“Ginut”: l’implacabile Colaussi, eroe dei Mondiali 1938

“Ginut”: l’implacabile Colaussi, eroe dei Mondiali 1938

Dicembre 22, 2020 Off Di Luca Sisto

La storia di Gino Colausig, eroe dei mondiali del 1938 e leggenda della Triestina, noto col cognome italianizzato di Colaussi.

La vigilia di Natale del 1991, un uomo giace nel letto dell’ospedale Santorio di Trieste. Per anni ha avuto un’intera città ai suoi piedi, lui che da bambino era costretto a curvare la schiena prodigandosi fra il mestiere di ciabattino e gli umili campi di famiglia. Braccia rubate all’agricoltura, si diceva un tempo di chi inseguiva passioni lontane dal proprio destino.

Del resto, nella ferrea scala sociale italiana, quegli uomini di frontiera, talvolta poveri ma instancabilmente laboriosi, raramente acquisivano punti nelle gerarchie economiche della società.

Gino Colàusig era uno di questi, e aveva imparato sul rettangolo “verde” a traslare le sue qualità di fanciullo lavoratore, volando su e giù per la fascia sinistra, curvando la schiena per inseguire un pallone e le ginocchia per spostare il baricentro del corpo nel dribbling secco.

Grazie al calcio, autentico vizio di famiglia (il fratello maggiore Giordano era anch’egli calciatore, così come lo sarà il nipote Giordano Colàusig), il suo nome diverrà noto nella storia italiana.

La frontiera del nord-est, per l’appunto. Gradisca d’Isonzo è un paesino a soli 12 chilometri da Gorizia, situato sulla riva destra dell’Isonzo. “Gradisce” ha matrice semantica slava, letteralmente significa “insediamento fortificato sulla collina”, da qui fortezza, castello e per estensione città (grad). La stessa fertile e fredda terra friulana, ma dall’altra sponda dell’Isonzo, ad Aiello del Friuli, darà i natali a Enzo Bearzot.

Storie mondiali, uomini di frontiera, dicevamo. Quelli che quando va bene il popolino è fiero, quando gira male beh, peccato non siano nati qualche chilometro più in là, fra gli slavi di Jugoslavia, mica fra gli italiani.

E così in epoca fascista, il cognome dell’ala sinistra della Triestina verrà configurato all’anagrafe come Colaussi. E’ anche sulla sovrapposizione etnologica dei nomi e dei toponimi che nascono le leggende.

Come quella dell’inventore del doppio passo: è merito di “Ginut” Colaussi, per alcuni. “No”, rispondono i più, è del bolognese Amedeo Biavati, un anno più giovane di Gino e suo compagno nella nazionale del 1938 in Francia, quando con delle buone prestazioni convinse Pozzo a fare a meno dell’altro campione triestino Pasinati. Biavati oltre a quel mondiale conquistò 4 Scudetti col grande Bologna di Arpad Weisz della seconda metà degli anni trenta, ed è probabilmente più noto di Colaussi per questo motivo.

Ginut d’altro canto mise la firma su quel mondiale meglio di chiunque altro. Piccoletto ma forte di gambe, capace come un’ala moderna tanto di dribblare e crossare, tanto di inserirsi al tiro in area, andò in gol contro Francia, Brasile e suggellò la Coppa Rimet con una doppietta nella finale contro l’Ungheria, trascinando gli Azzurri al titolo insieme a Piola (doppietta anche per Silvio) e a Meazza.

Il gol di Colaussi alla Germania nella sua ultima gara in azzurro

Colaussi giocò con la Triestina per undici stagioni, dividendo il campo anche con il Paròn Nereo Rocco. Al termine della sua avventura con gli alabardati, trovò il tempo di vincere la Coppa Italia con la maglia della Juventus del 1942. L’ultima gara in azzurro era stata un 3-2 alla Germania in cui andò anche sul tabellino marcatori con un bel gol. Con la maglia della Nazionale chiuse con 15 reti in 26 presenze, con la sua Triestina 47 reti in 277 presenze fra campionato e Coppa Italia.

Ginut in gol con la Juventus, club col quale vinse la Coppa Italia

Chiuse la carriera da calciatore a Padova vincendo un campionato di B nel ’48, scontando come tanti la lunga pausa agonistica dovuta al conflitto mondiale.

La carriera da allenatore di Gino Colaussi partì grazie alla sua passione per l’insegnamento ai giovani. Purtroppo, diverse squadre da lui allenate ebbero problemi economici, che uniti ad alcuni investimenti sbagliati lo mandarono in rovina.

Gli venne in soccorso proprio Amedeo Biavati, e insieme tentarono “l’avventura” da tecnici in Libia, prima di fare ritorno nel Belpaese una volta scoppiata la rivoluzione del ’69 di Gheddafi, che all’epoca non vedeva di buon occhio gli stranieri, italiani in particolare.

Ridotto nuovamente in povertà, arrivò ad impegnare la medaglia dei Mondiali del 1938, prima che lo Stato italiano, nel 1986, gli riconoscesse un vitalizio per lo storico contributo alla causa della nazionale.

Quel 24 dicembre 1991, Ginut ha lasciato le sue spoglie terrene. A lui è intitolata una curva dello stadio Nereo Rocco di Trieste, e l’impianto cittadino della sua Gradisca d’Isonzo.

Nella memoria collettiva, il suo nome resterà sempre legato a Trieste e a quel fantastico mondiale del 1938, in cui l’Italia anche grazie a lui dimostrò di essere davvero la selezione più forte del mondo.

 

Si ringrazia per l’archivio fotografico: sport660wordpress Centenario Triestina