L’era del Principe Redondo: Il rivoluzionario

L’era del Principe Redondo: Il rivoluzionario

Maggio 13, 2021 Off Di Andrea Bedini

Il discorso intorno alla figura di Fernando Redondo è ancora aperto.

Come spesso accade, la sua eredità (tecnica in questo caso) viene confinata ad un unico gesto: il famoso taconazo di Real Madrid-Manchester United nella Champions League 1999/00.

Un po’ come dire che Martin Luther King, al netto di “I have a dream”, non sia stato così rilevante. Sarebbe terribile.

Eppure, ogni qual volta qualcuno lo nomina, non si può che tornare con la mente a quella serata, a quel numero, alle facce dei giocatori del Manchester United dopo che la palla fu spinta in rete da Raul.

Ci soffermiamo su questo ricordo. Ma come per la narrativa che ha fatto di King l’ossimoro di un docile rivoluzionario, così per Redondo, la sua essenza viene oscurata da dettagli che finiscono per malcelarne la vera grandezza.

L’Argentinos Juniors e gli anni del “Semillero”

Che la storia di Fernando Redondo sia una di quelle che va a braccetto con le grandi storie del gioco, lo si evince già dai suoi primi anni di vita.

Nato ad Adrogué, una borghese cittadina di 20.000 abitanti vicino a Buenos Aires, inizia a praticare il futsal a 6 anni nella squadra locale. A 11 anni suo padre lo porta ad un provino alla “Paternal“, dove si fa notare dagli scout dell’Argentinos Juniors, convinti ad ingaggiarlo immediatamente.

L’Argentinos Juniors non è una squadra indifferente nel panorama mondiale. Basti pensare che giocatori come Diego Armando Maradona, Juan Román Riquelme, Sergio Batista, José Pékerman, Nicolás Pareja, Esteban Cambiasso e, appunto, Fernando Redondo, siano solo alcuni dei grandissimi talenti usciti dal club per questo conosciuto come “El Semillero del Mundo“.

Il ragazzo argentino condivide le giovanili con “El Turco” Maradona, fratello minore di Diego.

Durante gli anni del Bicho inizia già a stupire chiunque lo osservi, a centrocampo sa giocare ovunque, e trova sempre il modo di fare la giocata giusta. Con le sue prestazioni arriva, all’età di 16 anni, ad esordire nella prima squadra.

Ci vorranno un paio di stagioni, ma appena raggiunta la maggiore età Redondo si afferma come titolare, prendendo in mano le chiavi del centrocampo.

Un giovanissimo Redondo con la maglia del Bicho (foto: pintarest.com)

L’Argentinos Juniors vuole puntare sul suo giovane gioiello, ma per uno errore burocratico da parte della dirigenza, non gli viene rinnovato il contratto. È così che ne approfitta il Tenerife, che lo ingaggia a parametro zero regalando al calcio europeo il talento del Principe Redondo.

L’approdo in Europa

Nelle Isole Canarie, giocherà quattro stagioni, dando da subito l’impressione di essere diverso dagli altri. Mostra a tutti un nuovo modo di interpretare il ruolo di centrocampista.

Sotto la guida del suo mentore Jorge Valdano riesce a entrare nel cuore dei tifosi portando il Tenerife alla prima storica qualificazione alla Coppa UEFA nel 1993. In quella stessa estate sarà protagonista nella vittoria della Coppa America nell’Argentina di Batistuta e Goycochea. Il tutto a 24 anni.

Il meglio di sé, però, lo mostrerà con il Real Madrid. Le chiavi del centrocampo dei Blancos permettono a Redondo di mostrare al mondo intero la sua grandezza.

Il soprannome: “El Principe”, come spesso accade per gli argentini, non è di certo casuale.

Con la palla tra i piedi assume una funzione regale, con la sua eleganza e il suo aspetto sempre pulito e impeccabile, che uniti a prestazioni magistrali e una personalità tutta sua conquistano da subito il pubblico europeo. Quando è in campo, la linea che separa il calcio dall’arte sbiadisce piano piano fino a scomparire completamente.

Con il passare delle stagioni, il suo modo di giocare lo trasforma in una bandiera dei Merengues. È il classico leader silenzioso, orchestra il gioco con una facilità tale da lasciare spiazzato chiunque abbia a che fare con lui. In qualsiasi situazione, quando ha la palla tra i piedi, ci si potrebbe aspettare di tutto, ma che perda il pallone non passa neanche per l’anticamera del cervello.

Redondo festeggia insieme a Diego Simeone dopo la vittoria in Copa America. (foto: acmilanzone.fr)

Con i Blancos vince per due volte il campionato spagnolo, dopo che lo stesso mancava da quattro anni.

Guida il centrocampo alla vittoria nella Champions League 1997/98 e nella finale con la Juventus. Nel 2000 consacra il proprio ciclo nel Real Madrid con un’altra Champions in bacheca e la prestazione dell’Old Trafford che ha portato El Principe sul tetto d’Europa; con quella giocata magnifica, che ne ha fotografato la carriera, e una gara dominata dal punto di vista tecnico. In quei 90 minuti Redondo, appare un gigante messo a confronto con tutti gli altri giocatori in campo, e quando un calciatore dà questa impressione in un palcoscenico del genere, entra di diritto nella leggenda del gioco del calcio.

Il Milan e la fine dell’era di Redondo

In quell’estate Redondo viene ceduto al Milan dopo una lunga e controversa trattativa. I tifosi del Real Madrid sono increduli davanti alla cessione del loro numero 6, e alcuni sembrano chiedere a gran voce la “testa” di Fiorentino Perez.

“Redondo es Madrid” questo il coro a lui spesso dedicato che diventa lo slogan di quei giorni di contestazione.

Dalle ceneri di quel Real e, anche, di Fernando Redondo, nasceranno però i Galacticos, che negli anni a seguire faranno stropicciare gli occhi a tutti noi appassionati.

Purtroppo, come già sappiamo, un infortunio in pre-stagione segnerà il resto della carriera del Principe, proprio appena prima di vederlo nel nostro campionato.

Anche in questa situazione, però, Redondo si dimostra il principe che tutti gli dicono di essere.

Dopo la prima stagione con i rossoneri, passata per lo più in riabilitazione, decide di rinunciare al salario per il quale aveva firmato. Un piccolo gesto, ma che mostra quali siano, nei fatti, le priorità e il valori del fenomeno argentino.

Nelle sue quattro stagioni rossonere, i guai fisici non lo lasciano mai in pace. Riuscirà a mettere insieme appena 28 presenze in un’esperienza da lui stesso descritta come una sorta di calvario.

Dopo aver aggiunto alla propria bacheca, seppur non da protagonista, un campionato di Serie A e la sua terza Champions League, con un fisico ormai lontano da quello che era con il Real Madrid, Fernando Redondo lascia il mondo del calcio.

E’ così che si conclude l’era del Principe Redondo. In un modo amaro, ingiusto per quello che è stato per questo sport.

Rappresentante silenzioso di un cambiamento, che ha visto mutare il gioco del calcio anno dopo anno fino a portarlo allo sport dei giorni nostri.

 

Immagine di copertina: Goal.com