Stroitel Pripyat: la squadra perduta e il disastro di Chernobyl

Stroitel Pripyat: la squadra perduta e il disastro di Chernobyl

Aprile 22, 2021 Off Di Luca Sisto

La storia del disastro di Chernobyl e dello Stroitel Pripyat, squadra di calcio locale che, il 26 aprile 1986, era in campo per una partita di coppa. Non avrebbe giocato e neppure inaugurato lo stadio Avanhard il primo maggio successivo. I calciatori e la popolazione locale, per quanto fu possibile alle autorità, mossesi troppo tardi, furono evacuati. Ma il disastro del reattore 4 della centrale nucleare di Chernobyl, risparmiò pochi, sconvolse la vita dei residenti di Pripyat, e segnò l’inizio della fine del regime sovietico.

La fine del sogno sovietico

Tra l’URSS dell’inizio degli anni ’80 e la fine del sogno sovietico, a ridosso dell’ultimo decennio del secondo millennio, c’è un buco di sceneggiatura notevole.

L’Unione Sovietica si era impantanata in una guerra senza via d’uscita in Afghanistan, come oltre 20 anni più tardi avrebbero scoperto anche gli americani. Di lì a poco, Gorbacev (che aveva assunto il potere nel marzo 1985) avrebbe implementato politiche di ristrutturazione economico-sociale e trasparenza (passate alla storia come perestrojka e glasnost), come contraltare a pressioni sempre più forti, anche dall’interno. A un anno dal suo insediamento, quell’idea di apertura al mondo si sarebbe subito scontrata con la realtà dei fatti.

La maggior parte degli studi sul politicamente deleterio, per i sovietici, decennio degli Ottanta, è concorde nello stabilire, nel 26 aprile 1986, l’inizio dell’implosione dell’URSS.

Tra l’Afghanistan e la caduta del Muro, l’evento chiave nella sconfitta per resa dell’Unione Sovietica in ciò che restava del conflitto a distanza con gli USA, è l’esplosione del reattore 4 di Chernobyl.

Una nuova era dello sport sovietico, interrotta sul più bello

Lo sport viveva in quegli anni un periodo di grande fervore. L’URSS dei lituani Sabonis, Marciulionis e Kurtinaitis avrebbe vinto l’oro alle Olimpiadi di Seul ’88, sconfiggendo gli americani in semifinale e prendendosi la rivincita contro la Jugoslavia di Drazen Petrovic nella finalissima. Nel calcio, erano invece gli ucraini del blocco Dinamo Kiev a farla da padrone, con il Colonnello Lobanovskyj alla guida. L’inopinata sconfitta col Belgio agli ottavi di finale di Messico ’86 aveva posto il freno ad una possibile cavalcata dell’Armata Rossa del calcio. I Tulipani di Van Basten, Rijkaard, Gullit e Rambo Koeman sconfissero i sovietici nella finale di Euro ’88. Il canto del cigno, a Italia ’90 quando l’URSS uscì nei gironi, per “mano” (sempre de Dios, ma meno conosciuta della prima) di Maradona e compagni.

Di lì a poco, l’Unione Sovietica si sarebbe disgregata, e il mondo intero si sarebbe trasformato, a fatica, in qualcos’altro. Migliore o peggiore, è un confine che nessuno storico, al tempo, fu capace di individuare in maniera così sottile. Troppa la spinta della retorica positivista e post-storicista che attanagliava i filosofi politici occidentali.

Vivevamo fra due bugie. Una, quella socialista, scomparve. L’altra, quella del benessere e del progresso capitalista, continua a mostrare la sua degenerazione ogni giorno.

Lo Stroitel Pripyat e lo stadio Avanhard

L’energia nucleare, la costruzione delle centrali e di città (Atomgrad) attorno ad esse, facevano parte di un’idea di progresso, sicurezza ed esclusività, nell’ottica dell’approvvigionamento energetico del paese. Ovviamente, si trattava anche di implementare un sistema credibile di deterrenza nucleare. Più centrali, più energia, più potere.

Immagine dall’alto della città e del campo da gioco dello Stroitel Pripyat (foto reddit.com)

A partire dal 1970, venne edificata da zero una città attorno alla centrale di Chernobyl, Pripyat, nell’area ucraina accanto al confine con la Bielorussia.

Se le Atomgrad erano viste, a dispetto dell’originaria propaganda stalinista, come “città totalitarie all’interno di un regime totalitario”, Pripyat faceva eccezione.

E non poco. Avanguardista, giovane (nel 1986 l’età media era di 26 anni) e, soprattutto, sportiva. Un parco giochi con ruota panoramica che tutt’oggi ricorre nelle immagini d’archivio. Due campi sportivi, per fare in modo che i giovani lavoratori avessero svago nel tempo libero. Dieci palestre, tre piscine e dieci poligoni di tiro.

“Stroitel” sta per “costruttori”. E lo Stroitel Pripyat nasce in contemporanea con la città. Una società calcistica che raccoglieva i migliori talenti della zona, in particolare dal villaggio limitrofo di Chistogalovka e fra coloro che avevano contribuito alla costruzione della centrale.

La fondazione della squadra si deve principalmente a Vasili Kizima Trofimovich, figura rispettata all’interno dei circoli sovietici, insignito del prestigioso Ordine di Lenin. Dal Chistogalovka arrivò il capitano Viktor Ponomarev, mentre all’inizio degli anni Ottanta, Anatoly Shepel, ex Dinamo Kiev e Chernomorets, si unì alla squadra come player manager.

Lo Stroitel giocava in un piccolo campo poco fuori Pripyat, sufficiente ad ospitare le partite della quinta serie del calcio sovietico, e della seconda e terza serie dei campionati regionali di Kiev.

Lo sviluppo crescente della squadra, rese però necessario un investimento maggiore. Fu quindi deciso, attraverso l’influenza del sindacato da cui prenderà il nome, di costruire uno stadio più grande, polifunzionale. Un impianto in grado di ospitare tanto eventi sportivi quanto propagandistici. Nacque così lo stadio Avanhard, la cui partita inaugurale era prevista per il 1° maggio 1986, in concomitanza con la festa dei lavoratori.

La scomparsa dello Stroitel Pripyat: metafora di un Paese

Il 26 aprile 1986, lo Stroitel Pripyat era in campo a fare riscaldamento. Si stava preparando ad affrontare, per la semifinale di Coppa della Regione di Kiev, il Mashinostroiteli, della vicina Borodyanka.

La partita non si sarebbe mai giocata. Così come un torneo dedicato alle giovanili, da tenersi lo stesso giorno. Un elicottero atterrò al campo d’allenamento del Mashinostroiteli, per avvertire della cancellazione del match poco prima della partenza per Pripyat. I calciatori dello Stroitel furono invece prelevati direttamente al campo, fra lo sconcerto generale. Erano andati lì a giocare una partita, e non avrebbero mai più rivisto né quel campo, né tantomeno inaugurato l’Avanhard cinque giorni più tardi.

Una volta evacuata Pripyat, diversi giocatori trovarono ricollocazione in altri piccoli club, felici di ospitare chi era stato costretto dagli eventi a mettere radici altrove.

Altri diedero vita, nel 1987, nella città di Slavutych, al nuovo FC Stroitel. La costruzione di Slavutych, a soli 45 km da Pripyat, si deve alla necessità di ricollocare gran parte degli abitanti della città in cui nessuno avrebbe più potuto fare ritorno. Lo Stroitel Slavutych andò avanti per meno di due stagioni, sciogliendosi alla fine del 1988, vista la decisione di molti suoi calciatori di allontanarsi ulteriormente dai luoghi del disastro.

Lo Slavutych trovò la rifondazione nel 1994, ma già nel 1998 si sciolse definitivamente.

Gli spalti dell’Avanhard Stadium, oggi. Sembra di essere all’interno di una foresta (foto flickr.com)

Il relitto dell’Avanhard, stadio che mai servì al suo scopo se non per due piccole manifestazioni a ridosso dell’inaugurazione ufficiale, è oggi luogo di pellegrinaggio di molti visitatori. Un elemento di culto, considerato alla stregua di una metafora della dissoluzione sovietica e di tutto ciò che sarebbe potuto essere e che, invece, non è stato.

Oggi lo stadio Avanhard si presenta come una foresta. Alle spalle, la ruota panoramica, icona indiscussa della città fantasma di Pripyat. Sembra di essere in un mondo post-apocalittico. Un retaggio triste di una guerra nucleare che non ha lasciato superstiti.

Le conseguenze del disastro

Anche dopo il disastro di Chernobyl, l’Unione Sovietica ha proceduto per qualche tempo, come se nulla fosse. Ma era accaduto, e di lì a poco gli effetti sarebbero stati tangibili. La pioggia radioattiva, la rilocazione forzata di intere famiglie e popolazioni a cavallo fra Bielorussia e Ucraina, un’immagine internazionale ormai priva di ogni credibilità, faticosamente conquistata nel presunto vantaggio nella corsa agli armamenti (e nella deterrenza nucleare) degli anni ’50 e ’60, mentre gli americani morivano a migliaia in Vietnam: tutto questo segnò l’inizio della fine del regime sovietico.

Sebbene non fosse il tipo di esplosione provocata da una bomba atomica, le conseguenze post-scoppio furono anche peggiori: il reattore in rovina rilasciò nell’atmosfera una nuvola di polvere ben novanta volte più radioattiva dei prodotti rilasciati durante l’esplosione della bomba atomica a Hiroshima.

La radioattività colpì in modo severo sia l’Ucraina sia la Bielorussia, a causa dei venti e della centrale nucleare al confine.

Il comportamento delle autorità sovietiche fu vergognoso. Nessun annuncio ufficiale fu effettuato nei primi tre giorni dall’accaduto, fino a che in Svezia si lamentò l’alto tasso di radiazioni presente nell’aria.

La disgregazione dell’URSS: epilogo inevitabile

Quando finalmente le autorità vennero allo scoperto, minimizzarono l’accaduto. Almeno trenta persone tra pompieri e personale del posto morirono nell’immediato a causa delle radiazioni, ma è impossibile ancora oggi stabilire quante persone in totale siano state coinvolte, accusando patologie più o meno mortali collegate alle radiazioni nell’aria. Alcune stime indicano, per difetto, in 4000 le vittime dirette di Chernobyl.

Per non parlare degli incalcolabili danni ambientali.  A causa della negligenza sovietica, il partito perse legittimazione e dal quel momento Chernobyl venne a simboleggiare la crisi dell’Unione Sovietica.

Un ulteriore danno d’immagine per la dirigenza sovietica venne dalla Bielorussia. La scoperta delle fosse comuni di Kuropaty (risalenti ad assassinii indiscriminati dell’NKVD fra il 1937 e il 1941) fu un momento fondante del nazionalismo bielorusso, l’ultimo chiodo sulla bara del regime sovietico, prima dell’impatto assordante dovuto alla caduta del Muro di Berlino, dentro e fuori la cortina di ferro.

La disgregazione dell’URSS è uno di quegli eventi storici la cui onda lunga non cessa nel tempo.

Ma è a Chernobyl l’evento scatenante, laddove Pripyat è solo una delle vittime di un disastro più grande. Si può dire, senza falsa retorica, che nel relitto dell’Avanhard e nelle città fantasma intorno alla centrale, come Pripyat, si celi la vera tomba dell’Unione Sovietica.

Quelli cresciuti negli anni Ottanta, nell’URSS e nei Paesi vicini, sono la “generazione Chernobyl”. Tornano alla mente le parole della leggenda ucraina, attuale allenatore della nazionale, Andriy Shevchenko, che aveva 9 anni all’epoca del disastro e viveva con la famiglia nell’Oblast di Kiev, a 245 km da Chernobyl:

“Da piccolo una volta calciai un pallone che finì sul soffitto di un edificio. Mi avventurai per recuperarlo e mi accorsi che era pieno di palloni. Li raccolsi e li portai a casa. Mio padre mi fermò, aveva con sé uno strumento per controllare la radioattività degli oggetti. Quei palloni erano delle bombe radioattive”

 

Immagine di copertina che ritrae una formazione dello Stroitel Pripyat: foto tratta da francescagorzanelli.it

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