Eriksen e l’Inter di Conte: un minutaggio che non decolla

Eriksen e l’Inter di Conte: un minutaggio che non decolla

Dicembre 6, 2020 Off Di Valerio Vitale

Il problema di Eriksen nell’Inter di Conte è un minutaggio che non riesce a decollare. Eppure. L’ultimo episodio la dice lunga sul rapporto fra i due.

“Eriksen è preziosissimo nelle situazioni in cui la squadra deve congelare il pallone, sa muovere molto bene la sfera e con lui in campo la manovra è più fluida. Però gli manca cattiveria. Un conto è essere dinamici, un altro essere cattivi. E a Christian questa qualità manca”.

Parole e musica dell’allenatore del Tottenham Josè Mourinho, non proprio l’ultimo arrivato, che nel documentario targato Amazon sulla stagione 2019/2020 degli Spurs si esprime così sulle caratteristiche del centrocampista classe ’92 di Middelfart, proprio mentre si immagina una cessione del danese all’Inter. Eriksen, all’interno del documentario, è apparso come un giocatore inquieto, voglioso di lasciare gli Spurs ad ogni costo, ormai demotivato dall’avventura londinese. Spesso e volentieri, infatti, Mourinho lo relega in panchina, per poi utilizzarlo negli spezzoni finali di gara con fortune alterne. Non perché al portoghese non piaccia, sia chiaro, ma proprio in virtù della palese mancanza di stimoli del centrocampista.

Eriksen, siamo alle porte del gennaio 2020, è infatti in scadenza di contratto e non ha alcuna intenzione di rinnovare. Il presidente degli Spurs, Daniel Levy, cerca fino all’ultimo di convincerlo a restare, proponendosi di pareggiare qualsiasi offerta economica giunta da altri club al danese, ma quest’ultimo è fermo sulla sua decisione: l’avventura a Londra è al capolinea. “Voglio solo che sappiate che io credo che per me sia una buona opportunità andare all’Inter e so che loro hanno fatto un’offerta. Non è mai stata una questione economica e lo sapete”. Si esprimeva così nella passata sessione del mercato invernale il centrocampista offensivo.

Comincia un lungo tiro e molla, con il Tottenham che capisce ormai che non c’è nulla da fare per trattenere il suo gioiello, ma al contempo non ha alcuna intenzione di regalarlo. Levy ed Eriksen stringono una sorta di patto: per il patron la cifra giusta per lasciarlo partire è 25 milioni, non un centesimo in meno, altrimenti resta a Londra fino alla scadenza. Spendere 25 milioni per Eriksen, considerato il mercato odierno, è una cifra iniqua, un vero è proprio prezzo da saldo, un’offertona da Black Friday. Al contempo, spendere 25 milioni per un giocatore che da lì a 5 mesi si sarebbe potuto trasferire a parametro zero è tanta roba.

L’Inter di Conte però ci crede, spende i 25 milioni richiesti da Levy ed in pompa magna presenta Eriksen, uno dei colpi più importanti dell’ultimo decennio in Serie A. Così si immaginava, in quel fine gennaio del 2020, quando il mondo non era ancora cambiato, quando le regioni non avevano colori ed Eriksen era semplicemente il miglior centrocampista offensivo degli ultimi anni del miglior campionato del mondo, statistiche alla mano tra gol ed assist vincenti. “Credo che per me sia una buona opportunità andare all’Inter”. Erano queste le parole, dicevamo qualche riga sopra, di Christian Eriksen. Se si potesse tornare indietro nel tempo, a soli 11 mesi fa, la certezza è che Eriksen non la penserebbe più così. Discorso analogo per l’Inter che ben volentieri si risparmierebbe 25 milioni per un giocatore ai margini della rosa. Perché tra Eriksen e l’Inter l’amore non sboccia mai, come un bel ragazzo ed una bella ragazza che si corteggiano a lungo, poi si frequentano, ma arrivati a cena non sanno di cosa parlare e vorrebbero tornare al più presto ognuno a casa propria.

La colpa è di Conte, la colpa è di Eriksen? Sotto al Duomo sponda nerazzurra e sui social sembrano essere nate due fazioni, ma spesso, tornando all’amore, quando la relazione non funziona la colpa è di entrambi. Facciamo un passo indietro, fino ad arrivare ai 3 minuti di Eriksen in Inter-Bologna e le grandi perplessità del danese e dei supporters.

La prima gara utile per schierare Eriksen, appena arrivato, è Inter–Fiorentina di Coppa Italia. Conte lo getta nella mischia al 66’ senza incidere più di tanto. L’esordio in Serie A è con l’Udinese. Eriksen è titolare ma dopo 58 minuti con 13 possessi di palla persi, 34 passaggi, 4 dribbling subiti e 6 contrasti su 7 persi, il danese esce dal campo, come dicono i numeri, senza incidere. C’è il derby: Eriksen è il grande escluso. Subentra al 72’ e con una grandissima punizione per poco non fa esplodere di gioia San Siro. Poi il Napoli in Coppa Italia ed è ancora panchina. Conte dice che serve tempo per farlo adeguare al calcio italiano. Lazio in Serie A ed ancora panchina, con 13 minuti di gioco concessi al danese.

Poi l’Europa League, il gol trovato con il Ludogorets dopo un mese dal suo arrivo in nerazzurro sembra la svolta. Successivamente la Juve ed una nuova panchina, fino al lockdown ed il blocco delle competizioni. A Giugno Eriksen si presenta con un gol olimpico in Coppa Italia al Napoli ed un assist contro la Samp. E’ ritrovato, pensa qualcuno. Manco per sogno. Eriksen in Serie A totalizza 17 presenze di cui solo 8 da titolare. Una media di 42 minuti a partita giocati, con un solo gol e due assist, pochi passaggi decisivi, tanti possessi persi e soprattutto tanti contrasti persi. Chi se ne frega di quanti contrasti perde Eriksen, potrebbe pensare forse anche a giusta ragione qualcuno. Non di certo Antonio Conte, che tiene tantissimo a questo aspetto nel suo gioco. Ecco, qui ritorna quella mancanza di cattiveria che Mourinho additava ad Eriksen.

Grandi doti tecniche, grande classe, ma questo nell’Inter di Conte non è sufficiente per avere spazio. Serve altro e le scelte di Barella (ormai un campione e punto fermo in nazionale) e addirittura Gagliardini, spesso preferito al danese, la dicono lunga sulla questione. In Europa League per Eriksen va leggermente meglio con 2 gol in 6 partite, ma nella fase finale viene escluso dalla formazione. Clamorosa la scelta di inserirlo nella finale con il Siviglia a 10 minuti dal termine della partita. E’ il segnale più grande che tra Eriksen e Conte non può funzionare. Che lui in quell’Inter è come un maestoso squalo rinchiuso in un’ampolla per pesciolini rossi.

Il vestito che gli costruisce Conte è stretto ed il tecnico non ha intenzione di cambiarglielo, molto più facilmente rinuncia al danese, relegandolo in panchina. Quest’anno in Serie A Eriksen parte titolare solo 3 volte, giocando in media 32 minuti a partita. Zero gol, zero assist, zero magia di quel grandioso calciatore ammirato sotto la guida di Pochettino con gli Spurs. Comincia ad arrivare anche qualche parolina di troppo. Eriksen dal ritiro della nazionale fa intendere il suo malcontento: “Io in panchina? Domandatelo a Conte”. E mentre Eriksen lascia intuire che non è troppo felice di questa situazione seppur in modo elegante, Conte finge che sia tutto apposto per poi regalargli solo i minuti di recupero delle ultime uscite nerazzurre.

Fino a ieri: Eriksen entra al 91’ di una partita che non ha mai avuto storia. Ha perso i capelli, rasandoli, ma ha perso anche il sorriso il danese che siamo certi ieri ne avrebbe fatto a meno di entrare in campo per 3 minuti, tant’è vero che al fischio finale esce dal campo senza restare a festeggiare con i compagni, comprensibile. Umiliazione, urlano indignati i tifosi interisti che sembrano averne le scatole piene di Conte. Pochi altri danno ragione al tecnico, in una sfida molto più di sciabola che fioretto con commenti al vetriolo sui social.

La verità è nel mezzo. Eriksen non ha saputo sfruttare le sue chance ed al contempo Conte non ha messo in condizione il danese di mettere in mostra il proprio talento. Alla fine in questo braccio di ferro ci perde solo l’Inter, con 25 milioni buttati al vento. Ed in un calcio dove la quantità vince sempre sulla qualità vedere Gagliardini preferito ad Eriksen fa storcere il naso. Così è, se vi pare.