1974: La rivoluzione di Cruijff e la caduta del Franchismo

1974: La rivoluzione di Cruijff e la caduta del Franchismo

Dicembre 27, 2020 Off Di Luca Sisto

Nella stagione 1973-74  la rivoluzione di Cruijff sbarca a Barcellona. Il calcio totale esportato dall’asso olandese incontra i sommovimenti politici anti-franchisti, guidati da baschi e catalani e che avranno risvolti drammatici per il Paese.

 

“Mi chiedo, dopo il franchismo, le persone cambieranno davvero?”

“Cambieranno, lentamente ma cambieranno…”

“Operaciòn Ogro” (1979), di Gillo Pontecorvo.

Salvador Puig Antich

La mattina del 2 marzo 1974, nel Carcèl Modelo di Barcellona, il detenuto della Cella 443, Salvador Puig Antich, veniva giustiziato tramite garrota (un terribile marchingegno atto allo strangolamento del condannato).

Salvador, catalano di Barcellona e militante del MIL (Movimento Iberico di Liberazione), fu l’ultima persona (unitamente al criminale Heinz Ches) ad essere giustiziata in Spagna dal regime franchista. A nulla servirono gli appelli della comunità internazionale per la grazia. Franco riattaccò il telefono anche di fronte a papa Paolo VI. Un affronto, nonostante la dittatura avesse sempre fatto gli interessi dell’ala più intransigente del cattolicesimo.

Quella notte Joan Mirò non prese sonno. Ma mentre la Spagna moriva, un’altra era pronta a risorgere dalle ceneri. Dopo quasi 40 anni in cui era stata consumata dalle fiamme della dittatura e dell’odio etnico e di classe, qualcosa stava cambiando

Il giorno successivo, al Camp Nou, il Barcellona di Cruijff affrontava il Castellon per consolidare il primato in classifica e dare la spinta definitiva al titolo, che mancava da 14 anni.

Sugli spalti comparvero , stavolta ben in vista, stendardi e simboli catalani, dopo decenni di divieto. Lo stadio era una bolgia e i catalani sembravano aver fretta di passare oltre. Volevano lasciarsi alle spalle la dittatura politica di Franco calcisticamente rappresentata dal Real Madrid, distrutto due settimane prima al Bernabeu, per dedicare la vittoria ai martiri anarchici.

Un passo indietro nella storia, è però doveroso.

Luis Carrero Blanco

Nel giugno del 1973 Franco decise di dimettersi dalla carica di capo del Governo, lasciando formalmente il poter nelle mani di Luis Carrero Blanco (Franco mantenne quella di capo di Stato, con l’idea che Carrero Blanco, alla morte del Caudillo, prendesse definitivamente il suo posto). Ultracattolico e legato agli ambienti oltranzisti dell’Opus Dei, nonchè leader storico della Marina Militare spagnola, Carrero Blanco era visto da anarchici, movimenti operai e gruppi armati baschi dell’ETA, come il braccio destro di Franco. Arguto uomo politico, riusciva ad unire le diverse fazioni del franchismo, senza mai strizzare l’occhio ai falangisti più esuberanti. Ma era spietato, tanto da essere soprannominato El Ogro (l’Orco).

La rivoluzione di Cruijff lascia l’Olanda…

Nel frattempo la Primera Division spagnola aveva optato per l’apertura parziale delle frontiere agli stranieri. Il Real Madrid mancava il titolo da due stagioni e risentiva fortemente del ritiro di Gento e del rendimento decrescente della vecchia guardia. L’idea era quella di affiancare ad Amancio e Santillana un altro fuoriclasse di livello internazionale. La scelta cadde su Johan Cruijff, e la trattativa con l’Ajax fu ben avviata. Ma l’olandese, reduce da 3 Coppe Campioni consecutive con i Lancieri, avrebbe preferito raggiungere il suo mentore Rinus Michels a Barcellona.

Nella sua autobiografia (“La mia rivoluzione”), Johan ammette che non avrebbe mai lasciato l’Ajax se non fosse stato per il cambio di guida tecnica. Dopo Michels vi fu il rumeno Kovacs, ma nell’estate del 1973 il nuovo allenatore George Knobel mise ai voti la fascia di capitano, storicamente appartenuta a Cruijff, e lo spogliatoio votò per Piet Keizer. A quel punto Johan incaricò il suocero, che ne curava gli interessi (Cruijff era molto legato al Signor Cor Coster, padre della moglie Danny, anche perchè aveva perso per attacco di cuore il padre quando era ancora un ragazzino e la madre l’aveva cresciuto con umiltà e sacrificio), di trovargli un’altra sistemazione.

…E sbarca in Spagna

Così avvenne. Cruijff, sentitosi pugnalato alle spalle dai suoi stessi amici e compagni, nonché dalla dirigenza olandese (con la quale era già entrata in conflitto a causa della creazione, da lui appoggiata, di un sindacato dei calciatori), nell’agosto del 1973 fu accolto all’aeroporto di Barcellona da una folla festante. Il mercato olandese chiudeva però in luglio, mentre quello spagnolo in agosto. Il Real Madrid si consolò col campione del Gladbach Gunter Netzer, mentre Cruijff dovette attendere ben due mesi prima di esordire, potendo sfruttare solo le amichevoli per la fase di rodaggio.

Fu inoltre ascoltato per l’acquisto del secondo straniero. Michels voleva puntare su Teofilo Cubillas, peruviano di cui si era letteralmente innamorato a Messico ’70, un giocatore totale. Ma Cruijff preferiva “una spalla” offensiva, un finalizzatore, e la scelta del numero 10 (Cruijff prese il 9, visto che i numeri in Spagna per i titolari non prevedevano la deroga in favore del suo “14”) cadde su un altro peruviano, Hugo “Cholo” Sotil.

L’inizio di stagione del Barça fu disastroso. Solo 4 punti nelle prime 6 partite. Ma dall’esordio di Cruijff, a fine ottobre, la squadra inanellò 10 vittorie di fila e in dicembre si prese il primo posto.

Mentre Cruijff, il 22 dicembre 1973, segnava questo incredibile gol contro l’Atletico Madrid (vittoria dei catalani per 2-1), staccando in classifica proprio la squadra campione uscente e guadagnandosi con questo tacco acrobatico l’appellativo di “Olandese Volante”, la Spagna aveva appena subito una clamorosa scossa politica solo due giorni prima.

L’omicidio del Ogro

“Luisito”, “El Ogro”, insomma, Carrero Blanco, era ormai obiettivo dichiarato sia degli anarchici catalani che dell’ETA. Una volta compiuto il passo decisivo verso la successione, i separatisti baschi decisero di modificare il piano dal rapimento all’attentato. Quella che passerà alla storia come Operaciòn Ogro, dipinta da uno straordinario film di Gillo Pontecorvo (1979) con Gian Maria Volontè (se non l’avete visto, rimediate subito), si concretizzerà il 20 dicembre 1973.

L’auto su cui viaggiava Carrero Blanco, appena uscito dalla consueta messa alla chiesa gesuita San Francesco Borgia di Madrid, saltò in aria in un attentato dinamitardo che sospinse il veicolo a 30 metri d’altezza, scavalcando un palazzo e terminando il suo volo nel cortile del secondo piano dello stesso, dall’altra parte. Morirono sul colpo l’autista e l’agente della scorta, mentre il capo del Governo spirò poco dopo in ospedale. La rivendicazione basca e le rivelazioni sul precedente piano fallito da parte degli anarchici catalani, unitamente ai sommovimenti operai che scuotevano il Paese, finirono per incattivire ulteriormente il vecchio e malato Franco, che optò per una serie di esecuzioni di prigionieri politici al termine di processi sommari.

L’ultimo di questi fu proprio Salvador Puig Antich, finito dentro mesi prima (25 settembre 1973) in occasione di un conflitto a fuoco con la polizia, in cui morì un agente e lo stesso anarchico catalano rimase ferito, pur senza la prova schiacciante del fatto che avesse esploso lui stesso i colpi mortali.

La rivoluzione di Cruijff mette radici

Nel febbraio 1974, in un clima piuttosto rovente, la famiglia Cruijff stava per accogliere Jordi, primo maschietto e terzo figlio del fuoriclasse olandese (diventerà pure lui calciatore). Il cesareo di Danny era programmato per il weekend del 17 febbraio in Olanda, col risultato che Crujiff avrebbe saltato la trasferta di Madrid. Una telefonata dal direttore della clinica di Amsterdam anticipò l’intervento alla settimana precedente. Incredibile a dirsi, pare fosse stato convinto da Rinus Michels (sospetto riportato da Cruijff sempre nella sua autobiografia).

Cruijff fu quindi pronto per la sfida al Real. Michels era venuto a sapere da un amico in comune con il difensore del Real Madrid Benito, che il piano tattico dei Blancos era quello di marcare Cruijff a zona. Decise quindi di schierare l’olandese in posizione arretrata con 3 giocatori offensivi davanti a lui, per confondere le marcature dei madridisti. Il piano si rivelò vincente. Sotto i colpi di Asensi (doppietta), Cruijff (gol fenomenale saltando mezza difesa con un controllo orientato e un dribbling), Juan Carlos (con uno splendido pallonetto) e col sigillo finale di testa di Sotil, il Barcellona vinse 5-0 umiliando i Merengues.

Cruijff si trovò quella settimana a registrare il domicilio del neonato Jordi a Barcellona. In quel tempo l’anagrafe spagnola non permetteva l’utilizzo di nomi “non spagnoli”, o che richiamassero quelli baschi, catalani e via discorrendo. L’impiegato protestò con Cruijff di poter registrare il bambino solo col nome di Jorge.

L’olandese riuscì a convincerlo. La motivazione motivazione? Il fatto che, in ogni caso, si trattava di semplice domicilio e che il bambino era già stato registrato col nome di Jordi (di matrice catalana) in Olanda. A detta di Cruijff, l’impiegato accettò solo perché in lui prevalsero i sentimenti nazionalisti di tifoso del Barcellona. Se i catalani avessero perso a Madrid, avrebbe accettato ugualmente rischiando il posto?

Vittoria

La rivoluzione tecnica con la quale Cruijff dominò il calcio spagnolo nel 1974, non era ancora completa. Gli animi catalani si surriscaldarono definitivamente la mattina del 2 marzo con la garrotada di Salvador.

Il giorno successivo, quello che diverrà conosciuto col nome di Camp Nou, era un inferno di oltre 100.000 catalani, i quali non volevano semplicemente vincere un campionato che mancava da 14 anni, ma chiedevano libertà di parola ed espressione dalla dittatura franchista.

Il Barça stravinse con un altro 5-0 contro il Castellòn, e di lì a poche giornate sarebbe tornato campione.

La rivoluzione di Cruijff era ormai compiuta, almeno a livello di club.

La rivoluzione di Cruijff e il calcio totale olandese nel 1974

Mancava ora la nazionale. Gli olandesi si presentarono in Germania Ovest ai mondiali forti di un calcio definito totale, in cui dal portiere agli attaccanti tutti sapevano giocare il pallone coi piedi con maestria. Prima della sentenza Bosman, le nazionali erano davvero la massima espressione calcistica, non potendo i club principali formare squadre con i migliori campioni stranieri come avviene oggi.

L’Olanda poteva schierare in ogni ruolo calciatori con tecnica fuori dal comune. Dal portiere Jongbloed, più bravo coi piedi che con le mani, al terzino sinistro Ruud Krol (che a fine carriera darà lezioni di calcio a Napoli), passando per il dirimpettaio Suurbier, il Calcio Totale replicava l’attitudine al controllo della dimensione spazio-temporale del gioco, con pressing alto e passaggi corti senza mai perdere il possesso. Tutto ciò prendeva forma a livello mondiale grazie alla nazionale allenata da Michels.

Gli Oranje giunsero in finale sconfiggendo i campioni in carica del Brasile. L’Olanda dominò, nonostante l’iniziale timore reverenziale.

La Germania Ovest: la rivoluzione senza lieto fine

Ma non avevano fatto i conti con i padroni di casa. La Germania Ovest era forte di un calcio meno avanguardistico ma pratico e votato all’efficacia. Il Bayern Monaco aveva appena inaugurato un ciclo vincente di 3 Coppe Campioni di fila e i suoi fuoriclasse Maier, Beckenbauer, Hoeness, Breitner, Gerd Muller riempivano le folte fila tedesche occidentali.

Lo stesso Netzer del Real Madrid, col numero 10, era in panchina, a testimonianza della formidabile generazione di campioni, già trionfatori agli Europei del ’72.

L’Olanda realizzò il primo gol su rigore di Neeskens, guadagnato dal 14 Oranje al primo minuto al termine di un’accelerazione clamorosa, successiva ad una fitta rete di passaggi in cui i tedeschi non avevano mai toccato il pallone.

Ma da lì in poi la partita divenne stregata. Un rigore di Breitner e il gol di Gerd Muller, da rapinatore d’area, fra le gambe di Ruud Krol, ribaltarono il punteggio e diedero la vittoria finale alla Germania Ovest.

La rivoluzione si compì a metà, ma nel 1974 furono gettati i fertili semi che avrebbero cambiato il mondo del calcio definitivamente negli anni a seguire.

Morte di Franco e fine dell’esperienza catalana

Franco morì il 20 novembre del 1975, la Spagna affrontò una difficile transizione verso la democrazia. Il Real Madrid riprese invece da dove aveva interrotto.

Nel 1977 un tentativo di sequestro ai danni della famiglia, costrinse i Cruijff a vivere sotto scorta. A causa di ciò, Cruijff, senza poterne rivelare la ragione, rifiutò la convocazione per i mondiali del 1978. Anche in Argentina l’Olanda si arrese in finale ai padroni di casa. Ma questa è davvero un’altra storia.

Da giocatore, Johan non rivinse più il titolo con il Barça e tornò a dominare in Olanda, vincendo ancora con l’Ajax e, dopo l’ennesimo burrascoso litigio a fine carriera, nella sua ultima stagione da “libero” con la maglia dei rivali del Feyenoord.

Cruijff allenatore

Dopo le vittorie basche dei primi anni Ottanta (due titoli a testa per Real Sociedad e Athletic Bilbao) e il rinnovato predominio madridista forgiato sulle orme della gioventù Merengue, la cosiddetta Quinta del Buitre, Cruijff tornò a Barcellona da allenatore.

Con i catalani sublimò la sua rivoluzione anche dalla panchina. Quattro titoli di Liga e, soprattutto, la Coppa delle Coppe dell’89 e la Coppa Campioni del ’92. Entrambe sconfiggendo in finale la grande Sampdoria di Boskov, Cerezo, Vialli e Mancini.

La vittoria di Wembley fu la prima nella massima competizione europea per club dei catalani.

La rivoluzione può avere mille volti. Quella del calcio totale olandese, in campo, avrà sempre quello di Johan Cruijff, che fu però altrettanto decisivo in panchina, applicando alla lettera il suo credo, fatto di strategie mentali, numeri (da cui era ossessionato) e spazi.

Questo è solo un aspetto della rivoluzione culturale, artistica e sportiva olandese, la cui punta dell’iceberg era e sempre sarà l’immortale 14 in maglia Oranje. Una rivoluzione del tempo e dello spazio. Esattamente come voleva la tradizione dei Paesi Bassi. Un popolo di navigatori, che aveva piegato l’ambiente alle proprie esigenze. Così come Cruijff avrebbe piegato il campo al suo calcio.