Vasile Moldovanu: storia di un uomo sfortunato

Vasile Moldovanu: storia di un uomo sfortunato

Ottobre 28, 2020 Off Di Luca Sisto

Pastraveni, Romania, 25 giugno 1988.

Vasile quella mattina si era svegliato presto, come al solito, alle 4 meno un quarto. La sua casupola con giardino, piena di sterpaglie ed erbacce mal curate, era piuttosto fresca grazie ad un’estate ancora latitante.

Un bacio al piccolo Constantin, che dormiva beato, e a Catalina, che gli sorrideva nel sonno, corrugando appena la fronte resa più alta dall’attaccatura dei capelli.

Fuori tirava una brezza piacevole, che aveva soppiantato l’eterno inverno della regione della Moldavia.

Uscì di casa, fece il segno della croce con la mano sinistra, come gli avevano insegnato all’orfanatrofio vent’anni prima. Lui che, in mezzo a tanti bambini matti, figli di nessuno, rinnegati da dio e fagocitati dallo Stato, veniva preso in giro dalle inservienti per quella strana mania di ripetere parole a caso senza soluzione di continuità.

Era scappato da quel posto, abituandosi al freddo e al lavoro, sotto falso nome: Vasile Moldovanu. Come avrebbe potuto chiamarsi, quando il Sig. Alexandru lo accolse come fosse figlio suo, mentre mendicava per le strade, cercando di sfuggire ai suoi aguzzini, che ancora lo stavano cercando.

Conosceva bene la strada, Vasile. E aveva imparato presto a guidare i mezzi più disparati. Il Sig. Alexandru infatti, dirigeva per conto del Partito una piccola azienda agroalimentare, e nello specifico Vasile era diventato, a sedici anni, uno degli autotrasportatori di punta, occupandosi di distribuire i prodotti presso le città sulla rotta verso Costanza.

Alexandru era appassionato di calcio e tifoso della Steaua Bucuresti, sicchè Vasile aveva mutuato, senza neanche troppi sforzi, questa cultura sportiva.

A quei tempi, in Romania, potevi essere tifoso della Steaua, la squadra dell’esercito (controllata dal Ministero della Difesa), o della Dinamo, la squadra cara al figlio del Conducator Nicolae Ceausescu, Valentin, controllata attraverso il Ministero dell’Interno dalla Securitate, la terribile polizia segreta rumena.

Come ogni settimana, Vasile cominciava quindi il suo viaggio di lavoro, alla guida del suo camion, sicuro grazie alla conduzione di mani esperte.

Una notte e due giorni erano già passati, quando sulla strada per Costanza, decise di fermarsi in un luogo di ristoro, in mezzo alle campagne.

Parcheggiaò il grosso camion nell’ampio spiazzale antistante la locanda, entrò e prese posto. C’erano altre quattro persone, a giudicare dai camion all’esterno, almeno due autotrasportatori e camionisti come lui.

Il locandiere si avvicinò: “gradisce qualcosa? Questa sera alla radio c’è la finale di Coppa di Romania, Steaua-Dinamo, l’eternul derby! Perchè non mangia le nostre polpette in brodo, con un bicchiere di buon vino, sono un toccasana, si rilassa e poi riprende il viaggio?”

Vasile annuì, del resto gli andava proprio di riposarsi, mangiare e perchè no, ascoltare la radiocronaca della sua Steaua alla radio. La squadra era appena reduce dall’ennesima vittoria del campionato con record di punti, anche se in tante occasioni l’arbitro aveva dato più di una mano. Del resto, anche in Europa la Steaua, già campione nell’86, semifinalista quell’anno (e finalista nell’89 contro il Milan di Sacchi), ogni anno poteva dire la sua, costruendo la qualificazione ai turni successivi in casa allo Stadionul Ghencea.

Ma ora c’era la Dinamo, per di più allo stadio 23 Agosto, quello dove giocava la nazionale, e qui non potevi mai sapere come sarebbe andata, politicamente del resto il discorso era sempre aperto e il rischio di trovarsi di fronte all’ennesimo misterioso complotto dall’una o dall’altra parte, era sempre dietro l’angolo.

Vasile divorava le polpette e beveva vino rosso di dubbia qualità, ma le orecchie si drizzarono in direzione della radio. Sarà stata la testa, sarà stato il cuore, la partita cominciava ad interessargli più del dovuto e, come spesso faceva, parlava ad alta voce, da solo, ripetendo le stesse parole. “Dai Steaua, dai Hagi, facciamogliela vedere a quelli della Dinamo! Quel porco di Valentin non deve passarla liscia, hanno rovinato un Paese!”

Minuto 28, vantaggio Steaua con Marius Lacatus. “Siiii forza Steaua! Bravo bravo Marius!”, urlava Vasile.

Nel secondo tempo, quando tutto sembrava perduto, Mircea Lucescu si gioca la carta Florin Raducioiu, e l’attaccante 18enne a tre minuti dalla fine trova il varco giusto, dopo un’azione di sfondamento di Camataru. “Maledetti!”

La partita pareva destinata a scivolare verso i supplementari, quando su cross di Hagi il portiere della Dinamo, Moraru si fa sfuggire la palla e Balint fa 2-1.

Nel bel mezzo della locanda, si sentiva solo l’urlo di Vasile, ormai ubriaco, ma alla radio la voce del cronista bloccò tutto annunciando prima un fuorigioco, poi la fine della partita sospesa dall’arbitro sull’1-1.

“Ehi, ma che sta succedendo! Questa è un’altra trovata della Securitate, l’arbitro deve essere al soldo di Valentin Ceausescu, come sempre, vergogna!”

Il locandiere e gli altri avventori ascoltavano le parole apparentemente senza senso di Vasile, trascinato dal vino e dal tifo. Vasile dopo qualche minuto si alzò, pagò, e andò via rimettendosi in cammino alla guida del camion.

Nel cuore della notte, le sirene della polizia affiancarono Vasile, che da poco era riuscito a riprendersi dalla sbornia e a guidare dritto senza fantasmi nel cervello.

Vasile accostò. “Scenda dal camion!”

“Eccomi, di cosa sarei accusato?”; “Ci segua”, e lo ammanettarono. “Io non me ne vado senza il mio camion!”

Ma una botta in testa lo costrinse con le cattive a cedere.

“Chissà Costantin e Catalina cosa staranno facendo. Non hanno più mie notizie da giorni, saranno preoccupati.”

Vasile venne incarcerato e torturato. “Sei un nemico del regime, un senza patria!” Gli ripetevano. E i giorni si trasformarono in settimane, poi in mesi, infine passarono due anni.

Vasile sopravvisse alla caduta del regime, con un unico fuoco che ardeva nel suo ormai esile petto, provato dagli anni della prigionia in un luogo remoto del Paese, lontano da casa, dalla sua Moldavia.

Fu liberato insieme ad altri presunti dissidenti e prigionieri politici, una volta ucciso Il Conducator e spazzata via la sua famiglia.

Si decise a tornare a casa. Ma la sua casa non c’era più. E nemmeno Costantin e Catalina. “Vasile! Sei proprio tu?” Un vicino lo riconobbe. “Florin? Dov’è la mia famiglia, e che fine ha fatto la mia casa?”

“Catalina e Costantin sono con Alexandru adesso. Gli hanno fatto credere che eri scappato in Italia col suo camion”.

“Mio dio”. Vasile era un uomo distrutto. Quella sera del 26 giugno 1988 la sua vita gli era stata strappata, come poteva riaverla indietro?

Prese coraggio e andò da Alexandru.

“Padre…” esordì. “Padre? Con che coraggio vigliacco!”

“Alexandru, non è come pensi. Chi ti ha raccontato questo? Come ti hanno fatto credere che vi avevo traditi?”

“Vasile, la tua famiglia non ti vuole più. Sei un fallito, un criminale, un ladro. Non c’è nulla che tu possa fare, vattene!”

Vasile continuava a ripetere “mi hanno arrestato, mi hanno incarcerato e torturato per due anni e tu ti sei preso la mia famiglia! E adesso dai a me del criminale?”

“E’ la vita, Vasile. Se ti hanno arrestato avranno avuto i loro buoni motivi”.

“Cosa ne sai tu dei motivi! Lavoravi per il regime!”

“Io lavoravo per il Partito, adesso l’azienda è mia, la Romania è cambiata, caro Vasile. Vattene in Italia, del resto ci sei già stato, no?”

“Alexandru, non sono mai andato in Italia, devi credermi, lasciami parlare con loro!”

“Non sono in casa, va via.”

“Aspetterò”.

Alexandru tornò dentro casa, Vasile non si schiodava da lì.

L’uomo tornò indietro con un fucile.

E sparò, dritto al petto di Vasile.

 

Questa storia è frutto di fantasia, pur ispirata a fatti sportivi realmente accaduti, come da nostro costume.