Armando Picchi e lo Scudetto dell’Inter: accadde di maggio, 1971

Armando Picchi e lo Scudetto dell’Inter: accadde di maggio, 1971

Aprile 27, 2021 Off Di Redazione

Beppe Giuliano Monighini ci regala questo meraviglioso omaggio ad Armando Picchi. Il racconto, secondo i giornali dell’epoca, delle giornate che precedettero e seguirono la morte dell’icona livornese, a cui è dedicato lo stadio cittadino. Uno spaccato dell’Italia di allora, fra cronaca e sport, con lo sfondo dello Scudetto interista, le rovesciate di Bonimba, e il rock dei Rolling Stones.

Un maggio, cinquant’anni fa

Mariolino Corso è spalle alla porta. Nei pressi del cerchio di centrocampo, direbbe un radiocronista. Inter-Foggia, sebbene possa assegnare lo scudetto, non è campo principale a ‘Tutto il calcio minuto per minuto’. La voce alla radio è di un giovane Beppe Viola.

Corso come suo solito caracolla, sembra voltarsi verso la propria sinistra, una scelta strana per un tutto mancino che al massimo “il destro lo usa per salire sul tram” (già, cinquant’anni fa era concepibile che pure i calciatori famosi prendessero il tram).

Il capitano dei “satanelli” Maioli lo segue senza asfissiarlo. Il numero 11 nerazzurro si volta infine verso destra e subito col piede “buono” fa partire un lancio di cinquanta metri.

Lungo la fascia corre Giacinto Facchetti. L’hanno rubato all’atletica leggera e infatti ha il fisico perfetto per la velocità o gli ostacoli, gambe lunghissime, il busto leggero da portare in giro.

Facchetti non deve nemmeno stoppare il pallone, che atterra e sembra aspettarlo lì, dalle parti della bandierina del corner. Il numero 3 dell’Inter crossa, Pirazzini che gioca con il 4 (il 6 lo indossa un altro biondo, Luciano Re Cecconi, pupillo dell’allenatore del Foggia Maestrelli) prova a saltare ma il lancio va a spiovere verso il centro dell’area di rigore.

Corso e Facchetti hanno meno di trent’anni ma sono veterani di, rispettivamente, oltre 400 e 350 partite giocate nell’Inter con cui hanno vinto tutto. Specie del mancino veneto all’inizio della stagione ‘70-71 si diceva fosse finito.

Credo nelle rovesciate di Bonimba e nei riff di Keith Richards.

Questo dice, di nuovo alla radio, Ivan Benassi detto Freccia, personaggio principale di ‘Radiofreccia’ scritto e diretto da Luciano Ligabue (noto tifoso interista).

La rovesciata di Bonimba al Foggia (foto fcinternews)

Proprio la domenica di un maggio, cinquant’anni fa, precisamente il giorno 2, Bonimba come chiamano Roberto Boninsegna segna in rovesciata quello che diventerà il suo gol più famoso, sul cross di Facchetti lanciato da Corso.

“Si tratta questo forse del più bel gol dei ventiquattro segnati fin qui dall’irresistibile centravanti nerazzurro” dice a ‘Tutto il calcio minuto per minuto’ Beppe Viola (noto tifoso milanista).

“Boninsegna è già in volo, coglie la palla in impatto favoloso col sinistro e saetta di mezza rovesciata in rete facendo gridare lo stadio intero, mentre vecchi critici, stupefatti, dicono che solo Piola sapeva segnare così”, scrive l’indomani per Stampa Sera Giovanni Arpino (noto tifoso juventino).

Roberto Boninsegna va per i ventotto anni ed è tornato all’Inter dopo tre campionati al Cagliari, che l’ha scambiato con Domenghini, Gori e Poli l’estate prima di vincere l’unico, storico, scudetto. È uno dei centravanti più forti della storia nerazzurra.

Intanto Keith Richards, quello dei riff, insieme alla compagna romana Anita Pallenberg sta prendendo possesso di Nellcôte, tenuta a Villefranche-sur-Mer. Gli Stones hanno dovuto lasciare l’Inghilterra per ragioni fiscali scegliendo il sud della Francia. Proprio nel buio e umido seminterrato di Nellcôte, che secondo il suo inquilino sembra un incrocio tra Versailles e l’Inferno di Dante, con le griglie d’aerazione decorate dalle svastiche di quando l’aveva occupata la Gestapo, il gruppo inciderà Exile On Main Street, il loro ellepì più celebrato. Richards in quel maggio ‘71 va sui go-kart a Cannes e si fa male alla schiena. Gli fanno la morfina, che subito riattizza la sua passione per l’eroina.

Il giorno dello Scudetto nerazzurro

Domenica 2 maggio 1971 la partita tra Inter e Foggia aperta dalla rovesciata di Bonimba finisce 5-0, il Milan perde a Bologna e i nerazzurri vincono con due giornate d’anticipo lo scudetto che viene ricordato per la “tabella”. Un calendario della rimonta scritto dai veterani dopo la sconfitta di Napoli alla settima giornata quando i nerazzurri avevano solo sei punti, metà di quelli del Milan che aveva dominato 3-0 il derby, portando anche all’esonero di Heriberto Herrera, “accacchino” per la penna di Gianni Brera che così lo distingueva dall’omonimo Helenio, appunto “accaccone”.

L’allenatore paraguaiano pochi anni prima aveva vinto un clamoroso scudetto con la Juventus scavalcando l’Inter all’ultima partita, grazie alla “papera” di Giuliano Sarti su innocuo cross di Beniamino Di Giacomo, ex finito al Mantova. Campionato ‘66-67 perso quattro giorni dopo la Coppa dei Campioni alzata dal Celtic. Nell’estate Herrera quello originale, “accaccone”, aveva regolato alcuni conti ed era riuscito a far vendere il capitano Picchi, finito al Varese.

Armando Picchi contrasta Bertie Auld, durante la finale di Coppa dei Campioni del 1967 a Lisbona, Celtic-Inter 2-1 (Copyright: imago/Kicker/Metelmann; foto tratta da leschampions)

Il nuovo presidente dei nerazzurri, il buon Fraizzoli, aveva pensato bene (anzi male) di assumerlo, “accacchino”. Il profeta del “movimiento” era detestato dai veterani, Corso in primis. Dopo l’esonero l’aveva sostituito Giovanni Invernizzi detto “Robiolina”, un biondo quieto che si era affidato appunto al gruppo dei reduci della grande Inter (oltre a Facchetti e Corso c’erano ancora Mazzola, Burgnich, Jair e Bedin) rafforzati soprattutto dal centravanti che nel club era cresciuto e che coi suoi 24 gol vinceva la classifica dei cannonieri.

Dopo il Milan e il Napoli, allenato da Beppone Chiappella e basato su una difesa eccellente davanti a Dino Zoff e sui gol del veterano Altafini, si piazzava al quarto posto la Juventus che stava perdendo, definitivamente, l’allenatore a cui aveva affidato una coraggiosa ricostruzione basata sui giovani. La stessa domenica 2 maggio i bianconeri battevano 3-1 la Sampdoria mentre il Genoa con i suoi 9 gloriosi scudetti degli albori, per la prima volta sceso in serie C, subiva un vergognoso 2-0 a Macerata. Nella squadra allenata da Gianmarinaro gran protagonista l’ala sinistra Veracini con una doppietta.

Quei maledetti, piovosi giorni di maggio

In quello che veniva segnalato come un weekend dal clima incerto, con numerosi temporali, mare agitato e un vento freddo che soffiava sulla Riviera, viveva l’ultima domenica della sua vita Milena, una ragazzina genovese che diventerà, poverina, vittima di uno dei fatti di cronaca più raccontati e che più colpirono l’opinione.

E Armando Picchi, il giovane allenatore cui era stata affidata la Juventus, viveva una delle sue ultime domeniche “a San Romolo in una villa a ottocento metri alle pendici del monte Bignone, alle spalle di Sanremo; un nome dolce, «la baita bella», un’architettura vagamente bavarese, la protezione del verde intorno” (scriverà Nando Dalla Chiesa nel libro dedicato al campione livornese).

Picchi era andato in panchina un’ultima volta il 7 febbraio, a Bologna. C’era stato uno scazzo tra Roversi e Causio, il focoso, promettente “barone” che proprio lui aveva voluto titolare. I due allenatori erano entrati in campo per placare gli animi, forse era volata qualche parola di troppo, come si dice. L’arbitro, il signor Mascali della sezione di Desenzano sul Garda, aveva cacciato solo lo juventino. L’altro allenatore, beffa nella beffa, era Mondino Fabbri, il c.t. della disfatta ai mondiali del ‘66 che non aveva voluto convocare Picchi, all’epoca il più forte libero del mondo, per ripicca verso i “difensivisti” e per un vecchio astio verso l’Inter.

Il livornese veniva da mesi difficili. La moglie Francesca era stata a lungo tra la vita e la morte dopo avere partorito il secondogenito Gianmarco, battezzato come uno dei figli del presidente Moratti. Lui aveva dolori alla schiena sempre più forti. Solo la carriera andava bene. La giovane Juventus dopo un inizio difficile aveva preso a giocare un bel fútbol, segnando molto in un’epoca in cui i gol erano col contagocce. Nel girone di andata due terzi delle giornate avevano registrato almeno un “pareggio ad occhiali”.

La domenica prima era stato ospite della Domenica Sportiva, allora un appuntamento sacro per tutti gli appassionati, con ascolti clamorosi.

Scrive Alfredo Pigna che la conduceva, nel suo ‘I padroni della domenica’, raccontando quanto gli disse uno dei curatori del programma: “Ha un dannato dolore alla spina dorsale, ma verrà. Piuttosto, bisogna che tu lo lasci andar via appena parte il filmato, dopo che l’hai intervistato. M’ha detto che non riesce a stare seduto. Soffre in maniera tremenda, non si riesce a capire cos’abbia”.

Aggiunge Pigna: “Armando Picchi portava la morte dentro di sé e, forse, già lo sospettava”.

L’avevano ricoverato pochi giorni dopo l’espulsione di Bologna. La diagnosi era stata atroce.

Epilogo

Milena uscì dalla scuola svizzera di via Peschiera nel pomeriggio di giovedì 6 maggio 1971. Un giorno con molto vento, che veniva dal mare.

da La Stampa, ritaglio originale dell’autore

Abitava con la famiglia in una bella villa nel quartiere di Albaro. In autobus avrebbe dovuto fare un tragitto di circa mezz’ora. Non tornò più.

All’inizio si scrisse di un rapimento per ottenere un riscatto. La città aveva vissuto pochi mesi prima quello di Sergio Gadolla (il cui padre Fausto era tra l’altro stato presidente del Genoa).

I giornali ovviamente raccontavano ampiamente una storia che, d’altronde, viene vissuta con grande partecipazione poi con immenso dolore popolare quando il mare, quindici giorni dopo, restituì il corpo della tredicenne. Di lei pubblicano una foto in cui è a sciare, ha in testa un cappello di lana. Sorride. Una bella ragazza felice. Un cronista scrive che il suo aspetto rivela le origini svizzere. In realtà è nata e cresciuta in Liguria. Ha madre belga e la famiglia s’era trasferita a Genova più di un secolo prima. Anche se al club del Tunnel, il più esclusivo della città, sede nel palazzo Spinola di via Garibaldi, suo padre lo chiamano “u furestu”, il forestiero (il che la dice più che altro lunga sulla mentalità genovese).

Il padre di Milena è Arturo, ha 44 anni. È un uomo imponente, molto bello, notevolmente colto, naturalmente cortese. La ditta familiare da oltre un secolo fa prodotti per la pulizia, con la loro cera Emulsio si lucidano i pavimenti delle case italiane e con Marga le scarpe eleganti degli uomini. Di religione protestante, serissimi, sembra un modo di dire ma sono davvero una bella famiglia.

Arturo conserverà sempre la sua naturale, piacevole empatia anche se, ancora decenni dopo, dovranno celargli ogni articolo dei giornali che regolarmente ritorneranno sul rapimento e sull’uccisione della figlia (per rispetto della famiglia, e della sua memoria, abbiamo scelto di non scriverne ancora una volta il cognome).

Il 27 maggio 1971 le cronache raccontano ampiamente gli sviluppi dell’indagine, è stato fermato un ragazzo che si sta rivelando un maniaco perverso, deviato, e che già è stato etichettato come “il biondino della spider rossa”. Non c’è invece notizia della morte di Armando Picchi, avvenuta nel pomeriggio del giorno prima. La famiglia ha chiesto di non divulgarla perché la sera la Juventus avrebbe giocato la finale d’andata della Coppa delle Fiere contro il Leeds. La partita peraltro verrà sospesa per lo scoppio di un violento temporale.

I Picchi avevano optato per un funerale privato, ma la città di Livorno non era d’accordo. Tra i primi a chiedere esequie pubbliche furono “gli operai dei Cantieri Orlando, i protagonisti storici – con i portuali – del movimento operaio livornese. Quelli che interrompevano il lavoro e uscivano se i fornai non mantenevano gli accordi sui prezzi del pane. Quelli che si stendevano sulle rotaie del tram per protestare contro l’occupazione di Tripoli” (ancora dalla Chiesa).

I livornesi volevano poter salutare degnamente il loro Armandino, così tutti lo chiamavano in città. Il clima non fu buono nel maggio di cinquant’anni fa: anche durante il corteo funebre scoppiò un temporale tremendo ma la folla restò lì, sotto la pioggia e il vento per dire addio a quel giovane uomo serio e sfortunato.

Immagine di copertina: inter.it

Testo di Beppe Giuliano Monighini, che ringraziamo.