Il calcio italiano è a pezzi, ma è una buona notizia

Il calcio italiano è a pezzi, ma è una buona notizia

Febbraio 26, 2021 Off Di Luca Sisto

Le prime due settimane della fase ad eliminazione diretta delle coppe europee, Champions in particolare, hanno messo in luce un dato evidente: il calcio italiano è a pezzi. Ma le cattive notizie (al netto di una pandemia mondiale e dell’impossibilità per il pubblico di accedere a stadi e quant’altro, che non riguarda solo noi) finiscono qui. 

 

Nel mare di sconfitte delle squadre italiane in coppa, qualcosa da salvare c’è. Non tutto è perduto, ma è necessario prendere atto di un concetto: abbiamo probabilmente toccato il fondo. Per quanto media locali, analisti della tattica e tifosi si sforzino, siamo indietro, e non è solo una questione di risultati o di seguito del prodotto. Siamo in ritardo dal punto di vista dell’approccio sportivo, della mentalità, del gioco.

Le novità ci sarebbero. Ma sono confinate al calcio di provincia. Il moto innovatore non coinvolge chi sente la necessità di vincere. E così Pirlo ha già abdicato alle sue idee iniziali, proponendo un calcio più noioso e pratico, ma non ancora vincente come nell’epoca Allegri. Conte, uscito dalle coppe, si è concentrato sulla vittoria del campionato, con l’unico reale obiettivo di spezzare il monopolio bianconero che dura da nove stagioni. Il Milan sta facendo i conti con il logorio di un 2020 in cui ha viaggiato a ritmi insostenibili, e il sorpasso dell’Inter, con successiva sconfitta nel derby, è un turning point così negativo da far precipitare tutte le certezze della squadra di Pioli, al di là delle dichiarazioni di facciata. La pigra gara di ritorno con la Stella Rossa a San Siro, con il pareggio 1-1 sufficiente per strappare il pass agli ottavi, ha quantomeno permesso alla banda rossonera di riguadagnare un’inerzia di risultati positivi. Ad attenderli ci saranno altri diavoli, quelli rossi di Manchester.

La Roma combatterà per un posto in Champions e per andare avanti in Europa. Quanto avanti, lo vedremo, dipenderà dalla salute di una rosa corta e, ovviamente, dalla prossima sfida allo Shakhtar. Il Napoli è semplicemente lo specchio opaco di se stesso, che però continua a riflettere tutti i mali di una gestione tecnica imbarazzante e di una rosa sopravvalutata e martoriata dagli infortuni, unico alibi rimasto alla truppa di Gattuso, uscita ai sedicesimi di EL contro un abbordabile quanto gagliardo Granada. E dire che, a inizio stagione, gli Azzurri erano annoverati fra le favorite di una manifestazione con la quale, per la verità, hanno un pessimo rapporto (solo in tre occasioni hanno superato il primo turno a eliminazione diretta, uscendo al massimo in semifinale nel 2014-15 contro lo spauracchio Dnipro).

Tocca ancora una volta alla Dea, la regina delle provinciali, portare avanti quindi il buon nome del calcio italiano. L’Atalanta gioca a modo suo. Juric a Verona, tornando alla sola serie A, replica molti concetti degli uomini di Gasp, applicando alcune ovvie variazioni a causa di un tasso tecnico molto più basso. Poi ci sarebbe De Zerbi, che sta rischiando però di restare vittima di se stesso, e il fratello di Simone, l’ex Superpippo, che sta dimostrando di non essere una superpippa come allenatore. Il resto gioca un calcio pratico, limitato, con la sola introduzione globale, quasi per tutti, dell’ormai mitologica costruzione dal basso. Abituatevi quindi anche a vederla giocata dal Crotone.

Andiamo a vedere nei dettagli, squadra per squadra, di cosa stiamo parlando.

La Juve di Pirlo è ancora un cantiere aperto

Rodrigo Bentancur è attualmente il simbolo dei problemi della Juve (pic via calciomercato.com https://www.calciomercato.com/news/sassuolomania-magnanelli-e-bentancur-due-errori-simili-soltanto–64324)

Fra le italiane in Champions, la Juve è quella che può tranquillamente ribaltare la sconfitta dell’andata. Basterebbe anzitutto evitare regali come quello di Bentancur. L’uruguayano sembra incompiuto esattamente come la squadra di Pirlo. Il Maestro, apodo ormai utilizzato da certa stampa più come teaser che come reminder di giorni felici sul rettangolo verde, ha già abdicato al suo credo tattico iniziale, difesa a 3 con un terzino (Danilo) come braccetto a sinistra, ali a tutta fascia, due centrocampisti centrali, due trequartisti negli half-spaces e una punta. Sempre più spesso la Juve si schiera con due linee a 4 e una mezzapunta che gira intorno a CR7, perché del resto è il mondo a girare intorno al portoghese e non lui a girare intorno all’area come accadeva i tempi belli. La verità è che la Juve non può prescindere, in contumacia Dybala, da un attaccante come Morata per occupare l’area, che l’inserimento dei centrocampisti alla McKennie non sempre porta punti pesanti con le difese chiuse. Il Porto non è e non sarà una formalità, ma se Pirlo vuole fare l’allenatore da grande, di una grande, deve passare il turno.

 

La Lazio ha avuto paura

Per quanto il Bayern sia superiore (più o meno a chiunque), la Lazio si è fatta gol da sola. Non è una questione di inferiorità tecnica, che pure è evidente, ma in questo caso l’atteggiamento dei biancocelesti è venuto fuori in tutta la sua inadeguatezza a livello europeo. Come nel caso di Bentancur in Juve-Porto, è stato Musacchio a servire Lewandowski del Bayern davanti la porta, con un passaggio a Reina corto, pigro, maldestro, assolutamente censurabile. I tedeschi hanno preso il largo con facilità, concedendo alla Lazio l’onore delle armi solo in un secondo tempo giocato col freno a mano tirato. D’altronde la Bundesliga non è vinta e, tra covid e viaggi intercontinentali, i bavaresi hanno perso punti preziosi nelle ultime gare, pareggiando con l’Arminia e perdendo con l’Eintracht. La Lazio uscendo dalla Champions avrà solo il campionato: la sfida a distanza con Roma, Atalanta e Napoli per il quarto posto utile a tornare per un altro giro di valzer nell’Europa che conta, è alla portata.

 

L’Atalanta c’è

Il momento dell’espulsione di Freuler, credits Getty Images via Eurosport (https://www.eurosport.it/calcio/champions-league/2020-2021/atalanta-real-madrid-gasperini-espulsione-se-parlo-la-uefa-mi-butta-fuori_sto8147440/story.shtml)

 

I primi diciotto minuti di Atalanta-Real Madrid hanno offerto spunti molto più interessanti dei successivi 72 più recupero, in cui per l’espulsione (opinabile quanto vi pare, ma partiamo dai fatti) di Freuler la Dea ha giocato in inferiorità numerica al cospetto di un Madrid rimaneggiato, che senza punte ha fatto poco male. Il gol di Ferland Mendy, migliore in campo fra i madridisti, a 3 minuti dalla fine, con un destro a giro dai 25 metri su azione d’angolo, ha abbattuto la resistenza atalantina, con Gollini nell’occasione non esente da colpe, seppur coperto e superato dalla splendida (ma lenta) traiettoria del francese.

L’Atalanta non si è snaturata nel suo piano gara: sulle rimesse dal fondo, il Madrid veniva affrontato uomo contro uomo. L’immagine del primo quarto d’ora di gara, è la palla tra i piedi di Courtois, i due centrali del Real larghi, Casemiro che scende per la salida lavolpiana e i terzini Vazquez e Mendy larghissimi a sinistra, tutti seguiti a uomo: i centrali da Muriel (su Varane) e Zapata (su Nacho), i terzini dagli esterni dell’Atalanta e Casemiro da Pessina. Nell’intento di Zidane, per scardinare l’eccezionale pressione bergamasca, c’era l’idea di tenere Mendy altissimo a sinistra e sganciare Nacho nella metà campo avversaria, tenendo Casemiro praticamente da difensore aggiunto in modo da svincolare Pessina centralmente. Del buco creato da Nacho, seguito da Zapata fin dentro la metà campo, l’Atalanta non ha così potuto approfittare. Il Real invece, giocando con quattro maestri del possesso palla come Modric, Kroos, Asensio e Isco, pur senza una punta centrale per l’assenza di Benzema, ha manovrato con cura fino a trovare con Vinicius Jr., nell’unica giocata all’altezza della sua classe, il varco giusto per l’inserimento di Mendy. Fallo di Freuler giudicato chiara occasione da gol e conseguente espulsione dello svizzero.

L’Atalanta, dopo aver avvicinato la porta del Real in due situazioni diversi nei successivi cinque minuti, ha poi definitivamente abbassato il baricentro a ridosso dell’area di rigore nel secondo tempo, subendo un immeritato gol solo nel finale. La sostituzione di Ilicic, a sua volta entrato al posto di Muriel, è l’altra nota negativa della serata.

A Madrid, lo spartito seguirà probabilmente quello di quei primi diciotto minuti, e sarà senza dubbio una partita più bella.

 

Roma e Milan respirano

Giallorossi e rossoneri passano il turno dei sedicesimi di Europa League dopo le delusioni di campionato. La Roma supera agevolmente il buon Braga, dopo il pareggio esterno col Benevento a reti inviolate, nonostante la superiorità numerica e territoriale conseguente all’espulsione del sannita Glik. Agli ottavi di EL ci sarà lo Shakhtar.

Il Milan sfrutta il 2-2 del Marakana per superare la Crvena Zvezda con uno striminzito 1-1 a San Siro, guadagnandosi gli ottavi sorteggiati contro il Manchester Unted. Le sconfitte contro lo Spezia e, soprattutto, quella del derby con l’Inter dicono di un passivo di 5 reti senza segnare nelle ultime due gare, primo posto distante 4 punti con scontro diretto a sfavore. E alle spalle la Juventus, sconfitta di Napoli a parte, non molla. L’impressione è che si stia configurando in parte se non del tutto la nostra griglia di inizio stagione, con l’Inter scudettata, la Juve subito dietro, il Milan davanti all’Atalanta e le altre ad inseguire.

 

Quousque tandem Rino

Il gol di Montero del Granada, che ha bloccato il tentativo di remuntada del Napoli (pic via eurosport.com https://www.eurosport.it/calcio/europa-league/2020-2021/napoli-granada-2-1-le-pagelle-rrhamani-maksimovic-horror-si-salvano-di-lorenzo-e-zielinski_sto8148489/story.shtml)

Se le due romane erano state sottovalutate, il Napoli di Gattuso è un disastro annunciato da mesi.

Dopo le quattro reti rimediate nel secondo tempo di Bergamo, il Napoli è uscito dall’Europa League contro il Granada, nonostante il vantaggio di Zielinski al 2′ minuto e l’arrembante seconda frazione, a risultato ormai compromesso. I problemi sono molteplici: dalla sopravvalutazione della rosa, alla caterva di infortuni, fino alla rottura fra lo staff tecnico, la dirigenza (ma esiste?) e il padre padrone Aurelio De Laurentiis. Il quarto posto sarebbe, in teoria, ancora possibile. In pratica, però, è arrivato il momento di congedare Gattuso, solo che pare nessuno voglia prendere il suo posto in corsa.

Come ho scritto qualche giorno fa,  rileggendo Simon Kuper (per chi non lo conoscesse, un simpatico signore inglese nato a Kampala, Uganda, che scrive libri di sport con un taglio antropologico), Gattuso oggi è un brand costruito nel tempo un personaggio ben studiato e consapevole di limiti e virtù. Un uomo che ha sempre giocato molto sull’attaccamento al club (famosa la polemica col “sinistro” Vikash Dhorasoo, preso in giro davanti a tutti perché leggeva la Stampa, considerato un giornale di sinistra al tempo, e invitato a seguire la linea presidenziale), facendosi talvolta portavoce di una certa frangia della tifoseria e dell’ambiente proletario, non solo a Milano.
In “The Football Men: up close with the Giants of the Modern Game”, Kuper si spinge fino a concludere che l’immagine di un Gattuso/peasant contrapposta a quella del borghese Kakà, sia stata vitale nell’economia dei successi del Milan e nella costruzione dell’identità dello stesso ex mediano. Un’idea di rivoluzione contadina, dal basso, che nel calcio gli ha permesso di ritagliarsi uno spazio fisico e mentale sia da giocatore che, aggiungo io, da allenatore.
Ad ogni “trattamento di fine rapporto” il suo primo pensiero è per i collaboratori (l’importante è che loro percepiscano lo stipendio) poi per i giocatori, i tifosi e infine, da copione, per la società che ha creduto in lui, fino a prova contraria.
Un brand, quello di Gattuso, dietro al quale si cela una squadra di professionisti con idee di calcio molto precise. L’attuazione delle stesse, però, si è sempre dimostrata lacunosa e poco flessibile nel medio/lungo periodo, col risultato che da allenatore, Gattuso e il suo staff, non riesce a trovare un progetto duraturo.
La forte amicizia con i media che contano, gli permette di reggere l’urto in prima istanza e di continuare a perorare la causa del suo credo calcistico anche dopo l’ennesimo esonero.
Mi chiedo, a questo punto, quanto ancora durerà il bonus di credibilità nei suoi confronti.

Il calcio italiano ha toccato il fondo?

Difficile dire il contrario quando non vinci una competizione europea dal Triplete di Mourinho, ma è vero che il calcio italiano è a pezzi. In conclusione però, ci sono motivi per essere ottimisti. Non può andare peggio di così. Atalanta e Juve hanno l’occasione per ribaltare il punteggio e fare l’impresa in Champions a stretto giro. Roma e Milan dovranno sfruttare tutte le risorse a disposizione per un posto al sole in Europa a fine campionato e per andare avanti in EL, con un certo criterio.

Non dimentichiamo inoltre sia un sensibile aumento nella qualità delle medio piccole in serie A, sia il bel gruppo che Mancini ha plasmato in nazionale. Dagli eventuali successi europei di club e degli Azzurri, dipenderà tutta la nostra percezione di questo 2021 calcistico, che dal punto di vista delle conseguenze della pandemia non sembra così difforme dai disastri di un anno fa, esattamente di questi tempi.