“Da grande farò il calciatore”, rileggere oggi Luigi Garlando

“Da grande farò il calciatore”, rileggere oggi Luigi Garlando

Aprile 8, 2021 Off Di Valerio Vitale

“Da grande farò il calciatore” è un libro di Luigi Garlando. Lo rileggiamo oggi che siamo “invecchiati” per ricordare sensazioni ormai sopite.

 

Nonostante la pandemia pare abbia fermato il tempo ed mondo, il tempo ed il mondo non lo sanno e continuano a correre nel loro inarrestabile ciclo che non conosce zone colorate e dpcm scritti coi piedi.

E se i Beatles con Across The Universe cantavano che nulla avrebbe cambiato il proprio mondo, invece questo cambia eccome, alla velocità di un battito di ciglia, spesso anche contro la nostra volontà.

Se tutto cambia, cambiamo anche noi, o siamo noi a cambiare ed il mondo ad adeguarsi? L’amletico dubbio lo lasciamo a Gigi Marzullo a notte inoltrata, quando per gli insonni interrogarsi sul mistero della vita è cosa quotidiana.

Il punto è che cambiando il macrocosmo cambia anche il micro, come ad esempio i sogni di ognuno di noi. Proprio alcuni giorni fa vi avevamo parlato della struggente lettera di Cesare Prandelli, uomo d’altri tempi chiaramente a disagio con quelli correnti. Il problema non risiede però solo nella romantica e talvolta anche ampollosa nostalgia di tempi che non ci saranno più per i più grandi, ma nel cambiamento dei sogni dei più piccoli.

 

Il libro di Garlando, oggi

Risistemando casa ho trovato un libro pieno di pieghe e grinze, orecchiette quasi ad ogni pagina, ingiallito dal tempo. Era il 2003 quando Luigi Garlando pubblicò il libro dal titolo: “Da grande farò il calciatore”.

Ricordo come se fosse ieri quando scambiai un mio libro della collezione Piccoli Brividi con questo di possesso del mio compagno di classe Giuseppe. Lo lessi la prima volta, in due giorni, poi lo rilessi ancora, ed ancora, e non è un iperbole affermare che abbia letto più volte quel libro che il nome accanto al tastino sul citofono del portone dove abito.

Da grande farò il calciatore era il nostro mantra, di quella classe a cavallo tra gli anni ’80 e ’90 di ragazzi che giocava fino all’imbrunire ed oltre per strada. Ogni giorno era una partita infinita, si giocava sempre, ovunque, con i pali che una volta erano i tombini, altre i bidoni della spazzatura, altre ancora gli zaini o le felpe messe a terra. Si giocava sognando quella frase: da grande farò il calciatore.

Il bello è che nelle ultime righe non troverete scritto nulla di nuovo, perché questa era la normalità per ogni ragazzo o ragazza di quei tempi innamorati del pallone che era rigorosamente di cuoio a macchie bianconere, o di uno splendido arancio Super Santos.

 

Sinossi: imitazione del reale

Da grande farò il calciatore era il leitmotiv del protagonista del libro, Pietro, di 9 anni, tifosissimo dell’Inter. Pietro viveva su un piccolo scoglio in Sicilia ed aveva nel pallone il suo amico più prezioso. Ci giocava ovunque, in spiaggia con gli amici, sugli scogli, dribblando una volta il suo cane, un’altra volta la sua tartaruga.

Pietro aveva quel sogno, ci pensava ogni giorno, e la notte saliva sul faro accanto casa sua e guardava il mare pensando a suo padre che proprio il mare glielo aveva portato via in una tempesta. Lo pensava, indossando il suo calzerotto di quando giocava a calcio, ed esclamava: “Faro-farò il calciatore”.

Per un bambino di 9 anni, che vive praticamente in mezzo al mare, il sogno era pieno di ostacoli, ma lui non ha mai smesso di crederci. Fino a quando conobbe Yaki, attaccante dell’Inter, pseudonimo di Ronaldo, che si era recato proprio da quelle parti, lontano dagli occhi indiscreti dei paparazzi, per recuperare dall’infortunio al ginocchio.

Con Yaki nasce subito una forte amicizia e la stella nerazzurra si accorge subito del talento e della passione di quel ragazzino. Così Pietro arriva a Milano per un provino con l’Inter che alla fine decide di prenderlo. Sembra il coronamento del sogno ma è invece l’inizio di tante avversità. La distanza dalla mamma, dai suoi amici più cari, dai parenti, dal suo amato cane e dalla sua tartaruga, i problemi di integrazione in un nuovo contesto, nuovi amici, insomma tante difficoltà per un bambino di quell’età.

Ma il sogno è più grande e Pietro riesce a superare tutte quelle avversità come un maestoso vascello che combatte con coraggio la tempesta. Stando a contatto con il mondo del settore giovanile e leggere quella storia di Pietro che era la storia di tanti ragazzini di 18 anni fa, sembra di vivere decisamente in un altro mondo. La purezza del sogno, lo spirito di sacrificio, sono ormai cose praticamente estinte tranne in sporadici casi.

 

Si può ancora giocare per strada e sognare?

Alle lunghe ed infinite partite giù al parco con gli amici, ora ci sono quelle interminabili su Fortnite, Fifa o altri giochi sparatutto. Se prima i genitori dovevano punirci per le troppe ore passate in giro a giocare, ora probabilmente la frase più gettonata è: “Ma spegni un po’, vai a giocare fuori con gli amici”.

Quando hai la fortuna di trovarli poi lì per strada a giocare, vai alla ricerca del pallone. Spesso e volentieri manca, li trovi lì si assieme, ma ognuno col proprio smartphone o console portatile. Prima si sognava di fare il calciatore pensando di giocare con la maglia della propria squadra del cuore, magari quella della nazionale, immaginando di giocare ad Old Trafford oppure al Santiago Bernabeu.

Ora alla purezza del calcio si è anteposta l’immagine esterna del calcio, la copertina patinata, quella composta da fiumi di follower su instagram, dalla Lamborghini, dal villone, dalle interviste in TV o dalla scarpetta Nike modificata in edizione speciale. Il mondo è cambiato, con esso la qualità dei suoi sogni.

Se per noi nostalgici non c’è più scampo, il mondo può però essere ancora salvato: dai bambini, con i loro sogni, che possano ritornare ad essere i più puri possibili, proprio come quello del piccolo Pietro.

 

Foto di copertina: Ronaldo ai tempi del Cruzeiro, da Pinterest