Andriy Shevchenko, il giorno in cui mi fece innamorare del calcio

Andriy Shevchenko, il giorno in cui mi fece innamorare del calcio

Maggio 21, 2021 Off Di Valerio Vitale

“Che cosa è tutto quanto gli uomini han pensato in millenni, di fronte a un solo istante di amore?”
Friedrich Hölderlin

Andriy Shevchenko, il giorno in cui mi fece innamorare del calcio – Premessa

Andriy Shevchenko e Friedrich Hölderlin. Esiste un nesso tra l’attaccante ed il poeta tedesco vissuto tra il ‘700 e l’800? C’è qualcosa che collega l’aforisma in alto alle gesta del campione ucraino? Ovviamente sì. Ma prima di arrivarci è doverosa una premessa. Questo articolo non vuole essere una biografia di Andriy Shevchenko. Della sua storia di calciatore ne hanno parlati in tanti, tantissimi. Così come della sua vita, come quando dovette scappare a 9 anni in seguito al disastro di Cernobyl, non troppo distante dal luogo dove stava crescendo. Nella lunga carriera dell’ucraino, che, come in un cerchio perfetto, inizia e si chiude alla Dinamo Kiev, ci si vuole fermare in questo racconto ad un mero istante.

1992, il primo giorno in cui indossò a 16 anni la prestigiosa maglia dello storico club ucraino. 2012, l’ultimo giorno in cui lo fece, 20 anni dopo, a 36. Venti anni di gol, vittorie, successi, ma anche cadute e amare delusioni. Venti anni, riassunti in un singolo momento. Quello che mi fece innamorare perdutamente, indissolubilmente, del calcio.

Andriy Shevchenko bacia il pallone d’oro vinto nel 2004 (fonte: AC Milan Fans Club – Facebook)

Una delle ragioni…

Ci sono tre ragioni per cui mi sono innamorato del calcio. La prima, senza dubbio, mio padre. Sin da quando ho cominciato a muovere i primi passi mi ha trasmesso questo bellissimo virus chiamato calcio. Sì perché, proprio come un virus, l’amore per il calcio si trasmette. Di padre in figlio. Di nonno in nipote. E per fortuna, ancora oggi, non esistono vaccini per fermarlo. Era il 1996. Avevo 3 anni quando lui si metteva in porta nel parco pubblico vicino casa ed io cominciavo a tirare quel pallone, sempre con più voglia e convinzione. Nel 1999 il secondo motivo. Il fenomeno, l’originale. RonaldoCapelli rasati per essere come lui, scarpina uguale, dello stesso colore. La sua maglia, presa con i punti del latte Granarolo. Ne bevevo litri al giorno. Forse, pensandoci, bevevo tanto latte solo per accumulare i punti utili per ottenere la sua maglia. Custodita, ancora, come una reliquia nell’armadio. La terza ragione però arrivò due anni dopo. Dicembre 2001, Milan-Juve 1-1.

Ecco, l’istante. Proprio quello che mi fa capire la frase di Hölderlin. Lo stesso che mi fece innamorare perdutamente, indissolubilmente, del calcio…

Milan – Juventus, Serie a 2001/2002

E’ il 9 dicembre del 2001. Nel gelo di San Siro, alle ore 20:30 si affrontano per la 14a giornata di Serie A Milan Juventus. I padroni di casa non sono partiti in campionato con il piede giusto. Proprio per questo dopo la decima giornata viene esonerato il tecnico Fatih Terim. Al suo posto arriva Carlo Ancelotti. E’ l’inizio di una grande storia d’amore e di trofei. Ma questa è un’altra faccenda. Il tecnico rossonero si era lasciato l’anno prima, in malo modo, proprio con la Juventus. C’è tanta voglia di rivalsa dunque tra le fila rossonere. La squadra si schiera con un 4-3-1-2. Abbiati tra i pali. Dinanzi a lui Helveg, Chamot, Costacurta Maldini. A centrocampo spazio a Gattuso, Albertini Davala. Il trequartista è lo splendido Rui Costa. Ed in attacco, complice l’assenza di Inzaghi, il peso della squadra è tutto sulle spalle di Shevchenko, affiancato da Javi Moreno. La Juventus di mister Lippi, che invece viaggiava a gonfie vele, si schiera con un 4-4-2. Buffon tra i pali, difesa composta da Thuram, Iuliano, Montero Pessotto. A centrocampo, in mediana, ecco Davids Tacchinardi. Sulle fasce spazio a Zambrotta e Nedved. In attacco la coppia formidabile Del Piero-Trezeguet. Fischia Paparesta, rotola il pallone, comincia la sfida.

Il match è subito appassionante. La Juve spinge forte sull’acceleratore, portandosi in avanti, ma la difesa rossonera resiste. E’ una di quelle sere che se respiri si vede la nuvola di fumo, per intenderci. Ciò nonostante San Siro è un inferno, il clima è rovente. 81 mila spettatori, ogni settore è pieno. 81 mila cuori che da lì a poco sarebbero sobbalzati, con i battiti accelerati, davanti ad un gol indimenticabile. Tutti quelli più il mio, sul divano di casa, dinanzi a Tele+.

Andriy Shevchenko, 22′ 49”: cronaca del gol

Minuto 22 e 49. Rui Costa alza un campanile senza troppe pretese, la porta presieduta da Buffon dista oltre 40 metri. Montero respinge di testa, la palla resta lì e Javi Moreno riesce a spizzarla per Shevchenko. Vento di passione, soprannominato così da Carlo Pellegatti, avanza. Davids lo tallona invano. Non è l’unico. L’ucraino è inseguito, senza successo, da più giocatori della Juventus. Altri due, in scivolata, provano ad arrestarlo. Falliscono. Sheva danza col pallone e li supera come se fossero birilli, o conetti utilizzati a Milanello negli allenamenti della settimana. Spigolo alto dell’area di rigore. Sheva è all’esterno dello stesso, sulla fascia destra. Da lì ci aspetta un cross, non di certo un tiro. A maggior ragione quando in porta c’è Buffon. Ma Sheva se ne frega, e lascia partire un arcobaleno più bello di quelli che vedi verso il tramonto dopo un giorno di pioggia. Tiro potente ed angolato, la palla scende sul palo più lontano, sotto l’incrocio.

“Andriy Shevchenkooooo. Un gol strepitoso. Strepitoso. Eccolo qui Shevchenko va via a tutti, poi guarda Buffon, è fuori. E’ impossibile metterla girato così. E la incrocia, in pallonetto, sul palo opposto. Questo è un gol da fenomeno. Dopo il gol di Weah, forse il gol più bello che abbia visto negli ultimi dieci anni”.

Fabio Caressa – Telecronaca in diretta Milan-Juventus, 9 dicembre 2001

Quanto vale un istante e dubbi senza senso

In quel preciso momento esplose San Siro. Qualcuno racconta che finì 5 file sotto al posto in cui si trovava. Anche io esultai follemente, nonostante non tifassi Milan. Per fortuna della signora del piano di sotto, però, non mi ritrovai al piano inferiore come accadde invece sugli spalti. Che cosa è tutto quanto gli uomini han pensato in millenni, di fronte a un solo istante di amore? Assolutamente niente. Perchè istanti così ti fanno venire ancora i brividi oggi, 20 anni dopo. Ti fanno sentire di nuovo lì, a 9 anni, sul divano, davanti a Tele +. Come lo spieghi? Battisti, diceva saggiamente, tu chiamale se vuoi, emozioni. Chiamiamole così e basta, perchè spiegarle razionalmente è compito assai più arduo che scrivere un articolo di mille parole.

I più freddi, invece, ebbero il barbaro coraggio di affermare che Sheva volesse crossare. Miscredenti. Ma lasciamo questi dubbi senza senso agli uomini che guardano e parlano di calcio come se fosse un’azione aritmetica. O una semplice scienza statistica. Il calcio è invece fatto di quegli istanti. Gli stessi descritti da Hölderlin. Lo stesso istante vissuto quel 9 dicembre 2001, intorno alle 20 e 53.

 

Immagine di copertina tratta da: tribuna.com