Dimitar Berbatov: talento e svogliatezza di un campione mai banale

Dimitar Berbatov: talento e svogliatezza di un campione mai banale

Maggio 23, 2021 Off Di Andrea Bedini

“Se non avessi fatto il calciatore professionista, sarei stato comunque un artista. Amo il cinema e adoro disegnare, probabilmente sarei diventato un ottimo pittore”.

Nei 40 anni compiuti quest’anno da Dimitar Berbatov, si cela un uomo accusato troppe volte di non essere adeguato al contesto. Spesso, egli stesso ha dato dimostrazione di superficialità nell’approccio al mondo circostante.

Tuttavia, ogni calciatore, soprattutto nel calcio moderno, deve convivere con un “sé” professionista e con un “sé” uomo, con tanto di vizi, difetti e bisogni che ogni essere umano ha nella propria personalità.

Nella carriera di Berbatov, la linea che separa queste due identità è stata molto sottile, forse troppo per un mondo del calcio in continua evoluzione che lascia sempre meno spazio alle imperfezioni.

Il Tottenham e Martin Jol

A Firenze ancora attendono l’aereo che, nell’estate del 2012, avrebbe dovuto portarlo da Manchester a vestire la maglia Viola.

Un inaspettato dietrofront, una fredda chiamata di scuse per la sua scarsa voglia di rimettersi in gioco in un nuovo Paese. La scelta di riunirsi col suo vecchio manager ai tempi degli Spurs, Martin Jol.

È proprio l’allenatore olandese a creare una sorta di “safe zone” nella vita calcistica di Berbatov.

I due si erano conosciuti quando il bulgaro arrivò tra tante belle promesse dal Bayer Leverkusen. Nella sua esperienza tedesca era stato protagonista di un amaro quanto storico “triplete” del secondo posto in Bundesliga, Champions League e Coppa di Germania.

Con l’approdo al Tottenham nel 2006 si trova la quadra con la strana coppia Robbie Keane-Berbatov, che porta agli Spurs ben 72 gol nelle sue due stagioni di vita, prima del trasferimento di entrambi i bomber.

Dell’irlandese, il bulgaro dirà che “correva per entrambi e parlava anche, per entrambi”.

Berbatov e Keane con la maglia degli Spurs (foto: PA images)

“Dimitar non era depresso, semplicemente amava due cose: che si corresse per lui in campo, e che nessuno lo disturbasse fuori. Entravi nello spogliatoio e se ne stava sempre per fatti suoi”

Martin Jol

Berbatov non è stato un centravanti come altri. Oltre al talento straordinario e la capacità innata di leggere le situazioni offensive, si distingueva per il suo approccio mentale.

L’impressione era sempre quella di vederlo corricchiare al parco, con la stessa voglia che avrebbe chiunque altro di giocare con gli amichetti più piccoli del proprio fratellino.

D’altronde da un laureato all’Università di Sofia, che parla 5 lingue e passa il tempo libero a leggere e disegnare, non ci si può aspettare un banale approccio al gioco.

Eppure, si pensa che questo suo modo un po’ distaccato di interpretare le partite abbia rappresentato un limite nel suo gioco. Spesso ci si chiede cos’altro avrebbe potuto offrire con un approccio differente.

Dimitar Berbatov allo United di Sir Alex

Nel 2008, dopo due ottime stagioni con gli Spurs, viene acquistato per 30 milioni di sterline dal Manchester United campione d’Europa.

Viene convinto a trasferirsi anche grazie alla forte volontà di Ferguson di averlo in squadra. Sir Alex addirittura si presenta di persona all’aeroporto per dare il benvenuto al bulgaro.

Nelle 4 stagioni con la maglia dei Red Devils Berbatov diventa un uomo fondamentale per i successi della squadra. Vince due volte la Premier League e torna in finale di Champions League, sconfitto nuovamente nella finale di Roma contro il primo e forse più forte Barcellona di Guardiola.

Berbatov e Ferguson in tempi felici (foto: skysports.com)

Nella stagione 2010/11 l’ottimo rapporto tra Berbatov e Ferguson inizia a vacillare. Il mister scozzese rimprovera al centravanti di non partecipare abbastanza alle fase di pressing, e di non essere adatto alle transizioni veloci su cui Sir Alex vuole costruire la squadra.

La rottura definitiva avviene proprio prima della finale di Champions del 2011, dove Ferguson decide di escludere il bulgaro, costringendolo a guardare la finale dalla tribuna di Wembley.

“[Sir Alex] mi disse che non avrei fatto parte della squadra. Preferiva un attacco rapido per giocare in contropiede. Perdemmo 3-1. Il Barcelona era troppo forte ma con me in campo avremmo potuto giocare diversamente”.

Dimitar Berbatov

La scelta decisiva

Al termine di un’ultima stagione passata quasi a i margini della rosa, nel 2012 Berbatov diventa uno dei protagonisti del calciomercato.

Dopo una telenovela durata quasi tutta l’estate, si arriva all’ultimo giorno, con la Fiorentina da una parte e la Juventus dall’altra, ma il bulgaro decide di tornare a Londra, da Martin Jol, a vestire la maglia del Fulham.

Questo episodio rappresenta chiaramente quali siano le priorità di Dimitar Berbatov, e quanto, per un essere umano, la tranquillità e la gioia del poter essere se stessi battano la fame di successo.

A Londra resterà altri due anni, prima della sua esperienza al Monaco. Dopo un anno in Francia finirà la sua carriera tra Grecia e India per poi ritirarsi dal calcio giocato.

A dimostrazione del fatto che il calcio è solo uno dei suo svariati interessi, nel 2014 dichiara in un’intervista che il suo sogno è di diventare una attore. Ci riuscirà qualche anno dopo, per altro.

Dopo Stoichkov, è stato Berbatov l’ultimo grande campione del calcio bulgaro, che dal suo ritiro non ha più prodotto calciatori di qualità. Chissà se rivedremo mai la generazione di USA ’94.

Dimitar Berbatov è stato un campione assoluto, al suo ritmo, con i suoi spazi, e con la regale eleganza di chi sa cosa farsene del pallone coi piedi.

 

Immagine di copertina tratta da bleacherreport.com