Gocce di memoria: la Shoah nel calcio

Gocce di memoria: la Shoah nel calcio

Gennaio 27, 2021 Off Di Luca Sisto

Il 27 gennaio è la giornata della memoria. Parliamo qui delle storie di alcuni personaggi protagonisti della Shoah nel calcio.

“Sia ogni giorno il 27 gennaio”

Il 27 gennaio è una data simbolica, ma non per questo poco significativa. Quel giorno del 1945 l’Armata Rossa liberava il campo di concentramento di Auschwitz. 

Ricordare le atrocità commesse contro gli ebrei (e altre minoranze etniche) nei campi di sterminio nazista è fondamentale anche a 80 anni di distanza. Capire cosa abbia portato ad uccidere 6 milioni di persone per motivi ideologici, etnici e, de facto, economici, resta uno snodo cruciale nello sviluppo di una cultura e di una coscienza critica del nostro pensiero nel 21esimo secolo. La giornata della memoria è pertanto un momento in cui ricordiamo ciò che non dovremmo mai dimenticare: l’odio uccide, ma l’odio di massa sfruttato per fini politici, crea i presupposti per un genocidio, generando un buco nero nella storia che, a distanza di decenni, ancora assorbe al suo interno le nefaste conseguenze della sua esistenza.

Attraverso gocce di memoria storica che vedono protagonisti grandi personaggi legati al mondo del calcio, ci uniamo al ricordo che questa giornata celebra, con un monito importante: che non sia necessaria una singola giornata a tenere a mente la lezione della Shoah, ovvero che tragedie simili non accadano mai più, per parafrasare Anna Frank.

 

Contesto storico

E’ il 18 settembre 1938 quando Mussolini, in Piazza dell’Unità a Trieste, vestito con la divisa militare che indossava da dalla conquista dell’Etiopia di due anni prima, pronuncia il celebre “discorso sulla razza”, che apre la stagione dell’infamia delle leggi razziali.

E’ una svolta terribile per gli ebrei del nostro Paese. Il Duce aveva rafforzato le sue convinzioni in merito sotto l’influenza del nazismo, apertamente antisemita a differenza del fascismo, il quale lo sarebbe divenuto solo a partire da quelle leggi. Il ’38 è un anno cruciale per comprendere le dinamiche che porteranno allo scoppio della seconda guerra mondiale. L’Anschluss, con l’Austria (terra in cui gli ebrei si sentivano intoccabili) che finisce sotto il dominio di Hitler. La Conferenza di Monaco e la deleteria politica dell’appeasement, con le grandi potenze Francia e Gran Bretagna che sottovalutano il pericolo nazista. E il dilagare di leggi antisemite negli Stati dell’Europa Centrale e Orientale, laddove il clima per gli ebrei comincia a farsi irrespirabile, come in Ungheria, Polonia, Romania.

Il connubio fra le grandi menti ebraiche del calcio e il nostro Paese si spezza in quel momento. Per alcuni, come Erno Erbstein, riprenderà dopo terrificanti peripezie, per altri come Arpad Weisz è l’inizio della fine.

 

Arpad Weisz: il più grande allenatore dimenticato dalla storia

Arpad Weisz (foto tratta da Juvenilia)

Nel 2007, un’inchiesta documentata dal giornalista di Sky Italia Matteo Marani, ha fatto riemergere dalle ceneri la storia di Arpad Weisz, allenatore ebreo ungherese protagonista degli Scudetti degli anni ’30 di Inter (come Ambrosiana-Inter, nel 1929-30, ovvero la prima Serie A girone unico) e Bologna (1935-36 e 1936-37). Il lavoro di Marani darà vita ad un libro, “Dallo Scudetto ad Auschwitz: vita e morte di Arpad Weisz, allenatore ebreo”, e verrà traslato nella fortunata serie di storytelling sportivo Buffa racconta, edita sempre da Sky Sport per l’Italia.

Incredibile come la storia italiana avesse letteralmente dimenticato Arpad, il cui cognome fu trascritto in Veisz, e che come primo approccio al nostro Paese contava il fatto di essere divenuto, durante una delle battaglie d’Isonzo, prigioniero di guerra (si era arruolato volontario nelle truppe austro-ungariche), successivamente detenuto a Trapani.

Autore nel 1930 del primo volume sulla storia de “Il giuoco del calcio”, insieme al dirigente interista Aldo Molinari e al CT Vittorio Pozzo, utilizzò ed espose in Italia i principi del Sistema e della cosiddetta scuola danubiana. Nel 1927 all’Inter si fece promotore del lancio di Meazza in prima squadra, lui che proprio all’Inter aveva smesso di giocare e aveva cominciato inizialmente la carriera da allenatore come vice ad Alessandria, prima di ritornare a Milano.

Oltre agli Scudetti menzionati, Weisz portò in dote a Bologna il Trofeo Internazionale dell’Expo di Parigi nel 1937, una sorta di antesignana delle moderne coppe europee, con una rosa che includeva gente del calibro di Biavati e Andreolo, oltre a Reguzzoni, Fedullo e un Angelo Schiavio a fine carriera (solo due presenze nel ’37).

Con la promulgazione delle leggi razziali, Weisz si rifugiò infine in Olanda, dove allenò con successo una formazione senza alcuna tradizione calcistica come il Dordrecht, portandola dapprima alla salvezza e in seguito a due quinti posti, risultati mai raggiunti dal club. Ma le persecuzioni naziste, con l’invasione dell’Olanda, non lasciarono scampo alla famiglia Weisz, che venne arrestata in blocco il 2 agosto del 1942 dalla Gestapo e spedita ad Auschwitz. La moglie Elena (Ilona) e i figli Roberto e Clara moriranno il 7 ottobre nei forni crematori. Arpad, dopo essere stato condotto per quindici mesi nei campi di lavoro forzati nell’Alta Slesia, verrà infine ucciso nelle camere a gas di Auschwitz il 31 gennaio 1944, a 47 anni.

 

Erno Erbstein: l’artefice del Grande Torino

Erbstein palleggia al Filadelfia di Torino (foto tratta da Il Post.it)

Quando il destino bussa più volte alla stessa porta, diventa impossibile sopravvivere. Erbstein, altro ungherese di origini ebraiche osannato da allenatore nel calcio italiano, ne è un esempio duro da accettare. Dopo aver allenato la Lucchese, approdò nel 1938 al Torino di Ferruccio Novo, dove da direttore tecnico gettò le basi per quello che sarebbe diventato il “Grande Torino”. Le leggi razziali costrinsero Novo malvolentieri, per salvaguardare la vita di Erbstein, a sostituirlo a inizio 1939 con l’ungherese Ignac Molnar (su consiglio dello stesso Erbstein), ma il Torino finirà secondo alle spalle del Bologna, che nel frattempo aveva sostituito Weisz con Felsner per gli stessi identici motivi.

Racconta lo scrittore Dominic Bliss, in “Erno Egri Erbstein: trionfo e tragedia dell’artefice del Grande Torino”, che l’allenatore fece ritorno in Ungheria, a Budapest, con la famiglia, la moglie Jolan e le figlie Marta e Susanna.

Nel marzo 1944 i nazisti occuparono il Paese dando luogo all’ennesimo caccia agli ebrei. In soli due mesi, con il supporto di gendarmi e funzionari collaborazionisti, le SS riuscirono a ghettizzare e deportare l’intera popolazione ebrea ungherese. Ad un ritmo spaventoso di 12mila persone al giorno, 400mila ebrei ungheresi vennero deportati nei campi di concentramento in Polonia.

Nel frattempo, l’ex giocatore di Erbstein, a Lucca e Torino, Bruno Neri, diventava simbolo anti-fascista e partigiano, trovando infine la morte nella battaglia contro i tedeschi sull’Eremo di Gamogna del 10 luglio 1944. Anche la sua storia merita di essere ricordata, lui che da calciatore si era rifiutato di fare il saluto fascista nei pre-partita.

Con le giuste amicizie, la famiglia di Erbstein (eccetto lo stesso Erno) trovò rifugio all’interno della città di Budapest, in un convento abbandonato trasformato in fabbrica nella parte storica di Buda, in cui lavoravano alla produzione di divise da guerra sotto la supervisione di Padre Klinda, nella fase iniziale delle deportazioni. Ma quando il cerchio si strinse intorno a loro, Erbstein venne messo di fronte ad una scelta: attendere di essere trovato e giustiziato sul posto, o consegnarsi alle SS evitando di coinvolgere chi aveva protetto i suoi familiari fino a quel momento. Con un’ultima telefonata Erbstein annunciò alla figlia Susanna la sua intenzione di consegnarsi ai campi di lavoro per ebrei, dove fu sfruttato nella costruzione e manutenzione delle ferrovie. Il kapo del gruppo di lavori forzati dove venne impiegato, era un suo diretto dipendente durante la prima Guerra Mondiale, quando Erbstein prestò servizio come Sergente dell’esercito asburgico. I due non si erano più visti per i successivi 25 anni, ed Erno non poteva credere ai suoi occhi nel ritrovarselo di fronte, dall’altra parte della barricata.

Ma l’uomo fece in modo di salvaguardare la vita di Erbstein in più di un’occasione e funse da intermediario con i familiari, a tal punto da aiutarlo a fuggire momentaneamente dai lavori forzati e a mettersi in contatto con un nunzio vaticano di origine italiana, Gennaro Verolino (attraverso la maestra di scuola di danza di Susanna), quando le donne della fabbrica/convento erano state minacciate da una banda di criminali nazisti (i Nyilas). Quella notte, l’intercessione di Verolino salvò la vita della famiglia Erbstein al termine di una rocambolesca serie di eventi, che Bliss riporta nei dettagli nella sua opera. L’intervento dell’Armata Rossa in Ungheria nel dicembre 1944 era ormai vicino a liberare la città di Budapest, ma prima del loro ingresso nei campi di lavoro, Erbstein era già riuscito a scappare, probabilmente ancora grazie alla collaborazione del kapo.

Nel gruppo di 5 uomini che fuggì con lui, c’era anche Bela Guttmann, che diventerà l’allenatore del Benfica campione d’Europa, e che in Austria con l’Hakoah Vienna aveva già sperimentato gli splendori e le miserie dell’essere uno sportivo ebreo durante quel tragico periodo. L’amicizia fra i due venne tenuta segreta durante la fuga, fino a quando non furono al sicuro e presero strade separate. Come Guttmann riuscì a restare vivo lungo tutto l’arco delle persecuzioni razziali, resta prevalentemente avvolto nel mistero, tanto che l’ex agente di borsa a Wall Street, dove si era stabilito a fine anni venti dopo una tournèe calcistica negli States, salvo poi perdere tutto nel crollo del 1929 (episodio che avrebbe segnato il suo carattere e la sua persistente avarizia), è sempre stato evasivo a riguardo.

Esattamente, cosa accadde fra la fuga e l’invasione sovietica resta poco chiaro, ma al termine dei bombardamenti su Budapest, la famiglia Erbstein riuscì a ritrovarsi in Italia.

Erno riprese il filo del discorso calcistico col suo amico e Presidente del Torino Ferruccio Novo, arrivando infine alla creazione della più grande squadra italiana mai esistita, capitanata dal genio di Valentino Mazzola.

Il destino decise quindi di sferrare un ultimo letale assalto alla vita di Erbstein, portandosi dietro, sulla collina di Superga, la vita sua e dei componenti di quel gruppo di immortali campioni.

Anche Laszlo Kubala, fuoriclasse ungherese che aveva chiesto asilo politico dai sovietici in Italia, avrebbe dovuto salire su quell’aereo. In quel tempo si allenava a Busto Arsizio con la Pro Patria del presidente Cerana (su consiglio dei connazionali Turbeky e Vinyei che ivi giocavano), dopo la squalifica comminatagli per aver rotto il contratto con il Vasas Budapest ed essere fuggito dall’Ungheria. Novo era riuscito a strappargli quantomeno la promessa di far parte della spedizione del Torino a Lisbona, ma Laszlo declinò all’ultimo per stare accanto alla moglie e al figlio a cui era venuta una forte influenza.

Destini incrociati, che talvolta risparmiano vite, talaltra ne mietono.

 

Il Fronte tedesco

Omaggio della curva del Bayern all’ex presidente Kurt Landauer (foto tratta da I Mondiali.it)

Anche in Germania il calcio ebbe diverse storie da raccontare, laddove il dualismo fra eroi e criminali nazisti raggiunse l’apice fra i due attaccanti norvegesi che avevano fatto grande l’Amburgo, Asbjorn Halvorsen e Otto Harder. Il primo, fu arrestato in Norvegia nel 1942 e deportato nuovamente nella “sua” Germania, Paese che aveva lasciato nel 1934 a causa della piega che stavano prendendo le cose dopo la salita al potere di Hitler. Il secondo aveva invece sposato la causa del Terzo Reich, scalando pian piano le gerarchie delle SS e macchiandosi di gravi crimini di guerra.

Halvorsen sopravvisse a stento agli orrori dei campi di lavoro, e riuscì a guidare, proprio ad Amburgo, la nazionale norvegese per lo spareggio di qualificazione ai Mondiali del 1954 in Svizzera contro la Germania. I tedeschi ebbero la meglio e andarono a prendersi i mondiali superando l’Aranycsapat ungherese. Di lì a poco, sia Halvorsen che Harder, il quale aveva scontato solo la metà dei 15 anni comminatigli a Norimberga per i suoi crimini, avrebbero incontrato la morte a un anno di distanza l’uno dall’altro.

Tornando al campionato tedesco ante-guerra, all’origine della tradizione vincente del Bayern Monaco vi è un presidente ebreo anch’egli: Kurt Landauer. Diresse le sorti del club in tre periodi differenti dal 1913 al 1951, intervallati dalla Grande Guerra prima e dall’avvento di Hitler poi. Nel 1932 conquistò il primo titolo nella storia del Bayern Monaco, gettando le basi per la rinnovata mentalità da leader del club. Etichettati i bavaresi come “squadra di ebrei” a partire dal 1933, Landauer e altri dirigenti dovettero dimettersi e l’ex presidente finì prima a Dachau, successivamente in esilio in Svizzera, grazie al suo passato di ufficiale delle forze armate tedesche.

A Kurt Landauer è legato anche un episodio particolarmente romantico: durante una tournèe a Ginevra, i giocatori bavaresi riconobbero in tribuna il loro presidente e, incuranti delle possibili sanzioni delle SS, si avvicinarono agli spalti per tributargli un applauso.

Landauer sarebbe tornato in Germania nel 1947, riottenendo la carica presidenziale del Bayern che avrebbe mantenuto fino al 1951, dieci anni prima della sua morte.