Marco van Basten, il Cigno di Utrecht elegante e fragile come il cristallo

Marco van Basten, il Cigno di Utrecht elegante e fragile come il cristallo

Ottobre 30, 2020 Off Di Valerio Vitale

Marco van Basten, il Cigno di Utrecht è considerato uno dei più grandi di sempre. Elegante come un cigno, prezioso, fragile come il cristallo.
“Il cigno è la S maiuscola della poesia dello stagno”
Ramon Gomez de la Serna Puig
Il Cigno di Utrecht, Marco Van Basten, è probabilmente la C maiuscola della poesia del Calcio.
Marco Van Basten è infatti un calciatore poetico, probabilmente il più poetico della storia del calcio sin dai suoi albori. Un giocatore che è difficile da descrivere a parole considerata la sua infinita grandezza, che sfugge ad ogni vocabolo finora proferito, una grandezza quasi estemporanea, divina e soprattutto universalmente riconosciuta, che non è poco nel mondo calcistico dove finanche Maradona e Pelè sono stati messi in discussione.
Allora per descrivere meglio il talento ed il genio dell’attaccante Oranje può venirci in soccorso una citazione del compianto Carmelo Bene:
“Il lutto in me per il suo precoce ritiro ancora non si estingue e mai si estinguerà”
Perché come tutti i più grandi artisti la carriera e la vita di Van Basten hanno due facce, e la più brutta, che si contrappone al talento e l’estro, è senza dubbio quella degli infortuni capaci di martoriare la sua carriera e privare in modo precoce gli amanti del football di uno dei suoi migliori esponenti.
Era il 17 agosto del 1995 quando Marco, dopo due anni e mezzo di semi-inattività interrotti solo da pochissime e sporadiche apparizioni comunicò nel dramma generale il suo addio definitivo al calcio giocato. Scarpini inchiodati troppo presto, conseguenza di un destino beffardo, malvagio.
Ma riavvolgiamo il nastro. Scomodiamo Eraclito, filosofo greco antico nato nel 535 a.C, precursore della dottrina dei contrari. Per Eraclito la legge segreta del mondo risiede nel rapporto di interdipendenza di due concetti opposti. Pace-guerra, amore-odio, sono solo alcuni degli esempi, ed un concetto può esistere e può essere conosciuto solo in funzione dell’altro. Per comprendere il finale così drammatico ed il lutto provocato da quel maledetto 17 agosto ’95, bisogna prima conoscere e godersi appieno la meraviglia della nascita di quello che poi sarebbe stato consacrato come il Cigno di Utrecht.
Il 31 ottobre del 1964 a Utrecht, quarta città più popolosa d’Olanda, nasce Marco Van Basten che cambierà per sempre la storia di quella città con edifici eleganti e raffinatamente decorati che si affacciano sui diversi canali che la percorrono. Papà Joop, ex calciatore, poi allenatore, avvicina il piccolo Marco al calcio, che racconta:
“ Era molto orgoglioso di me, ma allo stesso tempo era un padre olandese. Mi spiegava il calcio, mi sosteneva, ma era anche distaccato e freddo. Ricordo a 9 anni quando ero in ritardo per l’allenamento e uscì dalle macchine in coda per prendere la corsia d’emergenza con la nostra utilitaria, un grande spavento. Non ho mai giocato per lui però”
A 7 anni la prima squadra dell’attaccante è una compagine locale di Utrecht, l’UVV. Proprio qui comincia a formarsi il talento baciato dal dio del calcio e da quella meno benevola della sfortuna. Un rapido passaggio all’USV Elinkwijk, prima di approdare alla Mecca del calcio olandese e probabilmente del calcio giovanile mondiale: l’Ajax.
Gambe lunghe, classe cristallina, una capacità di coordinarsi nel tirare al volo e di controllare il pallone uniche nel suo genere. La spinta decisiva per il salto nel calcio dei grandi arriva proprio dagli allenatori del settore giovanile dei Lancieri, ma soprattutto da Johan Cruijff: “E’ stata la figura calcistica più importante per me. A forza di sentirmi dire che ero speciale ho finito per crederci anch’io”.
Gioco del destino, il 3 aprile del 1982, a 17 anni e mezzo, Van Basten debutta in prima squadra con il NEC, sostituendo proprio il leggendario numero 14 e siglando un gol. Corsi e ricorsi storici, come in una staffetta olimpionica, il passaggio del testimone si sancisce lì, in quel giorno di inizio aprile.
La storia del calcio olandese che volta pagina, dal 14 al 9, cambiano i numeri, non il talento. Marco passa dai 9 gol della stagione 82-83, a 28, poi 22, 37, 31. Grappoli di gol che piovono copiosamente come gocce d’acqua in un pomeriggio autunnale e abbondantemente piovoso a Londra.
E’ il 1986/1987, Marco ha siglato 152 reti in 172 presenze, roba da fuoriclasse. Con la maglia del club della capitale olandese, Marco vince 3 campionati, 3 coppe di lega, 1 coppa delle Coppe. Si laurea capocannoniere dell’Eredivisie per 4 volte, calciatore olandese dell’anno, vince anche una Scarpa d’oro. L’86/87 è anche l’anno che segna l’inizio dei suoi guai fisici: viene colpito da epatite virale e deve fermarsi per 3 mesi, poi i primi problemi alla caviglia destra che lo costringono ad operarsi. Inoltre è l’ultimo anno con la maglia dei Lancieri. Poteva esserci la Fiorentina, ma il mancato pagamento del contratto fece svanire l’acquisto. Andò di lusso al Milan che nell’estate del 1987 lo ingaggiò a parametro Uefa per una cifa vicina a 1.75 miliardi di lire, poco meno di 900 mila euro odierni, roba da venire i brividi pensando alle cifre dei nostri tempi.
Segna subito con la maglia rossonera, prima in coppa Italia poi in campionato con Bari e Pisa. Si infortuna di nuovo alla caviglia, altri 6 mesi di stop. Poi il ritorno, giusto in tempo per vincere lo scudetto contro il Napoli di Diego. Nell’estate del 1988 l’emblema tangibile della grandezza di Van Basten. Il momento che lo cristallizza eternamente nel cuore dei calciofili. E’ il 25 giugno del 1988 e Van Basten segna un gol contro le leggi della fisica. Defilatissimo, riceve un cross e con uno straordinario destro al volo ad incrociare, regala all’Olanda l’Europeo, all’umanità invece una perla di rara, indimenticabile bellezza.
Rinat Dasaev, leggendario portiere dell’Unione Sovietica, non può far altro che comparire nella fotografia.
Col Milan del trio olandese, insieme a Gullit e Rijkaard, sono gol e vittorie, contornati dal rapporto non certo idilliaco con Sacchi. Tre Coppe dei Campioni, quattro Scudetti, due Supercoppe Uefa, due Coppe Intercontinentali. Conquista per tre volte il Pallone d’Oro. Tanti i premi vinti dal Cigno prima dell’ultimo canto, appunto, quel 17 agosto.
Marco spesso si è chiesto cosa sarebbe potuto essere senza i tanti infortuni. A questa risposta la domanda è semplice. Marco è stato e sempre sarà riconosciuto come uno dei migliori giocatori del mondo, ed avrà sempre un posto indissolubile nel cuore degli amanti del calcio, come una poesia che impari da bambino, ma ti scalda il cuore finché respiri.