Maurizio Schillaci: storia di un uomo che non ce l’ha fatta

Maurizio Schillaci: storia di un uomo che non ce l’ha fatta

Dicembre 4, 2020 Off Di Alessandro Amodio

La storia di Maurizio Schillaci, cugino di Totò, da calciatore professionista con la maglia della Lazio a Clochard alla stazione di Palermo.

Art. 2 Costituzione Italiana:

La Repubblica riconosce e garantisce i diritti
inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle
formazioni sociali ove si svolge la sua personalità,
e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili
di solidarietà politica, economica e sociale.

Notti Magiche e Notti Tragiche

Quando si dice “Schillaci” il pensiero va subito alle notti magiche di Italia ’90.

L’ex bomber di Palermo e Juve, ai Mondiali casalinghi è ricordato come capocannoniere e giocatore simbolo della manifestazione.

Il suo urlo di gioia dopo ognuno dei 6 gol messi a segno, era lo stesso di un intero Paese. Gli occhi spiritati del campione in trance agonistica, Totò sembrava attrarre il pallone verso di sé come una calamita. Era sempre al posto giusto al momento opportuno. Non importava come colpisse il pallone: andava dentro ugualmente.

L’Italia di Schillaci pur non vincendo i Mondiali, resterà sempre nel cuore degli appassionati e dei tifosi. E il nome di Totò sarà associato negli anni a venire a quelle notti.

La storia che stiamo per raccontare, tuttavia, ha ben poco di magico.

La storia in questione è quella di Maurizio Schillaci, cugino del più famoso Totò, anch’egli con un passato da calciatore professionista. A detta di chi li ha visti giocare, pare che Maurizio fosse molto più bravo del cugino, anche se quando gli pongono questa domanda, con umiltà lui risponde: “Non sono io a dirlo, lascio che lo dicano gli altri”.

Chi è Maurizio Schillaci? Perché la sua storia è così interessante?

Come anticipato, è un ex calciatore professionista: ha militato, seppur per un breve periodo, nella Lazio, anche se le sue fortune le ha fatte con la maglia del Licata, squadra in cui era il pupillo del suo allenatore, un certo Zdenek Zeman. A Licata mette in mostra tutto il suo talento, dopo due ottime stagioni in Sicilia passa ai biancocelesti in Serie B.

Nella capitale vive momenti difficili, dovuti a problemi fisici e un’errata diagnosi medica, accusato ingiustamente di fingere per non giocare, qualificandolo come “malato immaginario”. Lo ritenevano appagato dal “contrattone” da mezzo miliardo di Lire a stagione, insinuavano non avesse più voglia di faticare.

Lì comincia il calvario e la discesa vertiginosa verso il baratro in cui si ritrova oggi, non solo dal punto di vista sportivo. Ha avuto anche problemi di tossicodipendenza che oggi sembrano superati.

Attualmente non ha una casa, non ha un lavoro e non ha nessuno disposto ad aiutarlo in maniera concreta. Vive come un clochard e dorme da quasi un anno in una Fiat Panda abbandonata dopo aver dormito nei treni fermi alla stazione di Palermo.

È un uomo che ha perso tutto tranne la sua dignità, non vuole la pietà di nessuno, solo un’opportunità di lavoro. Sa benissimo quanto sia difficile lavorare, visto che non lo ha mai fatto: nella sua vita ha unicamente giocato a calcio, sin da ragazzino.

Spesso raccontiamo e leggiamo storie in cui il calcio rappresenta un viatico per un riscatto sociale altrimenti non possibile, la nostra stessa rubrica “Lunedì Proletario” è incentrata sulle storie di calciatori che dopo aver fatto i lavori più umili sono riusciti ad approdare al grande calcio.

Per Maurizio non è stato così, anzi, lui ha assaporato il grande calcio, ha condotto, seppur per un breve periodo, una vita da ricco, per poi regredire all’ultimo scalino della scala sociale.

Questa storia, la sua storia, rappresenta l’altra faccia della medaglia di un mondo che spesso ci appare ovattato, un mondo che di fatto può tanto esaltarti in poco tempo quanto distruggerti ancor più repentinamente.

Maurizio Schillaci non ha mai attribuito ad altri la responsabilità di quanto gli è accaduto nella vita, si è assunto tutte le responsabilità ed ha pagato e sta pagando un prezzo altissimo per i suoi errori.

Ci auguriamo che la sua storia sia scevra da giudizi pseudo morali del tipo:

“Aveva i miliardi e li ha sperperati!”

“Nessuno gli ha detto di drogarsi!”

“Potrebbe fare qualsiasi lavoro solo che non vuole!”

A tutti può capitare di sbagliare nella vita. Ma l’ultima cosa che chiunque vorrebbe per se stesso è essere giudicato unicamente in nome dei propri errori. Col fine ultimo di vedersi negata un’altra chance.

Tra i doveri inderogabili di noi cittadini, così come previsto anche dalla Costituzione, vi è quello della solidarietà sociale. In fondo siamo tutti sulla stessa barca, sia quando si naviga in mare tranquillo, sia quando si è alle prese con una tempesta.