Mi Chiamo Francesco Totti, il docufilm di Alex Infascelli

Mi Chiamo Francesco Totti, il docufilm di Alex Infascelli

Novembre 4, 2020 Off Di Luca Sisto

Mi Chiamo Francesco Totti, il docufilm di Alex Infascelli, visto e recensito per voi. La carriera e la vita del Capitano fra gioie e dolori, per un calciatore che ha dato tutto per un solo club, la Roma, e ha vinto i Mondiali con la nazionale azzurra.

Non è un gran momento per la famiglia Totti, purtroppo. Non lo è, senza dubbio, per il mondo intero e per la nostra penisola. Non lo è per il calcio.

L’immagine del Re di Roma, inattaccabile per l’abbondante metà giallorossa della Capitale, stride con quella dell’uomo ferito dai suoi detrattori e, talvolta, dai suoi stessi allenatori. Come con Luciano Spalletti, Er Capitano si è trovato in casa un nemico inaspettato con cui fare i conti. Se l’allenatore toscano ha tentato, forse su precisa richiesta della società, di minare gli ultimi anni della carriera di Totti, è stata la pandemia da coronavirus a colpire al cuore l’uomo Totti, prima portandogli via l’amato padre, poi costringendo lui e tutta la sua famiglia a casa, dopo averne riscontrato la positività.

Una situazione, inutile girarci intorno, che moltissimi in Italia e nel mondo stanno vivendo. Ma non c’è dubbio che, più dell’economia a picco, più di una situazione finanziaria discutibile, che colpisce sempre più persone, è la paura di dover far fronte alla morte in solitudine, a minacciare le fondamenta di uno Stato civile.

Il covid colpisce là dove fa più male. Non solo può uccidere, ma può, in assenza di contromisure finanziarie adeguate, ridurre le persone nell’impossibilità di provvedere al proprio sostentamento.

In questo difficile contesto, la presentazione al festival del cinema di Roma del docufilm “Mi Chiamo Francesco Totti”,  scritto e diretto da Alex Infascelli, proiettato nelle sale come evento speciale dal 19 al 21 ottobre, è l’eredità più interessante e introspettiva del Totti calciatore e family man.

Ispirato all’autobiografia “Un Capitano”, scritta a quattro mani con Paolo Condò, ripercorre la vita e la carriera dell’ex Pupone attraverso filmati di famiglia inediti (nelle prime scene si vede Francesco, a un anno, intento a calciare un pallone sulla spiaggia), filmati ufficiali delle TV, e un eterno primo piano di Totti il giorno precedente e il giorno stesso della sua ultima partita in carriera, a 40 anni suonati, il 28 maggio 2017.

Due elementi preponderanti vengono fuori dalla visione del film, acquistato su licenza dalle principali piattaforme web, tra le quali Rakuten TV, sempre attenta al cinema sportivo d’autore (già disponibile dal 29 ottobre). In primo luogo, la scelta di un regista visionario come Infascelli cade esclusivamente sulla ripresa della figura di Totti e sul suo punto di vista, capace di narrare in prima persona filmati ed eventi che lo coinvolgono. In secondo luogo, sorprende l’assenza di contraddittorio, di interviste agli addetti ai lavori, e l’inatteso snobismo sulla figura di De Rossi, mai citato a differenza del suo rapporto con Giannini e Cassano.

Totti comincia parlando della sua famiglia e della sua esperienza nel calcio giovanile, dalla Lodigiani (“la seconda squadra di Roma, la Lazio non la considero neanche”) alla AS Roma, con peculiare nostalgia: “prima era tutto più bello, anche se i ragazzini, se eri forte, ti entravano dritti nelle gambe, incitati dai genitori sugli spalti”.

Prosegue nel suo racconto col giorno della prima convocazione nella trasferta di Brescia, dove esordisce il 28 marzo 1993 a 16 anni grazie a Mister Boskov.

Con sincero affetto, Totti parla del suo primo idolo, Il Principe Giuseppe Giannini (“volevo essere come lui”), capace di omaggiarlo presentandosi alla sua festa di 18 anni, il 27 settembre 1994. Il 4 settembre aveva appena segnato il suo primo gol in carriera, contro il Foggia. Via via Mazzone (“per me è stato come un secondo padre”) gli concede sempre più spazio. Il Capitano ricorda il suo esordio in un derby contro la Lazio, in cui dopo l’ingresso in campo sull’1-0 per i biancocelesti, fu tartassato di calci e si guadagnò un rigore, fallito da Giannini. Coglie qui l’occasione per parlare del difficile rapporto dei tifosi giallorossi con la squadra in quel periodo, mentre scorrono le immagini di Giannini letteralmente preso d’assalto in auto all’uscita da Trigoria, poichè ritenuto il capro espiatorio della sconfitta nel derby.

Totti prende il posto del Principe nel momento in cui a Giannini non viene rinnovato il contratto. Il discorso sull’ex capitano giallorosso si conclude col ricordo del suo triste addio al calcio, in cui i tifosi giallorossi si macchiarono di un’invasione di campo e di incidenti sugli spalti, in polemica con la società. Si vedono Totti, Giannini e Bruno Conti a centrocampo, col Principe che prende il microfono e cerca di calmare gli animi: “non doveva finì così”. Non doveva finire così.

Dismesso il Principe, Roma ha già accolto il suo nuovo Re, e con la nuova società del presidente Franco Sensi prepara la scalata ai vertici del calcio italiano, con Totti come faro della Roma e della nazionale, un giocatore capace di costringere la dirigenza a cacciare un allenatore, l’argentino Bianchi, che ne chiedeva la cessione poichè voleva liberarsi della “romanità” a vantaggio di calciatori stranieri ritenuti più pronti (come Jari Litmanen). Un tema problematico, quello della Roma ai romanisti, che ricorrerà non solo nella carriera del Capitano ma anche oltre (le vicende di De Rossi e Florenzi sono altrettanto esemplificative).

Dopo lo Scudetto della Lazio nella stagione 1999-2000, che getta i romanisti nello sconforto, Sensi acquista Batistuta e la Roma compie il definitivo salto di qualità. Finalmente i giallorossi vincono lo Scudetto, una stagione, quella del 2000-01, che Totti ripercorre nei particolari.

L’attenzione si sposta poi sul suo splendido rapporto con Cassano (“era come un fratello minore, dentro e fuori dal campo ci trovavamo a meraviglia”) e sulla corte del Real Madrid. Totti giustifica con l’affetto dei tifosi e sulla volontà di sposarsi e mettere radici nella città il suo rifiuto dei Blancos. Le immagini si concentrano su Ilary Blasi e sulla loro storia d’amore, che vive il primo momento di clamore mediatico durante il famoso derby in cui Totti, dopo il gol della staffa, esulta con la maglietta “6 Unica”. I due si sposano in una cerimonia in diretta che incorona il nuovo re e la nuova regina del gossip italiano. Totti diventa “Er Pupone” per contrapporsi alla “Letterina” Ilary, in un’epoca in cui il binomio calciatore-showgirl era all’apice. Ma, sottolinea Totti, tutte le storie finivano, mentre lui vedeva nella Blasi la donna della sua vita.

Totti parla quindi del suo rapporto con Spalletti, ritenuto inizialmente l’allenatore giusto per il dopo Capello, unico Mister dai tempi del Barone Liedholm (con i vari Falcao, Conti, Di Bartolomei, Pruzzo) capace di riportare lo Scudetto nella Roma giallorossa.

Il primo Spalletti mette il Capitano al centro dell’attacco, consentendogli di vincere la Scarpa d’oro, un periodo che Totti ricorda quindi con estremo favore.

L’infortunio nel febbraio 2006 sposta la narrazione sul tema nazionale e sul rapporto con Lippi, che fino all’ultimo attende il recupero del fuoriclasse giallorosso per portarlo in nazionale.

Il racconto dei vittoriosi mondiali del 2006pone l’accento sul rigore decisivo calciato da Totti contro l’Australia. Nelle immagini che scorrono sullo schermo, Pirlo raccoglie fra le mani la testa del Pupone, “il rigore lo calci tu” , mentre tutti si dileguano letteralmente. Totti non può sbagliare, e non sbaglia. Un rapido accenno alla coesione e alla forza del gruppo, e via col resto del film.

Totti celebra la vittoria delle due Coppe Italia, ma riconosce che, quando perde la testa, è capace di compiere errori moralmente inaccettabili. Dal calcio a Balotelli allo sputo a Poulsen, fino allo spintone, di cui si scusa, al suo inseparabile amico, nonchè personal trainer, Vito Scala. A lui sono dedicate probabilmente le parole più belle all’esterno della cerchia familiare.

Il finale è dedicato alla faida con Spalletti, (“me voleva caccià da Trigoria, da casa mia”), e alla difficoltà di incidere con pochi minuti a disposizione negli ultimi due anni di carriera (“ma io sapevo di stare bene, di poter giocare ed essere decisivo, solo che lui non mi vedeva e non perdeva l’occasione per criticare me e solo me davanti a tutti”). Pallotta gli rinnova comunque il contratto per un’ultima stagione, ed è qui che riparte la narrazione sul “presente”, con Totti ripreso in modo onirico all’interno dello stadio Olimpico, la notte prima della sua ultima partita in carriera, contro il Genoa.

La Roma vince e per Totti c’è spazio, anche se solo per pochi minuti. La partita termina col Capitano che tiene palla accanto alla bandierina per far scorrere il cronometro. La Roma si qualifica alla fase a gironi della Champions League, missione compiuta, ora può partire la festa. Totti va negli spogliatoi mentre tutto lo stadio si prepara a salutare il suo Re. Con un’ultima spinta morale di Vito Scala, rientra in campo in lacrime e raccoglie l’applauso commosso della sua gente, da Capitano, per l’ultima volta.

La famiglia e i fan al gran completo gli rendono omaggio riprendendo la sua maglia celebrativa (quella dell’amore dichiarato a Ilary Blasi), con la scritta “6 Unico”.

L’uscita di scena è dedicata al pensiero del Totti post carriera da calciatore: “sono sicuro che il futuro mi riserverà grandi sorprese”, poi un pallone rotola verso di lui, “riavvolgi un po’ il nastro…”