23 Novembre 1980: il sisma in Irpinia e il caso di Sant’Angelo dei Lombardi

23 Novembre 1980: il sisma in Irpinia e il caso di Sant’Angelo dei Lombardi

Novembre 23, 2020 Off Di Redazione

Chi ricorda quella domenica di fine novembre di 40 anni fa, afferma per prima cosa che il clima fu stranamente mite, con un cielo rosso arancio inusuale.

Sant’Angelo dei Lombardi dista 50km dal casello di Avellino Est. Una volta usciti dalla superstrada (SS Ofantina), dopo un centinaio di metri ci si imbatte in una piccola piazza, la quale costituisce il centro del paese. Proprio là, dove sorgeva Palazzo Iapicca, vi era il Bar Corrado (nella foto di nuovairpinia.it), dove molte persone si erano radunate per assistere al secondo tempo del big match di Serie A Juventus-Inter, in programma in differita RAI grazie a Domenica Sprint.

In tutta l’Irpinia, dal punto di vista calcistico, è una domenica di festa: i lupi di Mister Vinicio nel pomeriggio al Partenio, con un pirotecnico 4-2 avevano avuto la meglio sull’Ascoli e cominciavano a credere in una insperata salvezza, vista la penalizzazione di -5 con cui avevano iniziato la stagione.

Era questo il primo campionato del dopo calcioscommesse. Quelli che avevano pagato, lo avevano fatto anche per salvare la faccia di un movimento in disgrazia, nonostante un talento nazionale che aveva proposto una grande Italia nel ’78 e che, di lì a due anni, avrebbe riportato gli Azzurri sul tetto del mondo.

L’Italia, dopo il fallimento del ’66, aveva finalmente riaperto agli stranieri, uno per squadra al massimo. L’Avellino si era impreziosito con l’ala brasiliana Juary, che quel giorno segnò, ballando accanto alla bandierina, un gesto inconsueto per il nostro calcio, quell’esultanza così esuberante.

Alle 19.00 la RAI offre la replica di Juventus-Inter terminata 2-1 per i bianconeri, le reti tutte nella ripresa che le immagini stavano trasmettendo per diritto di programmazione. Quel campionato si risolverà con la vittoria bianconera al fotofinish su Roma e Napoli, con l’Internazionale campione uscente più staccata. Sarà la stagione delle polemiche per il famigerato “gol de Turone”.

Alle ore 19:34 la terra comincia a tremare forte. Quei 90 secondi cambieranno per sempre l’Italia e raderanno al suolo diversi paesini dell’Irpinia, luoghi già tagliati fuori dalla società, dediti ad una vita semplice e lontani dalle grandi rotte autostradali. Le TV erano concentrate nel bar del paese e in pochissime case di famiglie agiate, una, massimo due per comune.

Il terremoto raggiunge l’ottavo-nono grado della scala Richter colpendo un terreno fragile e montagnoso, molto complesso da raggiungere per i soccorsi, ma questa non è affatto una giustificazione per i ritardi degli stessi.

Gli edifici crollano, interi paesi distrutti che non esisteranno più, tante vite spezzate. Tutto questo in quei maledetti 90 secondi, un’eternità per un evento catastrofico di tale portata, i cui effetti devastanti a 40 anni di distanza sono ancora tangibili. Da quei momenti drammatici che hanno cambiato per sempre la storia dell’Italia meridionale e la percezione stessa del tema dell’assistenza, è possibile estrapolare diversi aneddoti per comprendere appieno la tragedia.

Tra questi, il potere sociale del calcio come fenomeno di resilienza e riscatto. L’allora capitano dell’Avellino Salvatore Di Somma (nella foto wikiwand con Juary) racconta che dopo la scossa scese in strada per aiutare a scavare tra le macerie, incontrando una signora che aveva perso tutto. La donna, ricoperta dalla polvere gli disse: “Salvatò che tragedia mammamia, non è rimasto più niente. Però oggi che bella vittoria che abbiamo fatto eh!?”.

Palazzo Iapicca, costruito solo 17 anni prima e nuovo simbolo della rinascita santangiolese, crolla portandosi dietro il bar Corrado (che l’aveva adibito a nuova sede) e la memoria di un intero paese, di cui la famiglia Corrado era la più vivida rappresentazione sin dagli inizi del Novecento. Si stima che a Sant’Angelo dei Lombardi, in media, ci fu un morto per famiglia. In totale il sisma fece solo in quel comune 482 vittime su una popolazione di poco più di 5000 abitanti, già svuotata dai fenomeni di emigrazione delle decadi precedenti.

In TV, Emilio Fede la sera del sisma presenta il TG: “terremoto in Irpinia, non si registrano danni a cose o persone”. Inquietante. Mezz’ora dopo il disastro, che colpirà edifici e palazzi dell’intera Campania (a Napoli, zona Via Stadera, crollò un intero palazzo con oltre 50 vittime) e i paesi dell’Appennino delle regioni limitrofe, l’Italia dei media nazionali ancora non ha minimamente compreso la portata del disastro. I morti saranno tremila, gli sfollati 250mila, ma senza informazioni corrette la macchina dei soccorsi dello Stato non si sarebbe messa in moto prima del martedì successivo.

I titoli del Mattino, nel giro di due giorni, cambiano completamente spartito, fino al famosissimo “Fate presto” di mercoledì 26 novembre, a tutt’oggi inno di dolore di un Paese distrutto.

Il governo tace. Ed è in quel momento che il Presidente della Repubblica Pertini, cambia decisamente il paradigma dell’Italia repubblicana, vestendo la parte dell’Uomo di Stato e svestendo i panni della figura “notarile” che fino ad allora aveva contraddistinto la carica.

Sandro Pertini, che rivedremo sorridente solo due anni più tardi, si reca personalmente sui luoghi del disastro.

Nel documentario di Lina Wertmuller, un uomo si avvicina al Presidente: “non abbiamo bisogno di parole, sono due giorni che aspettiamo!”. Pertini è lacerato, commosso risponde “No no, le parole non servono, dimostreremo con i fatti che lo Stato c’è”.

Forse scosso dalla vista delle macerie di paesi già di per sè fra i più poveri e semplici della penisola, Pertini appare in TV il giorno successivo, da Roma: “chi ha sbagliato, e lo Stato ha sbagliato, ci sono carenze legislative evidenti, pagherà un prezzo proporzionato al danno che non è stato capace di prevedere e di gestire”.

Il prefetto di Avellino viene cacciato. Si dimette il Ministro dell’Interno del governo Forlani, il DC Rognoni, ma lo stesso Pertini respingerà le dimissioni invitando DC, socialisti e comunisti alla responsabilità di Stato.

Nasce un nuovo modo di gestire le emergenze, con la Protezione Civile che dopo il terremoto sarà il mezzo con il quale lo Stato tenterà di raggiungere i luoghi del disastro gestendo aiuti e ricostruzione.

Vengono stanziati 50mila miliardi di lire, ma quando si parla di soldi, si parla di opportunità. E quando si parla di opportunità, non solo in Campania, si parla di camorra. Sui fondi per la ricostruzione mettono le mani le famiglie camorriste. E’ una fonte inesauribile di ricchezza, in una regione già sconvolta da una media di 250 omicidi di malavita all’anno per le guerre fra clan, gestire quel denaro vuol dire accrescere un potere di lungo periodo col quale lo Stato, rallentato dalla macchina burocratica, si troverà presto a fare i conti.

Il Sindaco di Pagani (comune salernitano dell’agro nocerino-sarnese), Marcello Torre, viene ucciso per ordine di Raffele Cutolo, capo della NCO, già l’11 dicembre 1980, per essersi rifiutato di concedere ad una società proposta dalla camorra l’appalto per la rimozione delle macerie. Alla sua memoria, è oggi intitolato lo stadio cittadino, con la Paganese che milita da tempo in serie C.

La camorra mette le mani su aiuti, appalti per la ricostruzione, tendopoli, roulotte, piani urbanistici di rilocazione degli sfollati. E lo Stato lascerà fare. Il terremoto del 1980 è una sconfitta enorme per l’Italia. La commissione d’inchiesta per la valutazione dei lavori successivi al terremoto dell’Irpinia, istituita nel 1989 e presieduta da Luciano Violante, accerterà solo due anni dopo, nel 1991, responsabilità e lacune della macchina statale e infiltrazioni camorristiche negli apparati della burocrazia. E’ il preludio alla deflagrazione degli scandali che distruggeranno la Prima Repubblica, con Tangentopoli e la dissoluzione della DC.

In Campania, i lavori per la ricostruzione danno vita ad agglomerati suburbani in cui la camorra dominerà senza tregua: dalle Vele di Scampia al Villaggio Coppola, luoghi che dovevano essere simbolo di rinascita si riempiono di sfollati in stato di totale abbandono, una questione di cui ancora oggi vediamo gli effetti.

Nelle parole dell’amico Gaetano Capaldo, che per Diario Partenopeo si è occupato per anni di scandagliare le inchieste sui danni del terremoto a Napoli e in Campania:

“Sappiamo quello che sono state Napoli e la Campania con il terremoto. Non sapremo mai cosa sarebbero state senza. Vele, litorale Domizio. Nel cemento di Scampia e nei palazzi sventrati di Castel Volturno c’è il prezzo pagato per una tragedia naturale, imprevedibile e inaspettata. Forse le cose sarebbero andate diversamente, forse no. Non sapremo mai se quelle sacche di disperazione e povertà generate dal sisma sarebbero potute fuggire dal richiamo ammaliante della camorra. Una cosa è certa. L’eredità del terremoto è andata oltre i tubi innocenti che per anni hanno sostenuto gli edifici del ventre molle di Napoli. E non è solo un debito fuori bilancio da ottanta milioni apparso come per magia, qualche anno fa, tra le carte del Comune. Ma è la convinzione, suffragata dalla tragicomica ricostruzione e dagli avvenimenti degli anni a seguire, che le cose da queste parti sono e saranno sempre più difficili. Solo i fasti maradoniani hanno spezzato quell’amara certezza che, sotto il Vulcano, il cane morde sempre lo stracciato”.

La commissione d’inchiesta stima che, dei 250mila sfollati del sisma, 11 anni dopo ancora 30mila persone vivano nei container provvisori installati nelle stesse zone terremotate.

Sant’Angelo dei Lombardi, solo tre anni fa, nel 2017, ha raggiunto una quota di ricostruzione del 97%.

Martin Scorsese, acclamato regista hollywoodiano la cui famiglia è originaria dell’Irpinia, dirà alla Wertmuller:

“Un evento del genere è un qualcosa di superiore, ma la mia preoccupazione è che, senza le persone, senza gli oggetti e i luoghi in cui esse si riconoscevano, si possa perdere la memoria. Una società agricola, di montagna, semplice, è rappresentata da pochi elementi e dalla parcellizzazione delle competenze: io so che quel bar fa quel gelato, fa quel caffè; so che in quella casa troverò un sarto, un artigiano; so che in quel palazzo vive il Sindaco che ho votato; so che in quel negozio troverò gli attrezzi per arare la terra”.

Prima che si mettesse in moto l’Italia intera, il giorno successivo al sisma, dai comuni della Campania che avevano compreso, dai danni, la portata della tragedia, sopraggiungono nei luoghi disastrati numerose vetture con aiuti di viveri e di braccia. Braccia che servivano a scavare e viveri per sfamare chi aveva perso tutto. Come affermerà successivamente Pertini: “svuotate gli arsenali e riempite i granai”, in una delle sue frasi ad effetto.

Tra questi, il Sig. Amodio che, col suocero, fra i primi si reca a Sant’Angelo dei Lombardi, aiutando a liberare un’intera famiglia dalle macerie. Il Sig. Amodio, scavando, ritrova uno scrigno pieno di oggetti più o meno preziosi e lo consegna ai carabinieri. Era il simbolo di una famiglia che non aveva denaro, ma viveva di agricoltura e utilizzava il baratto e il pegno per approvvigionarsi di tutto l’occorrente ad un’economia di sussistenza. E che aveva ormai perso tutto.

Ricorda ancora Amodio:

“Tempo dopo il sisma ci recammo nuovamente a prestare assistenza alla cittadinanza santangiolese. Per evitare il propagarsi di epidemie la Protezione Civile aveva sparso su diversi edifici crollati, calce e cemento. Sotto quelle macerie c’erano ancora i corpi irrecuperabili delle vittime, sepolti dalle stesse case che avevano costruito con le loro mani”.

Un uomo giunge da Pisa a Sant’Angelo con il suo furgone privato per prestare soccorso. Più tardi dichiara:

“Il 90% delle case era andato distrutto, ma vidi passeggiare un signore ben vestito, uno dei rari borghesi locali, che parlottava con carabinieri e autorità sui luoghi del disastro. Vidi poi quell’uomo avviarsi verso casa, una villa con ampio terreno circostante che, quella no, non era stata danneggiata affatto. Il giorno successivo cominciarono a giungere roulotte e camionette con viveri e mezzi di soccorso, ma nessuno sapeva dove fosse più sicuro parcheggiarle. Così, poche ore dopo, erano tutte nel suo cortile”.

Sulle vicende storiche della famiglia Corrado, Elisa Forte ha scritto un libro: “Bar Corrado, una vetrina del ‘900 santangiolese”, dal quale alcune delle informazioni presenti in questo nostro pezzo traggono ispirazione.

Nelle sue parole:

“Se i punti di riferimento della vita quotidiana, che sono la piazza, il mercato, la chiesa, la piazzetta dove giochi a pallone, il bar dove ti ci vedi, la panchina dove sogni un futuro migliore, e altro, ti vengono meno, ti scompare diciamo la tua storia, il tuo senso di appartenenza, non ti identifichi più”.

Quella notte a Sant’Angelo crolla anche l’ospedale di nuova costruzione. Eppure, nel 1975, la Regione Campania aveva ricevuto un dettagliato rapporto sulle violazioni e sugli abusi edilizi in atto nel paese. Informazioni che tre anni dopo portarono a varie condanne di costruttori e tecnici, ma nessuno intervenne sulla sicurezza degli edifici del Paese.

Oggi 23 novembre 2020, 40 anni dopo, il nostro ricordo va a chi quel giorno ha perso tutto e a chi quella notte non ha potuto raccontarla. Per questo, come tanti, abbiamo provato a farlo anche noi. Perchè l’uomo non è nulla, senza la memoria.

Tornando al calcio, vi lasciamo con un messaggio di speranza.

Questo è lo stadio comunale di Sant’Angelo dei Lombardi, dove gioca la società dilettantistica e dove si allenano i ragazzi della SS. Giuseppe Sincolfi, fiore all’occhiello e punto di riferimento calcistico per Sant’Angelo e per i paesi limitrofi, gli stessi colpiti dal sisma dell’80. La società ha valenza regionale ed è seguita da osservatori a livello nazionale, essendo stata l’under-15 inserita nel raggruppamento regionale con lo stesso Napoli calcio nel 2019. Grazie alla SS. Sincolfi, i giovani irpini possono assaggiare il vero calcio e rilanciare il proprio futuro attraverso lo sport.