Intervista esclusiva a Riccardo Improta, il jolly di Pippo Inzaghi

Intervista esclusiva a Riccardo Improta, il jolly di Pippo Inzaghi

Aprile 1, 2021 Off Di Luca Sisto

Abbiamo intervistato Riccardo Improta, classe ’93 originario di Pozzuoli, in provincia di Napoli. Il centrocampista del Benevento, alla sua terza stagione con i sanniti dopo la promozione in A, si sta ritagliando uno spazio importante nello scacchiere di Mister Filippo Inzaghi.

Cresciuto calcisticamente come ala di un 4-4-2 o 4-3-3, Improta viene utilizzato stabilmente dall’ex campione del mondo in diversi ruoli. Sono 24 le presenze in stagione, con un gol, quello segnato alla Fiorentina, decisivo per la vittoria dei suoi. Un giocatore che vanta anche 192 presenze e 31 gol in B, e che ha fatto della gavetta e dei sacrifici professionistici il suo marchio di fabbrica.

Oggi non è così difficile vederlo schierato da esterno alto o basso e da mezzala. Improta, grazie alla sua duttilità e ad uno spirito di adattamento, non solo tattico, alla categoria, è uno dei titolari del Benevento che sta cercando punti decisivi per la salvezza. Gli uomini di Inzaghi hanno ritrovato la vittoria dopo 11 turni senza successo, con l’impresa allo Juventus Stadium di Torino.

Adolfo Gaich ha regalato 3 punti fondamentali alle Streghe, ma il muro eretto davanti a Montipò è stato eroico. Schierato come quinto a destra, Riccardo Improta si è trovato contro gente del calibro di Bernardeschi, Kulusevski e, talvolta, Cristiano Ronaldo nelle sue incursioni su tutto il fronte dell’attacco. Tutto questo, senza mai sfigurare, dando attenzione alla fase difensiva e assicurando l’ampiezza in ripartenza.

In questo momento il Benevento, che non vinceva dalla trasferta dell’epifania a Cagliari (1-2), è al 14° posto con 29 punti in 28 partite, insieme a Fiorentina e Spezia. I Sanniti mantengono 7 punti di vantaggio sul Cagliari terz’ultimo e 6 sul Torino, che si trova appena fuori la zona retrocessione.

Ma veniamo a noi e diamo il benvenuto al nostro ospite di oggi.

 

LS: “Buon pomeriggio Riccardo e grazie per aver accettato di parlare con noi di te e della tua carriera”.

RI: “Grazie a voi per l’invito, è un piacere”.

 

LS: “Intanto auguri per la nascita di tua figlia. Come va con la gestione del sonno?

RI: “All’inizio, soprattutto i primi due mesi, è stata complessa. Ci si sveglia ogni due ore, i figli hanno bisogno di attenzione continua, h24, ma mia moglie è stata fantastica, non solo si prende cura con amore instancabile della bambina, ma riesce a rispettare anche il mio riposo. Grazie a lei non ho avuto alcun problema ad adattarmi ai nuovi ritmi della vita famigliare”.

 

LS: “Dopo l’esordio in Serie A col Chievo (proprio contro il Napoli) ormai 7 stagioni fa, hai fatto tantissima gavetta. L’anno scorso il tuo campionato migliore di squadra, mentre personalmente, anche se in un ruolo diverso (meno offensivo), in questa stagione ti stai ritagliando molto spazio. Che sensazione si prova a confrontarti col meglio della Serie A ogni settimana?

RI: “E’ incredibile. La partita in Serie A si prepara mentalmente tutta la settimana. Mister Inzaghi e il suo staff sono maniacali e sono anche degli eccellenti motivatori. L’attenzione rivolta ai dettagli nasce in allenamento e viene replicata in partita. Siamo un gruppo molto unito, compatto, credo si noti questo. Abbiamo attraversato un periodo difficile in cui non è arrivata la vittoria, perdendo punti negli ultimi minuti [contro Samp e Toro], ma non abbiamo mai smesso di credere nel gioco, convinti che i risultati sarebbero arrivati. Come allo Stadium, una partita storica, dove forse abbiamo raccolto quello che in altre gare avevamo perso.

 

LS: “rispetto alla Serie B, credi la differenza sia più tecnica, atletica o fisica?”

RI: “Sicuramente incontri più spesso calciatori con uno strapotere fisico difficile da affrontare. Ma direi che l’aspetto mentale sia preponderante. Inoltre, ci sono delle differenze di gioco evidenti fra A e B. I ritmi della B sono forsennati e i duelli individuali contano molto. In Serie A gli ultimi 25 metri invece sono fondamentali: è lì che viene fuori la tecnica di atleti ai massimi livelli, è lì che si decide il risultato. Nella serie cadetta, se commetti un errore, puoi sperare di cavartela. In Serie A questo non succede, se sbagli una diagonale sei certo che verrai punito.

Ci vogliono 95 minuti di attenzione continua, appena ti prendi una pausa, gli altri fanno gol. In questa stagione ho arretrato il mio raggio d’azione, operando recentemente come quinto di destra o di sinistra. Questo mi ha dato la possibilità di guadagnare minuti ed esperienza, affrontando calciatori che in serie B non ti capita di incontrare così spesso. Quando ti punta un Kulusevski, un Ribery, sai che non puoi concedere nulla.

Ci sono giocatori incredibili, ma noi sappiamo cosa fare per fronteggiarli e rispondere colpo su colpo. Rispetto alla Serie B, inoltre, spesso capita che gli avversari ci concedano per diversi minuti il pallino del gioco e, come dicevo, una volta arrivati al limite dell’area le cose si complicano: bisogna fare ricorso a tutta la nostra abilità tecnico-tattica per fare gol. Un girone fa ho segnato contro la Fiorentina ed è stata un’emozione unica, in B mi è capitato più volte perché giocavo più avanzato, ma segnare in Serie A ripaga di tanti sacrifici.

 

LS: “Agli inizi della tua carriera professionistica, hai partecipato anche al Torneo di Viareggio e sei risultato capocannoniere dell’edizione 2012 col Genoa. Hai poi fatto parte dell’Under-21 come calciatore del Chievo. Che ricordi hai di quelle esperienze?

RI: “Sono state due esperienze estremamente formative e gratificanti. Innanzitutto al Viareggio, un torneo meraviglioso, sono stato capocannoniere due stagioni dopo Immobile, quindi in un momento in cui questo tipo di traguardi offriva una certa notorietà immediata. E’ stato molto emozionante, il torneo è organizzato magnificamente ed ha una storia lunga e importante alle spalle.

E poi l’Under-21, già dal momento in cui ti arriva la lettera di convocazione, è un orgoglio. Vestire la maglia della Nazionale, ascoltare l’inno e addirittura fare gol, è incredibile. Ho fatto parte di diverse selezioni, dall’under-19 con Mister Chicco Evani, all’under-20 con Mister Di Biagio che, in seguito, mi ha voluto con sé con l‘under-21.

 

LS: “Le tue origini calcistiche risalgono alle giovanili della Puteolana 1909. C’è qualche persona, allenatore, dirigente, che ha segnato in modo decisivo il tuo percorso, che ti ha fatto capire che, col tempo e con l’impegno, saresti potuto diventare un calciatore professionista?”

RI: “Vengo da una famiglia di calciatori e certamente i miei due fratelli maggiori [Umberto e Giancarlo] sono stati fondamentali nel mio percorso di crescita, trasmettendomi la passione per il gioco. Per rispondere alla tua domanda però, come allenatore non potrei scegliere altri che Gustavo Solimeo. Ho avuto la fortuna di incontrarlo nella parte finale del mio percorso alla Puteolana 1909, ed è grazie a lui che ho capito che potevo diventare un professionista.

E’ stato lui che mi ha convinto che, con impegno e sacrifici, avrei sviluppato le capacità per giocare in Serie A. Quando avevo 15 anni, si è presentata poi la possibilità di andare a giocare al Pescara, ma non c’è stato accordo fra le società e il dirigente del Lanciano, Leone, mi ha portato in Abruzzo. Da lì ho esordito in C1 e poi, attraverso Genoa e Chievo, ho avuto la chance di salire di categoria e guadagnarmi la chiamata delle selezioni nazionali under.

 

LS: “Dopo la Puteolana, il Lanciano, poi il Genoa. Hai notato differenze, a livello di strutture e organizzazione, man mano che la tua carriera ti portava verso il nord?”

RI: “Premetto una cosa, amo il sud e amo le città in cui vivo attualmente. Sono nato in una città che, per me, non ha nulla da invidiare a nessuno. In Campania c’è un bacino di talenti di grande valore. Credo che l’organizzazione e lo scouting delle società, soprattutto quelle più ricche di tradizione con i settori giovanili, possa fare la differenza nel reclutamento dei calciatori. Quindi sì, è normale e capita che arrivi l’Atalanta o l’Inter di turno a prelevare talenti qui da noi, offrendo quello che ad altre società magari manca.

 

LS: “Non voglio metterti in difficoltà perché immagino quale sia il tuo augurio per questa stagione al Benevento, ma una domanda più difficile devo farla: pensi di aver espresso il massimo del tuo potenziale, o credi di avere ancora margini di miglioramento?

RI: “Ritengo che l’esperienza che sto accumulando col Benevento in serie A non possa che arricchirmi. Ad ogni allenamento, ad ogni partita, aggiungo “punti” che mi rendono un calciatore migliore. A livello di mentalità non è semplice reggere la pressione di giocare al top per 90 minuti più recupero, ma ti migliora.

Quando sai di non poterti concedere errori, alzi l’asticella del tuo gioco. Quindi sono convinto, pur essendo un calciatore nel pieno della maturità, di non aver raggiunto ancora il massimo del mio potenziale. Nella mia carriera ho avuto due infortuni gravi [rottura del metatarso e rottura del ginocchio], e ho conosciuto gli alti e bassi del calcio. Per questo so che domani sarò un calciatore più forte e più completo di oggi.

 

Dopo questa splendida chiacchierata, salutiamo Riccardo Improta augurando a lui e al club il meglio per questa e le prossime stagioni. Per parte mia, non posso che ringraziare Improta e il Benevento per la disponibilità concessa a Football&Life.

 

foto di copertina di ALBERTO PIZZOLI/AFP via Getty Images