Thomas Tuchel: a Beautiful Mind per il Chelsea di Abramovich

Thomas Tuchel: a Beautiful Mind per il Chelsea di Abramovich

Giugno 2, 2021 Off Di Luca Sisto

Il Chelsea di Thomas Tuchel ha meritato la Champions. Come il City, ha attraversato le fiamme dell’inferno dei knockout per arrivare fino ad Oporto. Ma è giunto mentalmente più pronto a giocarsi tutto, consegnando ad Abramovich e ai tifosi dei Blues la loro seconda Coppa Campioni. Guardiola, ancora una volta come nelle ultime dieci stagioni, non ha potuto riconquistare quel trofeo che gli manca dal 2011.

Il primo incontro fra Thomas Tuchel e Roman Abramovich

La sera del 29 maggio, sul manto erboso dello stadio Do Dragão di Oporto, si sono visti dal vivo per la prima volta.

Da quando era arrivato al Chelsea a fine gennaio, Thomas Tuchel non aveva mai conosciuto il proprietario dei Blues, Roman Abramovich. Difficoltà col visto per il magnate russo con cittadinanza israeliana, fin dal 2018, hanno fortemente limitato la presenza del patron a Londra. I problemi legati agli spostamenti dalla pandemia hanno fatto il resto. L’ex leader del parlamento della regione della Chukotka, in prossimità dell’Alaska, è sembrato molto prodigo di complimenti nei confronti del tecnico tedesco. Tuchel non è stato una sua scelta, come non lo furono Sarri prima e Lampard poi. Ma è molto probabile che abbia meritato prolungamento e adeguamento di contratto.

L’incontro fra Tuchel e Abramovich (foto thetelegraph.uk)

Come spiega Ancelotti nella sua autobiografia, è stato lui uno degli ultimi allenatori scelti direttamente dall’oligarca russo e non dal board direttivo del Chelsea. Tuchel del resto, non avrebbe potuto incontrare Abramovich in un’occasione migliore. In soli quattro mesi, ha trasformato in positivo i Blues e consegnato a tifosi e proprietà la seconda Champions League della storia del club londinese, dopo quella rocambolesca del 2012.

In comune, c’è che anche questa vittoria è arrivata in seguito ad un cambio allenatore. Nel 2012 Roberto Di Matteo sostituì Villas Boas fra la gara d’andata e quella di ritorno contro il Napoli. E d’altronde, il Chelsea sconfitto ai rigori dallo United di Ferguson, Rooney e Cristiano Ronaldo nel 2008, era frutto di un cambio di rotta, laddove a Mourinho in corsa era succeduto Avram Grant.

Il cammino verso la finale

Il Chelsea era l’outsider, lo scorso sabato, contro il Manchester City di Pep Guardiola. La vittima sacrificale, nell’appuntamento con la storia che il tecnico catalano attendeva da dieci anni. Ma i Blues erano giunti alla finale eliminando i nuovi e i vecchi campioni di Spagna, Atletico (agli ottavi) e Real (in semifinale). Ed erano passati indenni dal doppio confronto col Porto, giustiziere della Juventus. Un ritorno dal dolce sapore quello nella città lusitana. Due a zero la vittoria col Porto in trasferta all’andata dei quarti, a fronte dello 0-1 registrato nel return match a Stamford Bridge. Sconfitta indolore, l’unica dell’intera manifestazione, favorita anche da un girone abbordabile.

Dall’altra parte, Guardiola e il City avevano sudato le proverbiali sette camicie in una parte del tabellone che includeva due delle strafavorite della vigilia, Bayern e PSG. I parigini avevano però fatto un gran favore a Pep, eliminando i bavaresi privi di Lewandokswi e presentandosi al derby degli Sceicchi col vento in poppa. L’infortunio di Mbappé è coinciso con la fine delle fortune del club caro ai qatarioti, che pure agli ottavi si erano sbarazzati agevolmente della nemesi Barça.

Thomas Tuchel ha battuto Guardiola restando fedele al game plan

Tuchel ha mantenuto il suo game plan, Guardiola l’ha cambiato per la finale, rinunciando come mai in stagione sia a Rodri che a Fernardinho davanti la difesa. In questo, probabilmente, sta la differenza tattica fra le due squadre in favore del Chelsea. Vale la pena notare che i Blues negli ultimi 40 giorni hanno sconfitto il City tre volte su tre. Tuchel aveva già tenuto il posto fra le prime quattro in campionato. Uno spot che Lampard stava perdendo, dopo gli ottimi risultati della scorsa stagione. Ha perso la finale di FA Cup col Leicester, ma ha fatto della Champions League terreno di conquista.

Thomas Tuchel, infortunato e pensieroso, durante le fasi finali della Champions League dello scorso anno, al PSG (foto tuttomercatoweb)

Insieme al difensore brasiliano Thiago Silva, lasciato andare dal PSG a parametro zero, Thomas Tuchel ha fatto quindi ritorno a una finale di Champions a 10 mesi di distanza da quella, persa, contro il Bayern Monaco nella passata stagione. E a cinque mesi dall’esonero dal PSG, laddove Pochettino avrebbe perso Ligue1 (contro il Lille) e Champions (appunto contro il City).

Nel 3-4-2-1 di Tuchel, Thiago al centro della difesa si è infortunato nel primo tempo, ma l’ingresso di Christensen non ha mischiato le carte dei Blues. La giocata sublime di Mason Mount a pescare il taglio vincente di Kai Havertz ha deciso la finale. Ma il City è stato raramente pericoloso dalle parti di Mendy, che non ha dovuto effettuare interventi in parata se non al settimo minuto su un tentativo di Sterling. L’infortunio di De Bruyne (terribile quanto fortuito colpo al volto) ha privato il City, nel secondo tempo, dell’unico calciatore in grado di giocare la palla filtrante fra le linee del Chelsea, mai in difficoltà contro i fantasisti del City, che non hanno avuto la meglio negli uno contro uno.

Reece James e Ben Chilwell hanno dominato le fasce. Il City, nonostante l’ingresso dei due centravanti, Gabriel Jesus e Aguero (leggenda del City all’ultima gara con il club prima della firma col Barcellona), ha spinto definitivamente il panic button. Inutili i rilanci in the box e i cross dalle fasce, agilmente schermati dai tre centrali.

A centrocampo Kanté ha dimostrato il motivo per cui ha vinto tutto in carriera, mentre Jorginho ha agito con maestria sia in fase di transizione attiva che passiva. I movimenti di Werner hanno consentito ad Havertz, Mount e al subentrante Pulisic di muoversi negli spazi a turno. E solo un tiro dal limite di Mahrez al 97′ ha fatto gridare al quasi gol i tifosi dei Citizens.

Quanto di Lampard è rimasto nel Chelsea di Thomas Tuchel

Sarebbe però ingiusto non riconoscere i meriti di Frank Lampard. Il Chelsea l’ha mandato via perché, dopo aver speso più di tutti questa estate, i risultati non erano soddisfacenti. Ma è Lampard che, dopo la cessione di Hazard (deludente al Real), ha portato i giovani dei Blues a competere per le zone alte della classifica, dopo un anno di divieto per il mercato in entrata. L’ex leggenda del Chelsea, ha promosso a pieno titolo in prima squadra i Mount, i James, gli Abraham (poi accantonato da Tuchel in favore di Havertz e Werner), i Christensen. Ed è stato più bravo di Sarri nel far convivere in mediana Jorginho e Kanté. L’errore di Lampard è stato quello di provare ad accontentare tutta la rosa, senza trovare una reale quadra, in questa stagione.

Il suo fallimento è stato quello di aver scontentato tutti, risultati alla mano, facendo ruotare i suoi il più possibile. Il Chelsea che usciva dal mercato di ottobre non aveva identità. Ma senza il lavoro egregio di Lampard nella scorsa stagione, i Blues non avrebbero neppure partecipato a questa campagna europea.

La vittoria della scuola tedesca, terza di fila

L’abilità di Tuchel è stata quella di dare un’identità fissa e un equilibrio ai suoi. Numeri, regole, laddove non esisteva nulla. Come Russell Crowe, nei panni del matematico John Nash, in ‘A Beautiful Mind’. Tre difensori centrali, davanti a un portiere, Edouard Mendy, definitivamente preferito al costoso e incostante Kepa. Azpilicueta padrone del braccetto di destra, Rudiger, ex epurato giallorosso, a sinistra, e Thiago Silva centrale. Coppia mediana Jorginho-Kanté, con relativo poco spazio per Kovacic. Le fasce affidate a Chilwell a sinistra (dopo un iniziale ballottaggio con l’ex Viola Marcos Alonso) e Reece James a destra. Mason Mount a innescare i tagli di Werner e Kai Havertz, due tedeschi molto diversi per skills ed età, ma entrambi funzionali al progetto tattico di Tuchel.

Un sistema proattivo in fase di non possesso, basato sul pressing e sul gegen-pressing alla tedesca. Orientato al possesso palla e alla fluidità della manovra offensiva, senza dare punti di riferimento alla difesa avversaria. Chiedere a Sergio Ramos, che nell’ultima partita in maglia Real della sua stagione (e chissà, della sua carriera merengue), si vedeva sbucare gli avanti del Chelsea da tutte le parti.

Insomma, Tuchel ha vinto da Tuchel, guadagnandosi un posto nell’olimpo degli allenatori europei. E soprattutto, ha portato avanti quella scuola tedesca che oggi è avanguardia. Ex Mainz come Jurgen Klopp, vincitore col Liverpool due stagioni fa. Tedesco come Hansi Flick, che ha appena sposato la causa della Mannschaft per il dopo-Loew. Vengono dalla Germania gli ultimi tre manager vincitori della Coppa dalle Grandi Orecchie.

E non è un caso. Anzi. Chissà che il prossimo non sia Julian Nagelsmann, proprio al Bayern Monaco. Sarebbe la definitiva consacrazione dei nerd teutonici.

 

Immagine di copertina: calciomercato.it