Pichichi, la storia di Rafael Moreno Aranzadi

Pichichi, la storia di Rafael Moreno Aranzadi

Marzo 16, 2021 Off Di Luca Sisto

Ogni anno, il miglior goleador della stagione di Liga viene premiato col trofeo Pichichi. Istituito dal periodico Marca nel 1952, questo riconoscimento prende il nome da un attaccante basco, pioniere del calcio spagnolo e bomber che ha fatto la storia dell’Athletic Bilbao: Rafael Moreno Aranzadi, detto Pichichi. Nonostante la sua breve vita di uomo e futbolista, da qualche parte in un’altra dimensione di un universo sconosciuto, può guardare i Messi, i Cristiano Ronaldo, I Butragueño, i Raul, i Ronaldo di questo mondo, vincere un trofeo dedicato alla sua memoria.

Nelle righe che seguono, raccontiamo la storia di questo autentico campione, mancato quasi cento anni fa.

Quiero mi paz ganarme con la guerra,
conquistar quiero el sueño venturoso,
no me des ocio, el que tu entraña encierra
de esclarecer enigma tenebroso,
y cuando al seno torne de la tierra,
haz que merezca el eternal reposo.

Miguel de Unamuno, [tratto da] “Al Destino”

Un giovane Rafael Moreno Aranzadi Pichichi, pic via artefootball.com

L’origine nobile di Pichichi

Il 23 maggio 1892, in una casa della vecchia borghesia bilbaina, nasce Rafael Moreno Aranzadi. Suo padre, avvocato, è stato sindaco di Bilbao. La madre proviene da una famiglia altrettanto ricca, i cui nonni avevano fatto fortuna come proprietari terrieri in Messico e avevano poi rimesso a frutto le finanze nella città fulcro dei Paesi Baschi. La nonna di Rafael era cugina di Miguel de Unamuno, uno dei più importanti poeti, letterati e intellettuali baschi, cultore e insegnante della lingua euskara. Don Miguel, testimone oculare delle nefandezze dinastiche della penisola iberica, aveva assistito a 10 anni all’assedio di Bilbao nell’ottica della terza guerra carlista e, pur nella sua poetica nazionalista e anti-monarchica, resterà fra i più apprezzati poeti spagnoli fino alla morte, sopraggiunta nel 1936 a ridosso della Guerra Civile.

Con una famiglia come questa alle spalle, il destino è nelle mani di Rafael, ma il suo comportamento a scuola riflette l’animo irrequieto degli antenati, più che le velleità educative dei genitori. Le maestre lo bollano come il cattivo della classe e, nonostante l’inclinazione familiare verso studi di livello superiore, lascerà l’università al primo anno senza aver dato neppure un esame.

Il football a Bilbao e la nascita del campione

La sua passione è presto detta: il football. Nelle strade del Casco Viejo di Bilbao, meraviglioso quartiere di origine medievale, tagliato dalle siete calles e intersecato dalla miriade di stradine secondarie a ridosso del fiume Nervión, che attraversa Bilbao prima di gettarsi nel mare cantabrico, il calcio agli inizi del ‘900 è lo sport della nuova gioventù bilbaina. L’Athletic Club è il sogno di tutti i ragazzi che tirano calci nei Paesi Baschi, soprattutto fra Bilbao e Irún.

Rafael è un ragazzo minuto ma dotato di grande forza fisica. Eccelle nel salto e negli scatti brevi, e impara presto l’arte del dribbling da strada. La sua modesta statura è all’origine dell’apodo che diventerà leggenda: Pichichi. Un soprannome affibbiatogli dal fratello Raimundo e consolidatosi giocando al football con ragazzi più grandi fin dalla tenera età. Rafael verrà chiamato ufficialmente Pichichi (“Paperella”, possiamo tradurlo così), sin dalle prime cronache del tempo. Infatti, lo conosciamo in questo modo negli articoli di giornale del Mundo Deportivo, nei quali viene presentato come “delantero interior izquierdo”, dotato di uno “shoot” secco e preciso, infallibile nei penalty e discreto artista del “cabezaso”, a dispetto dell’altezza che sfiora con gli scarponi il metro e sessanta.

L’uomo dal pañuelo blanco

In campo, soprattutto col passare degli anni, Pichichi si segnala per indossare un classico pañuelo blanco come copricapo. Un vezzo utile parzialmente ad attutire i colpi del pelotón. In un’epoca in cui gli spagnoli non avevano ancora ribrezzo per le parole anglofone, i “referée” erano spesso di origine britannica. Così come gli allenatori. Un’idea quest’ultima che sarà ripresa da diverse realtà calcistiche del Mediterraneo. Soprattutto nelle città portuali, dove con facilità i britannici importarono il gioco del football.

Ben presto Pichichi diventa un artista del gol sin dalle giovanili. Si distingue dapprima nel club satellite del Bilbao FC. A quei tempi non esisteva un’unica federazione spagnola e la tenzone nazionale per antonomasia era la Copa del Rey. Una coppa grazie alla quale Pichichi guadagnerà il suo secondo apodo, “El Rey del shoot”.

Pichichi: gol e vittorie

Ma andiamo con ordine. Il debutto ufficiale in campo nazionale di Pichichi arriva contro il Madrid nel 1913 a 21 anni nella semifinale di Copa del Rey. L’Athletic Club vince 3-0 e Rafael va subito in gol all’esordio. Segna anche nella doppia finale contro il Racing de Irún del suo futuro compagno olimpico Patricio Arabolaza, ma nella seconda sfida la coppa va ai rivali, dopo il 2-2 della “ida”, grazie al gol decisivo di Retegui.

Nel settembre 1913 la Spagna, per potersi iscrivere alla FIFA, adotta un’unica federazione ufficiale (ma il campionato nazionale arriverà più tardi, solo dopo le Olimpiadi di Amsterdam 1928), la Real Federación Española de Futbol. Nel frattempo, nella ricca Bilbao, dove prospera la Banca cittadina (la futura BBVA), viene inaugurato il nuovo stadio, il San Mamés. Pichichi non sa che un giorno il suo busto accoglierà tutti coloro che visiteranno lo stadio, ma per non farsi mancare nulla, lo battezza col primo gol ufficiale, prendendosi la rivincita contro l’Irún.

Idolo della tifoseria. Pichichi nel dipinto da Aurelio Arteta nell’opera “Idillio nei campi di Sport”, è intento a corteggiare, fra un tempo e l’altro, quella che sarà la sua futura sposa, Avelina Rodriguez Miguel (foto via artefootball.com)

L’Athletic è decisamente la squadra più forte del Paese. Tra le sua fila può annoverare autentiche leggende che forgeranno la storia del club più peculiare di Spagna, mai retrocesso e fondato solo su calciatori baschi.

In porta Ibarreche, che difenderà i pali dell’Athletic fino al 1917. Il centromediano è José Maria Belauste, apellido tronco di Belausteguigoitia Landaluce, altro calciatore che rivedremo ad Anversa (e anche successivamente). Belauste segnerà la cultura pop del football iberico, ma sarà anche un futuro militante del partito nazionalista basco. In squadra, anche il fratello minore Ramon Balauste.

Nella delantera, Il 7 è German Echebarría, il centravanti Severino Zuazo, che nella finale di Copa del Rey del 1914, il primo dei tre trionfi di fila dell’Athletic Club, abbatte con una doppietta le resistenze dell’FC España.

Pichichi e l’Athletic nella leggenda

Ancora in Copa del Rey, nel 1915, Pichichi dà il meglio di sè con una tripletta nella finale contro l’Español, surclassato per 5-0 con l’inviato catalano del Mundo Deportivo che, nella ressa per il terzo gol realizzato su azione di corner, confonde Pichichi con Zubizarréta (che nel frattempo ha sostituito Zuazo come 9).

A Rafael viene attribuito anche il terzo gol dagli almanacchi, e di questo tendiamo a fidarci. Il primo lo “marca” su penalty, il secondo con una bella azione personale, lui che, come diranno i compagni, filava via nel dribbling dritto per dritto come una furia, una considerazione che nasconde un malcelato egoismo da primadonna dell’alta borghesia, del quale spesso, soprattutto nelle sconfitte e negli ultimi anni di carriera, è stato accusato.

L’ultimo trionfo in campo nazionale è nel 1916, quando con una tripletta (stavolta sì) di Zubizarréta l’Athletic Club regola 4-0 il Madrid FC.

La nascita delle Furie Rosse: Anversa 1920

Pichichi è la stella ed il giocatore più completo del club. Idolo dei tifosi nella buona sorte, bersagliato nella cattiva. A ridosso delle Olimpiadi di Anversa del 1920 viene costituita la prima selezione spagnola, e la futura Furia Roja non può prescindere dalla presenza di Rafael, di Zamora in porta, Belauste davanti alla difesa e dal giovanissimo catalano del Barça Josep Samitier davanti.

Nella foto tratta da elgabinetedelparnaso, si segnalano Ricardo Zamora, terzo in piedi da sinistra, Pichichi al centro col copricapo bianco e, alla sua destra, l’eterno rivale dell’Irún, Patricio Arabolaza.

Ad Anversa la Spagna gioca 5 partite, le prime ufficiali della sua storia. Pichichi, presente in tutte le gare, le uniche con la maglia della nazionale spagnola possibili nel suo periodo di attività, metterà la consueta firma in una di queste, ovvero la finalina per l’argento.

La selezione spagnola comincia bene la sua storia calcistica ufficiale, contro la Danimarca, vincendo 1-0 nel turno preliminare. I padroni di casa del Belgio li estromettono però dalla corsa all’oro (che sarà proprio appannaggio dei Diavoli Rossi) con un secco 3-1. La Spagna gioca quindi il torneo di consolazione per le medaglie meno pregiate con le squadre perdenti.

Gli iberici eliminano l’Italia con una doppietta di Sesúmaga, e accedono alla finalina per il secondo posto dopo il forfeit della Cecoslovacchia. Questi utili si erano ritirati durante la finale per l’oro contro il Belgio per protesta contro l’arbitro 72enne John Lewis, reo di aver “regalato” un penalty e un uomo in più (espulso Steiner) ai padroni di casa.

L’argento arriva quindi al termine della vittoria contro i Paesi Bassi, gara nella quale Pichichi annota il gol che fissa il risultato sul definitivo 3-1.

Il ritiro

Il Mundo Deportivo, edizione del 4 maggio 1920, con articolo sulle Olimpiadi telegrafato da Ignacio Galea, descrive le performance dei calciatori spagnoli protagonisti della medaglia d’argento. Si elogia Belauste (che passerà alla storia per la frase, forse mai pronunciata, “¡A mi el pelotón Sabino que los arrollo!”), viene criticato Zamora (secondo il giornalista, i gol subiti dalla Spagna sono tutti dovuti a suoi errori, se non papere), che però resta “di gran lunga il meglio che la Spagna ha da offrire nel ruolo” e la chiosa è, ovviamente, su Pichichi.

Così si esprime Galea: “Pichichi ha rappresentato la Spagna in tutte le sue qualità: chillona (caotica), protestante (attaccabrighe), vieja (Pichichi aveva già 28 anni all’epoca ed era a fine carriera), sucia (sporca, nel senso di gioco), tramposa (perché cercava di fregare spesso arbitri e avversari con mezzucci d’esperienza), ma soprattutto piena di coraje, coraggiosa.

E’ il canto del cigno del Pichichi. Di lì a un anno si ritirerà dalle scene, in rotta con i tifosi dell’Athletic e, forse, stanco della vita da calciatore ma non del calcio, per un anno diventerà arbitro ufficiale. Il suo esordio, oggi sarebbe assurdo, è proprio al San Mamés.

La morte prematura di Pichichi e la nascita del mito

Il primo marzo 1922, probabilmente (non vi è certezza a riguardo, ma è l’ipotesi più accreditata) ammalatosi di tifo dopo aver ingerito cozze avariate, Rafael Moreno Aranzadi si spegne a Bilbao a soli 29 anni.

I tifosi, che l’avevano criticato a fine carriera, si stringono attorno alla famiglia del loro idolo. Gli dedicano un busto, visibile ancora oggi allo stadio all’ingresso delle squadre. E più tardi il periodico Marca, a partire dal 1952, istituirà il premio per il miglior goleador stagionale in suo nome. Da quel momento, il capocannoniere in Spagna è, per tutti, El Pichichi (controparte del trofeo Zamora, assegnato al portiere meno battuto). Il primo ad ottenere questo riconoscimento, nel 1953, fu Telmo Zarra, storico bomber basco, giustiziere dell’Inghilterra ai Mondiali del 1950.

Di Pichichi goleador restano le 83 reti in 89 partite ufficiali fra campionato regionale e Copa del Rey e il gol in nazionale alle Olimpiadi, prima competizione ufficiale della neonata selezione spagnola.

Nei pressi del San Mamès, c’è una strada a suo nome, Calle Rafael Moreno Pichichi. Come ad accompagnare i bambini che, come lui, crescono giocando con la palla nel quartiere.

Oltre ogni cosa, resta una leggenda che si tramanda da un secolo, e che dona lustro al “meritato riposo eterno del guerriero”, per parafrasare la poesia del suo illustre zio Don Miguel, con la quale abbiamo aperto questo racconto.