La tragedia romantica del calcio: tra fede, pandemia e nostalgia

La tragedia romantica del calcio: tra fede, pandemia e nostalgia

Novembre 11, 2020 Off Di Redazione

Attraverso contributi originali dei nostri lettori, la redazione di Football&Life offre un breve spunto per considerare e riconsiderare l’aspetto nostalgico del calcio e della memoria ai giorni nostri. Il romanticismo non è tutto, ma è ancora importante per molti tifosi. Ed è qualcosa che dobbiamo portarci dietro quando questa pandemia sarà finita.

Andrea Lorello: il mio calcio romantico

L’amore si manifesta in molteplici sfumature, tempi, luoghi. Non ci sono certezze quando si parla d’amore.Tranne una: l’amore è sempre irrazionale. Se è pensante non è amore. Una delle più grandi manifestazioni di questo sentimento che domina l’universo, è quella per il football.

Non è un caso se parlo di football e non di calcio. Il football moderno richiama la sua nascita in Inghilterra, nel lontano ‘800. Quello sì che era romanticismo del pallone. Oggi quando si parla di calcio moderno lo si fa spesso con accezione negativa. Le ragioni sono molteplici ma possono essere ricondotte ad una sola: denaro e potere. Attenzione, il tema non è calcio e società contemporanea. Non è mio intento raccontare le ormai note schifezze del calcio italiano.

A queste non c’è soluzione, se non tornare con la macchina del tempo nel ‘800 inglese. Piuttosto mi chiedo quanto possa essere forte l’amore per il football dopo aver sopportato calciopoli, la pandemia da covid-19, il tradimento di Sarri. Le tristi note vicende hanno scalfito la nostra passione, hanno messo a dura prova l’amore. Ci sentiamo scoraggiati, la malinconia sale ma noi siamo sempre lì, in trincea, a seguire le sorti del football.

Forse quel romanticismo del ‘800 non è del tutto svanito. E’ tra noi, tra i nostalgici consapevoli di un calcio che non tornerà più. In fondo la nostalgia stimola il ricordo e fa scappare sempre un sorriso. E spesso la felicità è un ricordo o, per citare il grande Antonio De Curtis, un attimo di dimenticanza. Ma non si vive solo di ricordi. L’amore va coltivato giorno dopo giorno e nel nostro caso, domenica dopo domenica, sennò rischia di svanire.

Nel football non è proprio così. D’altronde, per citare un film argentino che ritengo tra i più belli di sempre (ha vinto anche un Oscar per il miglior film straniero dieci anni orsono), El secreto de sus ojos, puoi cambiare tutto: casa, macchina, moglie o marito ma non la squadra del cuore. Agli occhi degli altri sembrerà folle ma la follia è irrazionale. Non capiranno mai. Tanto tutto ciò che conta siamo noi. Gli ultimi nostalgici di un pallone che non tornerà mai.

 

Alessandro Amodio: il giorno in cui incontrai Del Piero

Conobbi Del Piero sul treno per Milano Rogoredo, il giorno della finalissima degli Europei 2016. Alex si stava recando negli studi SKY per commentare la partita, io tornavo dalla tre giorni di Torino, dove il giorno precedente l’Italbasket di Ettore Messina aveva mancato la qualificazione alle Olimpiadi contro la Croazia di Coach Aza Petrovic (il fratello del grande Drazen) e degli atleti NBA Dario Saric e Bojan Bogdanovic.

Gli feci alcune domande sui mondiali e scambiammo qualche battuta sul basket, di cui Alex è appassionato, poi gli chiesi con sincero stupore: “Alex, ma se sei ufficialmente ritirato e hai smesso di girovagare per il mondo inseguendo un pallone, perchè non hai fatto una partita d’addio, avresti riempito lo Stadium in 20 minuti”.

Mi rispose: “non credevo ce ne fosse affatto bisogno, anzi, davvero non mi interessa, perchè la mia festa è stata allo Stadium, il giorno di Juventus-Atalanta, la mia ultima partita, raccogliendo con lo Scudetto nel nuovo stadio l’abbraccio e il calore sincero della mia gente. Ero felice durante quel giro di campo, mi è bastato quello”.

Ecco, Del Piero, Totti, Maldini, sono il calcio italiano degli ultimi 25 anni. Bandiere come queste, di tale livello, credo sia ciò che manca al calcio oggi. Questo è il romanticismo che mi piace e che si sta perdendo. La possibilità di identificarsi non sono con una maglia ma anche con dei calciatori che ne rappresentino i valori.

 

Luca Sisto: un pensiero per Gabriele Sandri e spunti per una nuova società e un nuovo calcio

Oggi sono 13 anni dall’omicidio di Gabriele Sandri. Per troppo tempo, media e forze dell’ordine hanno cercato di giustificare quell’inspiegabile assassinio con le dinamiche della violenza ultras, del tutto inadeguata in quel caso a fornire un’adeguata versione dell’accaduto.

Sandri era un cittadino italiano, tifoso della Lazio, e come tale andava protetto dallo Stato. Lo Stato, nella persona dell’agente Spaccarotella, gli ha invece tolto la vita senza una motivazione valida. Lo dicono, finalmente, le carte processuali.

Ma il mio non è romanticismo ultras, tutt’altro. Nè tantomeno un J’accuse nei confronti delle forze dell’ordine. Siamo tutti esseri umani, e purtroppo non è l’impiego e non è la divisa a fare l’uomo, semmai il contrario.

Oggi, che dobbiamo accontentarci di uno sport (perchè non c’è solo il calcio) senza pubblico. Oggi, che per citare Bruce Lee “dobbiamo adattarci al cambiamento, per mantenere un status ottimale”, laddove ottimale vuol dire “il meglio possibile” dal punto di vista sanitario e della sicurezza di comuni cittadini e atleti, dobbiamo renderci conto che un nuovo modello di sport è possibile, ma soprattutto necessario.

Dobbiamo, quando questa pandemia sarà un brutto ricordo, portare con noi il calore umano, di tifosi e appassionati. Ma è necessaria una rivalutazione dei rapporti fra Stato e cittadini. Gli stessi cittadini puntualmente tirati in ballo mediaticamente, come violenti, menefreghisti, untori. Ecco, l’emergenza sanitaria ci racconta un’Italia diversa. La nuova terribile crisi economica ci racconta un Paese diverso. Un Paese in cui lo Stato, ancora una volta, non è capace di assumersi la responsabilità di proteggere i propri cittadini, nè di salvaguardarne la salute fisica e finanziaria. Facile gettare la croce addosso al capro espiatorio di turno: i tifosi, i runner, i ragazzi in vacanza, al bar, le feste private. Ma dov’era la prefettura di Milano quando Atalanta-Valencia è diventata una bomba di contagio? Forse a fare aperitivo al bar all’hashtag #milanononsiferma? Dov’era lo Stato, quando Alzano Lombardo, Nembo e chi più ne ha più ne metta, rendevano i cittadini del bergamasco martiri nelle bare trascinate fuori città dai militari?

Dov’era il piano di gestione dell’emergenza sanitaria affidato alle regioni e tanto a lungo richiesto dalla UE? Ve lo diciamo noi. Solo Svizzera e Germania vi si sono adeguate. E basta guardare la gestione della ripartenza in Bundesliga, che caso per caso ha fatto dietrofront sulla presenza dei tifosi allo stadio, nonchè le percentuali di letalità del virus in Germania, per farsi un’idea di ciò che abbiamo sempre pensato: in Italia è facile perdere fiducia nei governanti e nelle grandi aziende sanitarie e infrastrutturali che si occupano del Paese.

E ora che manager e AD di autostrada sono finiti in manette, ne abbiamo avuto l’ennesima riprova.