The Invincibles: la parabola vincente dell’Arsenal degli Invincibili

The Invincibles: la parabola vincente dell’Arsenal degli Invincibili

Gennaio 17, 2021 Off Di Andrea Lorello

E’ alla base della competizione accettare la sconfitta e trarne insegnamento. A volte però non serve perdere per vincere, la motivazione non va cercata nella sconfitta ma nella continua vittoria. Così fu per l’Arsenal degli Invincibili, stagione 2003/2004 (foto copertina Arsenal.com).

Un gruppo definito tale nella storia del calcio poiché vittorioso della Premier League senza mai perdere una partita. I Gunners in quella magica annata, nella massima serie del campionato inglese, non conobbero la parola sconfitta.

Nell’almanacco di calcio inglese solo una squadra, prima dell’Arsenal, conquistò il campionato senza mai perdere. Fu il Preston North End nel 1899. Tempi troppo lontani per entrare a pieno diritto nelle statistiche del football moderno. Infatti, allora, le partite da affrontare erano 22. L’ Arsenal degli invincibili si impose per 38 match. E’ pertanto giusto ribadire che il calcio moderno inglese ha conosciuto solo un invincibile team, i Gunners dello storico manager Arsene Wenger. Colui che ha rivoluzionato il concetto di allenatore divenendo manager supervisore. Capace di imprimere gli stessi concetti di gioco a tutte le latitudini gerarchiche del club, dalle giovanili alla prima squadra. Dal 1996 al 2018 condottiero silente di un team spettacolare e vincente. Figura portante del club, come è stato Alex Ferguson per lo United, Arsene Wenger ha conquistato tutti tranne uno: l’acerrimo rivale Jose Mourinho. Una rivalità nata tra le strade di Londra, negli accesi derby londinesi dove si manifestavano le contrastanti idee di gioco. Ma soprattutto due caratteri opposti, troppo diversi per piacersi. Amici mai, ma hanno un numero in comune, il 2004. L’anno in cui mentre Arsene entrava nella storia con gli invincibili, Jose conduceva il Porto sul tetto d’Europa.

Lo scrittore Pier Paolo Pasolini si domandava: “Qual è la vera vittoria, quella che fa battere le mani o battere i cuori?” Prima di cercare una risposta a tale quesito approfondiamo la genesi della vittoria del dream team di Londra. La storica stagione 2003/2004 dei Gunners generò applausi ed emozioni grazie ad un gruppo di calciatori abili a creare un’alchimia tra di loro quasi perfetta. Il segreto di quel team era la completezza di elementi mista ad un’organizzazione proficua di gioco. Il tecnico francese capì subito che lo schema più adatto, vista la rosa a disposizione, era il 4-4-2. Era uno schema quadrato composto da due linee strette. Volendo analizzare insieme entrambe le linee, l’asse centrale del campo era composta da 4 giganti: i centrali di difesa, Campbell e Toure, quelli di centrocampo, Gilberto Silva e Vieira. Un quartetto che garantiva una vera e propria diga a protezione dei fantasisti della squadra.

La regia spettava a Patrick Vieira, centrocampista possente ma elegante, e Gilberto Silva, “il Muro Invisibile”, così soprannominato per la sua capacità di arretrare tra i centrali di difesa. Uno dei concetti adottati nel calcio di Arsene Wenger è quello della compensazione. Difatti la catena di destra più difensiva, composta dal laterale basso Lauren e dall’ala destra, nonché anima punk Freddie Ljunberg, colmava l’offensivismo di quella sinistra. Ed è proprio da quest’ultima che nascevano i pericoli più grandi. L’intesa tra Cole e Pires era totale. L’istinto innato del francese innescava la galoppata preponderante del terzino inglese. Ma non solo, Pires spesso si accentrava imbucando una delle coppie d’attacco più forte di sempre. Quella composta da due grandi rimpianti del calcio italiano. L’olandese Dennis Bergkamp, snobbato dall’Inter, e Monsieur Thierry Henry, incompreso prima da Marcello Lippi e poi da Carlo Ancelotti alla Juventus.

A quei tempi era diffuso giocare con due attaccanti, prima e seconda punta. Tuttavia era raro trovare un tandem d’attacco così tecnico e prolifico. Attualmente il calcio è cambiato, lo schema 4-4-2 è divenuto inusuale e il concetto di seconda punta, qual era Dennis Bergkamp, sta svanendo. E’ un vero peccato poiché l’intesa della coppia d’attacco è uno degli aspetti umani più affascinanti di questo sport. Di Thierry Henry ci auguriamo invece ne possano nascere in tanti. La sua progressione palla al piede ha lasciato sul posto difensori del calibro di Javier Zanetti, uno che di galoppate se ne intendeva. Emblematico è il duello con l’argentino nel novembre 2003, durante il match del girone di Champions vinto 1 a 5 dagli inglesi. Il gol dell’1 a 3 è la dimostrazione dello strapotere fisico e tecnico del francese. L’azione vede Henry partire palla al piede in contropiede. Non riuscendo a seminare l’argentino, Thierry arresta la corsa, punta l’uomo, sposta la palla sul sinistro e in un attimo trafigge sul secondo palo l’incolpevole Toldo. Leggero ma potente, Henry segnava in ogni modo. Destro, sinistro, da fuori area e su punizione. L’unico punto debole era il colpo di testa. Ma glielo perdoniamo con piacere, la perfezione è noiosa.

Tallone d’achille invece di quella squadra era il portiere, il tedesco Lehmann, altra comparsa del calcio italiano. Insieme ai due attaccanti e al portiere, anche Vieira, dopo una breve esperienza al Milan, fu lasciato andare decisamente troppo presto. Insomma una squadra di calciatori esplosi non agli albori della loro carriera ma grazie alla fiducia e alla pazienza del maestro Wenger.

Oltre all’undici titolare anche le seconde linee erano di grande livello. Dal giovane talento Cesc Fabregas, agli attaccanti Wiltord e Kanu, anch’egli ex Inter. E poi Jose Antonio Reyes, attaccante spagnolo tutto sinistro e tecnica sopraffina, scomparso in un incidente stradale all’età di 35 anni. Rimarrà nella storia come “La perla di Utrera”, il nome del suo paesino di provenienza in Andalusia.

L’invincibile Arsenal inanellò nella stagione del record 26 vittorie e 12 pareggi, numeri inarrivabili anche per il recente Liverpool di Klopp. Eppure le contendenti a inizio campionato erano più agguerrite che mai. Roman Abramovich aveva appena acquistato il Chelsea investendo 150 mln di sterline nella rifondazione della squadra, Alex Ferguson, dopo l’addio di David Beckham, accolse a braccia aperte un giovane Cristiano Ronaldo. Il Liverpool contava sugli inglesi Gerrard, Owen e Jamie Carragher e poi c’era il Newcastle del bomber Alan Shearer. La cavalcata vincente dei Gunners rischiò di interrompersi alla sesta giornata quando Ruud van Nistelrooy stampò sulla traversa nei minuti di recupero un calcio di rigore.

Dalla traversa colpita dall’ariete olandese, i Gunners proseguirono solo di marce pesanti. Lo stadio di casa, Highbury, divenne un fortino invalicabile. I Gunners furono incoronati campioni d’Inghilterra con 4 giornate d’anticipo terminando la stagione a 90 punti, a più 11 dal Chelsea secondo di Claudio Ranieri. In realtà il record non fu di 38 partite ma di 49 risultati utili consecutivi. A rompere l’incantesimo, nell’ottobre 2004, durante la stagione successiva a quella del record, fu sempre lui: l’ariete olandese van Nistelrooy. Colui che fallì il rigore poi rivelatosi decisivo, contribuendo a scrivere una pagina importante della storia del football, si presentò di nuovo dagli 11 metri. Dopo 49 partite senza mai assaporare l’amaro della sconfitta, gli Invincibili dell’Arsenal si arresero al penalty stavolta vincente dell’attaccante dei Red Devils.

La storia degli invincibili sembra essere tratta da un fumetto di supereroi. In effetti fu un’impresa titanica ma gli artefici non furono gli Avengers, bensì giovani ragazzi dediti al sacrificio. Come nello sport così nella vita di tutti i giorni, non basta il talento per diventare invincibili. Le continue vittorie nei football Sunday di quella magica annata erano il frutto delle sconfitte nei restanti giorni della settimana, ovvero del duro lavoro quotidiano dei famigerati “The Invincibles”. Coloro che fecero battere mani e cuori tra le strade di Highbury.