David Beckham, oltre lo Spiceboy e il numero 7

David Beckham, oltre lo Spiceboy e il numero 7

Gennaio 10, 2021 Off Di Andrea Lorello

David Beckham, lo Spiceboy, è stato per molti più di un calciatore. Cerchiamo qui di andare oltre la retorica, raccontando la leggenda del numero 7 dello United.

 

Prima di diventare una superstar, David Beckham è stato un grande calciatore. Mentre appariva sui tabloid di mezzo mondo, regalava gioia agli amanti del pallone. Diciamo che ha fatto contenti un po’ tutti. Spesso quando si pensa a Beckham, risalta in primo piano la sua bellezza. Come se la fortuna di “Becks” fosse stato il suo bel visino e non il suo magico piede destro. Attenzione quindi a dare giudizi affrettati, Beckham ha rappresentato una rivoluzione sui campi di calcio ma a modo suo. Oltre lo Spiceboy e il suo numero 7, c’è stato molto di più.

Di certo non è stato un classico ribelle di talento da calcio inglese, pur potendoselo permettere. La sua è stata una rivoluzione tecnica pacata, come il suo carattere, dal lancio lungo e pedalare tipico del British football allo scocco del pallone dai suoi piedi di velluto. Senza dubbio il suo conto corrente ha beneficiato del suo fascino, contribuendo al successo planetario, ma quanto valeva una delle sue celebri punizioni? Probabilmente molto più di una copertina in intimo di Armani.

David Joseph Robert Beckham, classe 1975, nasce nel sobborgo londinese di Leytonstone. Fu battezzato così in onore di suo nonno Joseph, raffigurato in uno dei suoi molteplici tattoo. Un Cristo in bianco e nero, a terra e con in testa una corona di spine: rappresenta l’opera dell’artista Matthew R. Brooks «Man Of Sorrows» («L’Uomo dei Dolori»). Mentre il nonno è sempre presente nel percorso della sua carriera, con papà Edward il rapporto non è sempre idilliaco. Edward Beckham, detto Ted, era un grande tifoso dei Red Devils. Fu lui a trasmettere al figlio l’amore per quei colori. Un amore così grande da non perdonare il passaggio di David al Real Madrid. Difatti non fu il figlio a comunicare la sua scelta ma il suo agente. Papà Ted definì quel dolore come se fosse stato colpito da un martello. Non osiamo immaginare cosa avesse potuto provocare un trasferimento ai cugini del City.

Beckham ha attualmente 63 tatuaggi (foto da Forward, gettyimages)

Nel 1995, a soli 19 anni esordisce in Premier League. Un anno dopo gli viene assegnata la maglia numero 10. Ma Beckham non era un numero 10, il suo estro non era esaltazione di genio e sregolatezza ma di tecnica sopraffina geometrica. Infatti dopo il ritiro di Cantona, indossò il numero 7. Ma Beckham non era neanche il classico numero 7, la classica ala destra tutto corsa e cross dal fondo. Ha ribaltato la convinzione per cui i cross efficaci sono solo quelli da fondo campo. A lui piaceva scatenare fendenti taglienti il prato verde. Di quelli che squarciavano il campo in diagonale. Uno di questi fu quello celebre contro il Valladolid. In molti lo ricorderanno come un fulmine caduto in pieno sul sinistro di Zinedine Zidane che al volo scaraventò la palla in rete. Quel giorno il rettangolo di gioco del Bernabeu si trasformò in una tela pittorica.

Mentore di David Beckham è stato senza dubbio Sir Alex Ferguson. Il Boss scozzese, come spesso è accaduto nell’attività di scouting del calcio oltremanica, fu il primo a credere nelle potenzialità di Beckham. A soli 16 anni David venne promosso in prima squadra. Siamo agli albori della famigerata “class of ’92” composta da Ryan Giggs, Paul Scholes, Niki Butt e i fratelli Neville. Sir Alex è un uomo d’altri tempi, di certo non ammetteva distrazioni extracalcistiche. Diffidava dalle copertine raffiguranti alla ribalta della cronaca rosa lo “Spice Boy”. Fu così che un giorno David, mentre la moglie presenziava a un galà di moda, saltò un allenamento poiché rimase a casa a badare al piccolo Brooklyn. Becks fu multato e non convocato alla domenica.

Victoria trasforma il giovane Beckham e il suo urban style di Manchester nello Spiceboy (foto Fifa.com)

Sir Alex non vedeva di buon occhio la frequentazione con una celebrità del calibro di Victoria. Il calcio doveva rimanere una priorità per il suo figlioccio. E fu così che, nel 2003 dopo aver perso 0-2 contro l’Arsenal in FA Cup, il rapporto franò definitivamente. Ferguson, al rientro negli spogliatoi, sfogò la sua rabbia calciando uno scarpino, colpendo in pieno il sopracciglio di David, che richiese due punti di sutura. Un episodio che contribuì all’addio da Manchester di David Beckham. A distanza di anni, in occasione di un match di beneficenza, i due si sono riconciliati. Queste le parole di David in occasione della riappacificazione: “Ci sono stati tanti motivi per cui lui si è arrabbiato con me, e tanti per cui io ce l’abbia avuta con lui. Ma ho sempre provato molto rispetto per lui. Potremmo ricreare lo stesso incidente dello scarpino. Ma sono sicuro che se Ferguson ci riprovasse altre mille volte, non riuscirebbe a centrarmi neanche una”.

Dopo 12 anni di trionfi alla corte di Sir Alex, non ultimo il Treble del ’99, David Beckham cercava nuove motivazioni. Il Barcellona provò a sedurlo ma i Blaugrana non avevano chance: David non poteva resistere al fascino della Camiseta Blanca più illustre, quella del prestigioso Real Madrid. Dal rosso fuoco di Manchester al bianco candido di Madrid. La transizione non fu semplice. Basti pensare che le trame di gioco di quel Real Madrid erano dettate da palla a terra e scambi corti, il classico calcio spagnolo. Ben lontano dal tipico calcio inglese, dove fisico, corsa e punta di peso sono un must. In quel Madrid Raul Gonzalez Blanco indossa il 7, fu così che David virò sul 23, quello del suo idolo MJ. Oltre all’amicizia, Beckham e Jordan hanno in comune la notorietà universale. David è talmente influente che il film “Sognando Beckham” è stato il primo film occidentale trasmesso dalla tv di stato nordcoreana. Qualora questo articolo arrivasse sulla scrivania di Kim Jong un, lo intitoleremmo “Raccontando Beckham”.

Il Beckham di Madrid, sempre più glamour (Pinterest)

Il Real Madrid in cui si trovò a giocare David è stato tra i più grandi di sempre, quello dei primi Galacticos. La schermata dello schieramento di gioco, che appare prima di ogni partita, aveva le sembianze di una costellazione. I nomi di quei giocatori brillavano di luce propria. David spesso cedeva il lato destro del centrocampo a Luis Figo, assumendo una posizione più centrale. Non amava giocare sulla linea verticale del rettangolo, piuttosto si accentrava sfruttando il suo gran tiro: coordinazione cinematografica, impatto collo interno con il pallone, traiettoria a rientrare. Oppure sfruttava l’esterno collo, soprattutto nei lanci millimetrici.

Ma il vero marchio di fabbrica erano le punizioni. Ce ne sono tante ma una è rimasta nella storia per importanza ed esecuzione. Quella contro la Grecia nelle qualificazioni al mondiale del 2002. E’ il 94esimo minuto di gioco, la palla da fermo è in zona centrale, non la posizione ideale per il suo destro. Emoziona vedere la preparazione di quel calcio. David prende la sua classica lunga rincorsa laterale, si inchina al pallone, carica l’arco e scocca una parabola velenosa. Sembra un tiro dritto per dritto ma in un istante rientra sul primo palo, lasciando di stucco il portiere.

Tutta la peculiare eleganza nella coordinazione di Becks in questa foto (Pinterest)

La complessa elaborazione del calcio è stato il suo punto di forza. Il segreto di Beckham è la coordinazione. Ma un simile approccio al pallone mal si concilia con un calcio di rigore. La preparazione ad un’esecuzione dagli 11 metri prevede una rincorsa breve, leggermente orientata a sinistra. Non puoi permetterti una rincorsa ad arco, di quelle prese a compasso. E infatti David non è mai stato un eccellente rigorista, anzi ha sbagliato penalty decisivi come quello contro il Portogallo agli Europei del 2004. Oltre alle incredibili doti balistiche, Beckham, da vero inglese, era un combattente. Non si specchiava nella sua bellezza, d’altronde non puoi vestire la maglia dei Red Devils, sotto la guida dell’arcigno Sir Alex, se non possiedi gli attribuiti. Così com’è successo con Cristiano Ronaldo. Anche lui è passato sotto le grinfie del Boss di Manchester. E infatti dopo l’Inghilterra, Cristiano ha perso in leziosità diventando una macchina da gol.

In quattro anni di permanenza a Madrid vinse una Liga e una Supercoppa spagnola, troppo poco per un club di quella portata. La filosofia del patron Florentino Perez all’epoca era: “Non importa se prendiamo 3 gol, ne faremo 4”. Un concetto che esprime lo scarso equilibrio tattico del dream team ma, allo stesso tempo, la spettacolarità di quel gioco così offensivo, la classe innata di quei calciatori. La bellezza svanisce ma i Galacticos sono l’eccezione, ad ogni modo rimarranno nella storia.

Terminata la sua esperienza tra le file Merengues, David approdò nell’MLS, sponda Los Angeles Galaxy. In pre accordo con il club californiano prima della scadenza del suo contratto a Madrid, fece andare su tutte le furie Capello, che lo mise fuori squadra, salvo poi ripescarlo nel momento decisivo della stagione, quando Beckham fu determinante per la vittoria in Liga, piuttosto rocambolesca, del 2007.

Con la maglia dei Galaxy (foto Urbanpost)

Il suo arrivo negli States avvicinò tanti americani al soccer. Fu anche questo uno dei motivi che lo spinsero a scegliere Los Angeles. Ma si sa, il soccer è un altro sport rispetto al calcio europeo. Il ritmo di gioco, le motivazioni e la cultura sono diverse. Dopo aver incantato uomini e donne sui campi statunitensi d’erba sintetica, David decise di tornare nel calcio che conta. Dopo il fascino della Camiseta Blanca, Becks cedette all’allora amministratore delegato del Milan, Adriano Galliani. Esperto in transazioni a costo zero.

In realtà il motivo per cui scelse il Milan fu mantenere la condizione atletica in vista degli impegni con la nazionale, a causa della conclusione del campionato statunitense. Al termine del prestito ritornò a Los Angeles (con i quali vinse due titoli di MLS), prima di firmare il suo ultimo contratto da calciatore professionista: non sarà l’ennesimo agreement milionario ma un accordo di 5 mesi, la cui retribuzione David devolverà in beneficenza, con il Paris Saint-Germain.

L’ultima di Becks a Parigi (cnbc.com)

Conclusa la stagione 2012-13 con la vittoria della Ligue1 francese, David Beckham, all’età di 38 anni, dice addio al calcio. Carlo Ancelotti, allora manager del Paris, in occasione dell’ultimo match casalingo, gli concede, 10 minuti prima del fischio finale, la standing ovation del pubblico. Il gioco si ferma, un addetto dello stadio srotola un tappeto rosso sul prato verde. David sale sulla passerella più importante della sua vita, quella di un campo di calcio, e con l’eleganza di sempre e lo sguardo alla sua amata Victoria, ringrazia la platea del parco dei Principi. E’ l’ultimo inchino. Testimone di pacata bellezza, altresì manifesto di ostentazione. Un uomo di valori, in primis quello della famiglia. Colui che ha tramutato la generosità di madre natura in un armonico calcio di punizione.