppo, in campo e non, durante la parentesi rossonera.

Beh, con lacrime pronte a scendermi sul viso, ricordiamo tutti questi gioiellini (mai diventati del tutto gioielli) con in comune la nostalgia di casa e la voglia di far diventare la loro “zurda immortàl”, proprio come canta quell’originale omaggio musicale che è “La Mano de Dios” dell’argentino Rodrigo, e interpretato a mio avviso in maniera straziante, in tutti i sensi, da Diego Armando Maradona in quel capolavoro che è “Maradona by Kusturica”.

Da inguaribile anima latina e romantica, a ritmo di tango o samba scegliete voi, rendiamo omaggio a questi incompiuti campioni, troppo belli e fragili per essere capiti in Europa.

A cura di: Antonio aka “Ball don’t lie” Adamo