Il calcio e le radici della felicità

Il calcio e le radici della felicità

Gennaio 19, 2021 Off Di Valerio Vitale

Valerio si è imbattuto in un campo abbandonato, dove dei giovani immigrati ritrovavano giocando a calcio le radici della felicità.

 

“Il calcio è il regno della lealtà umana esercitata all’aria aperta”. Difficile essere in disaccordo con Antonio Gramsci quando ti ritrovi dinanzi a scene come queste. Ma procediamo con ordine. Tra il comune di Pozzuoli ed il comune di Giugliano, entrambi in provincia di Napoli, c’è una lunga strada, la via Domitiana. Pensare che questa via ha circa 2000 anni e fu costruita per opera dell’imperatore romano Domiziano nel lontano 95 d.C, col fine di migliorare i collegamenti tra il porto di Pozzuoli ed il resto dell’Impero. La Domitiana iniziava dall’odierna Mondragone, per poi giungere sul Volturno, costeggiare la zona di Lago Patria fino a giungere nell’attuale Giugliano. Poi proseguiva per Cuma, passando successivamente per Arco Felice ed il Lago D’Averno, fino ad arrivare al porto di Pozzuoli. Insomma una via importantissima per quello che era il popolo e l’impero più forte del mondo.

Duemila anni dopo la Domitiana da strada importantissima per il grande impero è diventata invece luogo di puro degrado, zona abbandonata da dio, ma soprattutto dalle istituzioni con il comune di Pozzuoli e Giugliano che non ne hanno assolutamente alcuna cura e manutenzione. Degrado ed abbandono delle istituzioni fa spesso rima con illegalità ed è facile ritrovare sui suoi marciapiedi persone intente a svolgere i lavori più antichi del mondo. Chissà cosa ne penserebbe oggi Domiziano a vederla ridotta così, senza neppure un lampione funzionante. Ma se le istituzioni l’hanno dimenticata il Dio Pagano, quello del calcio, è giunto fino a qui.

Ebbene, proprio al confine tra Pozzuoli e Giugliano, in una traversina della grande Domitiana, tra maxi edifici abbandonati e vecchi ristoranti ormai falliti, sorge un campo da calcio. Niente a che fare con quello bellissimo delle isole Lofoten raccontato magistralmente da Andrea. Un campo che un tempo era di terra battuta e dove si appoggiava nei primi anni 2000 una scuola calcio locale, per poi finire abbandonato anch’esso, proprio come l’intera Domitiana.

Quando avevo 9 anni su quel campo ci avevo giocato, proprio contro il nostro Andrea, e vederlo ridotto in quelle condizioni, ricco di erbacce ed anche spazzatura, mi faceva piangere il cuore, era un delitto, un vero e proprio omicidio, l’assassinato, ovviamente, era il pallone che non rotolava più. Dopo un po’ di tempo ho rivisto però un po’ di campo. Certo non era il Bernabeu o San Siro, ma almeno in alcuni punti si poteva giocare, come un tempo. Chissà chi c’è dietro a tutto questo, mi ritrovai a pensare. La risposta l’ebbi qualche tempo dopo. Erano gli inizi di settembre, quando giocare a calcio era ancora consentito. Era un sabato e passando vidi tanti motorini fatiscenti parcheggiati proprio fuori dal campo. La mia curiosità mi spinse a fermarmi. In campo c’erano diversi ragazzi extracomunitari, tutti provenienti dalle varie zone dell’Africa in cerca di fortuna in Italia, o meglio, di questi tempi, per cercare di sopravvivere qua, tra mille difficoltà, provando ad aiutare le famiglie lontane.

Erano coloratissimi, ognuno con maglie diverse, tra queste, ovviamente, spuntava anche qualche maglia del Napoli. Dapprima erano in un numero più esiguo e giocavano con delle porte piccoline a campo ridotto, man mano iniziarono ad aggiungersi tanti altri fino a diventare una vera e propria partita a tutto campo. Gli stessi che ritrovavo ad una rotonda di Via Domitiana ogni mattina per ricercare qualche lavoretto e guadagnarsi la giornata, quel sabato erano lì in campo, dimenticando le difficoltà e le fatiche di ogni giorno, le ingiustizie e le calunnie subite spesso da chi come loro ha l’unica colpa di cercare di vivere dignitosamente lontano dai propri Paesi che offrono spesso solo fame e violenza.

Non c’erano le telecamere di sky, non c’era il Var, né i milioni, c’erano loro ed un pallone, in mezzo al niente, senza niente, però sorridenti, perché basta quel pallone da calcio per ritrovare le radici della felicità. Qualcuno tra loro mi guarda e viene incontro per chiedermi: “Vieni a giocare con noi?”.

Magari, ora non posso”. Mi sarebbe piaciuto tanto scendere in campo con loro per rigustarmi il vero sapore del calcio in tutta la sua essenza, ma restai soltanto qualche altro minuto fuori a gustarmi quel meraviglioso spettacolo che valeva più di una gara di Champions League. Perché il vero calcio, quello che permette poi a vari Ronaldo e compagnia di guadagnare fior di milioni, nasce proprio da qui, dalle periferie degradate, dai luoghi più sperduti e sporchi del mondo, proprio come diceva De André: “Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior”. Allora grazie Dio del Calcio perché anche quando tutti si sono dimenticati di qualcuno, tu invece non te ne dimentichi, riuscendo a portare la gioia in mezzo al niente, a chi non ha niente, tranne te.