Maradona il mito raccontato a chi ama Diego senza averlo vissuto

Maradona il mito raccontato a chi ama Diego senza averlo vissuto

Novembre 27, 2020 Off Di Redazione

Diego Maradona il mito raccontato da Gaetano Capaldo, un omaggio al D10S per tutti coloro che lo amano senza averlo vissuto.

Maradona l’ho visto per una sola volta, nel 2017, a Palazzo San Giacomo. Ero lì per seguire la cerimonia per il conferimento della cittadinanza onoraria che avrei poi resocontato sulle colonne del mio giornale. Quando l’ho visto apparire mi sono convinto che sì, esisteva davvero. Non era un’illusione collettiva, una favola raccontata a noi bambini per renderci orgogliosi.

Quelli come me, nati a Napoli a metà degli anni Ottanta, non hanno vissuto la sua epopea per ovvie ragioni anagrafiche. Sono nato nel 1986, poco più di un mese prima del gol del secolo. Avevo un anno il giorno del primo scudetto, tre anni il giorno della vittoria della Coppa Uefa, dovevo farne quattro a giorni quando vincemmo il secondo campionato. Non ricordo niente. Solo un flashback di Napoli-Inter 2-0, stagione 1989/90, la mia seconda partita allo stadio San Paolo. La prima era stata Napoli-Fiorentina 3-2. La partita del ritorno, del rigore sbagliato, della rimonta. Anche se non ricordo nulla, ancora oggi mi vanto che quella sia stata la mia volta. In entrambe le occasioni andai con mio padre. Vivevamo lontano da Napoli, in Calabria, e quando tornavamo c’era tanta voglia da parte sua di andare allo stadio per far propria un’epoca che, per motivi di lavoro, stava vivendo lontano da casa. Non ricordo neanche quando Diego andò via nel 1991, perché non avevo ancora cinque anni.

I miei ricordi iniziano nel 1992 quando, tornato a Napoli, ho iniziato a seguire il calcio e gli avvenimenti quotidiani con una certa consapevolezza. A quel punto Maradona non era più la variabile dell’espressione della nostra napoletanità acerba, era un numero dato. Il nostro background di partenopei prevedeva questa pietra angolare, l’empatia e l’amore incondizionato per un uomo che, nei racconti dei grandi, rappresentava l’Invincibile. Dunque, a fianco dei supereroi commerciali, ne avevamo uno in più, che mettevamo al primo posto. Etereo, intangibile. Sapevamo – o almeno avvertivamo – che non sarebbe mai tornato a giocare nel Napoli ma quando la squadra scendeva in campo non mancava la fantasia di immaginare che “se ci fosse stato Maradona” sì, sarebbe stato diverso. L’ho visto solo una volta in diretta: Argentina-Grecia, mondiali 1994. Segnò un gol stupendo per poi esultare con uno sguardo demoniaco nella telecamera. Un’esultanza iconica e liberatoria, che generò l’entusiasmo di tutta Napoli. Quel giorno, a casa di mia nonna, presi posto dinanzi al televisore in modo quasi sacrale. Non era una partita, era la partita dove giocava Maradona. E avevo il privilegio di poterla vedere.

Nel frattempo, a fronte della grandezza generata nelle nostre menti, Diego viveva le ben note peripezie. Crescendo ho imparato a mettere da parte i giudizi sulle sue scelte di vita. E man mano che mi documentavo ho iniziato a pensare che non mi sarebbe piaciuto vivere la sua vita. Un’esistenza in mezzo alla gente ma solitaria, costretta, inquinata da amicizie interessate e da incontri equivoci. Un circuito oliabile solo dall’emozione di vizi autolesionistici. Napoli lo ha adottato e lo ha adorato ma, in quei meravigliosi sette anni, ha finito per sfibrarlo, succhiando fino all’ultima goccia della sua linfa. E non poteva essere altrimenti.

Maradona non ha fatto altro, fin da quando è nato, che andare incontro al suo destino. Esistono miliardi di serrature ma ogni chiave ne apre solo una. Quella di Maradona era fatta per aprire il cuore di Napoli. Doveva arrivare già nel 1978 quando l’allenatore azzurro dell’epoca Gianni Di Marzio, tornò da un viaggio in Argentina con gli occhi incantati, proponendo a Ferlaino di ingaggiare un ragazzo che giocava come un Dio. All’epoca non era possibile tesserare stranieri, occorreva prenderlo e parcheggiarlo in prestito in Svizzera, in attesa che il divieto venisse meno. Fortunatamente non andò così. Maradona ebbe la possibilità di costruire un’altra epica, con la sua squadra del cuore. Andò al Boca e divenne l’idolo dalla Bombonera. Il sogno suo e del suo papà.

Un ulteriore segno del destino arrivò nel 1982 quando in un’intervista gli fu chiesto in quale squadra italiana gli sarebbe piaciuto giocare. Poteva rispondere la Juve di Platini, l’Inter di Altobelli, la Roma di Falcao. Rispose il Napoli. Perché ci giocava Ramon Diaz, il suo compagno di scorribande all’epoca della nazionale giovanile, con cui aveva un’intesa perfetta. Arrivò due anni dopo, in una maniera da film, a testimoniare che il suo destino era segnato. La chiave stava entrando nella toppa. Mise in chiaro che lui voleva diventare l’idolo dei ragazzi poveri di Napoli. Dei poveri. Degli altri. Degli ultimi. Impersonò il concetto di contro nella città che è contro per eccellenza. Riscattò anni di umiliazioni sovrastando chiunque. Beccò sputi, improperi, cori razzisti, striscioni vergognosi, tirò fuori il petto e restituì con gli interessi. Il migliore per distacco, senza ombra di dubbio. Sapeva che per far trionfare il Napoli, società che solitamente contava come il due di coppe quando la briscola è a bastoni, occorreva la perfezione. Sapeva che per vincere doveva far paura, e seminò terrore in tutte le difese. Riuscì. Fu allenatore, direttore sportivo, team manager, uomo immagine. Capì il significato identitario che la squadra riveste per la città e assunse un’ulteriore responsabilità: quella del capopopolo. Parlò da napoletano e divenne ambasciatore della napoletanità. I sette anni furono un ottovolante che lo portarono a donarsi fino all’ultima goccia più di quanto avrebbe fatto un vero napoletano. Fino alla notte di Mosca.

Per me l’epopea Maradona a Napoli si è chiusa lì, nella neve di Spartak-Napoli. L’eliminazione ai rigori dalla Coppa dei Campioni lo convinse a lasciarsi andare. Sapeva di essere fuori controllo, risucchiato nel vortice della coca e delle prostitute. Lo scippo di Italia ’90 lo aveva distrutto. Era stato deposto e l’ingiustizia lo segnò profondamente. Solo il sogno di poter vincere la Coppa dei Campioni avrebbe potuto dargli la forza. Si drogava nei primi giorni della settimana, in modo da essere almeno arruolabile per la partita della domenica. Non partì con la squadra per Mosca, non si presentò neanche, stava dormendo a casa sua. Poi rinsavì, ripensò al suo sogno e partì in fretta e furia, con un volo privato. Arrivò a tarda notte, entrò nel secondo tempo e fu testimone di un’eliminazione amara e sfortunata. Finì tutto lì. Sapeva che non ci sarebbero stati altri scudetti e che il suo reame stava per concludersi. Forza e determinazione si erano esaurite. L’immagine di Maradona che alza la Coppa dei Campioni nel cielo di Bari dinanzi a cinquantamila napoletani è rimasta nella sua mente e nella nostra. Lanciato senza freni andò a sbattere pochi mesi dopo. Andò via di notte, senza salutare, e anche questo fu un segno. Ci avesse lasciato con una partita di addio, con un giro di campo, avrebbe sancito il distacco. Io sono io, voi siete voi, arrivederci e grazie, ci vediamo, è stato bello. Invece ha continuato a incombere su Napoli. Andando ancora una volta incontro al suo destino: diventare lui stesso napoletanità.

 

Gaetano Capaldo, fondatore e direttore di Diario Partenopeo, con alle spalle fruttuose collaborazioni con Area Napoli e altre testate campane, curatore di un blog di sport per Fanpage.it, ci ha regalato questo scritto. Gliene siamo grati e l’abbiamo riportato così come Gaetano l’ha concepito.