Tevez o Brigante, semplicemente Carlito’s way

Tevez o Brigante, semplicemente Carlito’s way

Maggio 9, 2021 Off Di Andrea Lorello

Tevez e Brigante non hanno solo “Carlito” in comune: pur appartenendo a contesti diversi le loro storie si intrecceranno..

Ai puristi del pallone non piace la spettacolarizzazione del calcio. Certo, se si parla di Superlega o modello Nba come dargli torto. Ed infatti cercheremo di accontentare anche loro, proponendovi un racconto frutto dell’intreccio di due storie nate in ambienti diversi. Il calcio e il cinema. Da sempre uno dei mezzi di narrazione del pallone. Molteplici sono le pellicole sul calcio raccontate dal grande schermo. Come le gesta di Pele in “Fuga per la vittoria“, l’amore viscerale dell’insegnante di lettere Paul Ashworth per la collega Sarah ed i Gunners in Febbre da 90°”, o il sogno della ragazza di origine indiana Jess di giocare a calcio in Sognando Beckham“. Insomma il cinema ha contribuito a manifestare il calcio in tutta la sua bellezza. Un racconto fatto di sogni realizzati ed infranti. Come quello di Carlito Brigante, protagonista del celebre film Carlito’s way.
1975: Carlito è uno spacciatore portoricano condannato a 30 anni di reclusione. Tornato in libertà, il suo intento è restare fuori dal giro, ricongiungersi con la sua ex fidanzata Gali, lasciata poco prima di entrare in carcere, e trasferirsi ai Caraibi, sull’isola dei sogni. Non ci arriverà mai. Il destino gli remerà contro ed il suo sogno svanirà con la morte. Pagherà a caro prezzo il sogno di rifarsi una nuova vita, lontana ma felice. Cosa rimproverarti Carlito. I sogni non hanno età e tu ne sei stato il testimone. Spietato, freddo, scaltro, Carlito Brigante è stato questo ed altro. Come il suo lato romantico e leale. Ma anche le sue debolezze, i suoi desideri, le sue speranze. Carlito, interpretato magistralmente da Al Pacino, in una delle sue migliori performance, è stato molto più di un gangster. Cosi come un altro Carlitos, nato negli anni 80, anch’egli spietato ma sotto porta, diventerà molto più di un calciatore.

Carlito Brigante un attimo prima di morire. (Foto di La settima arte)

Nove anni dopo la morte di Carlito Brigante
5 febbraio 1984. E’ un giorno come tanti nell’Ejército de los Andes, barrio della periferia ovest di Buenos Aires. Le macchine in sosta bruciano emanando il solito acre odore di bruciato misto alla puzza delle fogne a cielo aperto. I casermoni popolari fanno ombra al campetto di cemento misto a sabbia del  quartiere. All’interno del campo un gruppo di ragazzini scalzi giocano a pallone. Dalla finestra di una delle fatiscenti torri, il pianto di un neonato interrompe il brusio del vicinato. Alla luce è venuto Carlos Martinez. Vicino alla madre Fabiana Martinez, il padre Carlos non ci può essere poiché ucciso in un conflitto a fuoco al settimo mese di gravidanza.
A 3 mesi di vita il neonato viene abbandonato anche da lei e a 10 mesi ricoverato in terapia intensiva per essersi rovesciato un bollitore di acqua bollente sul viso. Sembra esser finita ma la creatura già dimostra di avere “los huevos”. Dopo due mesi è fuori dall’ospedale e affidato agli zii, Fabiana e Segundo Tevez. Viene allevato con amore ma pur sempre tra la miseria e il degrado del barrio soprannominato Fuerte Apache, dove il rimbombo dei proiettili vaganti non spaventa neanche i pibes del campetto. Carlitos ben presto diventerà uno di loro insieme a Dario, il suo migliore amico. Sono inseparabili finché Dario non entra nel tunnel della droga. Ne uscirà suicida nel 2011.
Carlos invece soffre di un’altra patologia, la sua “droga” è il pallone. Il suo sogno giocare nel Boca e la sua utopia Diego Armando. Esaudirà solo con le sue forze ogni suo desiderio. Le movenze sui prati verdi europei sono quelle dell’arido campetto di Fuerte Apache.  Da bambino, la sua cicatrice non lo ha mai intimidito. Da grande è stata la sua forza. Segno di un’infanzia strappata. Testimone di chi non ha concesso un centimetro al destino fatale del barrio.
Parafrasando un celebre cantautore “Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fiori”.
Ci siamo capiti. Stiamo parlando di Carlitos Tevez. Colui che è riuscito a fuggire dal barrio ma non a scappare dal suo passato. Da quello non si scappa. Ce lo insegna Brigante che cerca invano di ripulirsi ma viene trascinato e tradito dai suoi vecchi “amici”. Il mondo di cui faceva parte gli ha chiesto il conto. Il suo sogno era troppo grande o ha solo commesso degli errori nel ricostruire la sua seconda vita? Ci piace pensare la seconda. Come la chance che la sorte ha donato a Tevez. La forza di volontà e due piedi niente male. Ne ha fatto un capolavoro. Ha raggiunto l’isola di Brigante. Quella dei sogni che non muoiono mai. Senza dimenticare la strada di casa, o meglio “Carlito’s way.”
Sui casermoni fatiscenti del barrio di Fuerte Apache, il murales di Carlos Tevez. Queste le sue parole scritte sul            retro della copertina della sua biografia: “Sono nato qui , sono cresciuto qui e sarò sempre qui. il mio quartiere            me lo porterò sempre nel sangue” (Foto di Post.it)
Immagine di copertina disegnata dal nostro Valerio Vitale.