Perché ci esaltiamo ancora per uno Zeman a Foggia

Perché ci esaltiamo ancora per uno Zeman a Foggia

Giugno 21, 2021 Off Di Luca Sisto

Zdenek Zeman a Foggia. Di nuovo. Anni 74, il Boemo, ha appena firmato col “suo” club più amato: è la quarta volta in carriera.

Ma cosa può ancora dare l’allenatore del “Foggia dei Miracoli”, quello di “Zemanlandia”, al club e ai tifosi che l’hanno consacrato, a inizio anni ’90, come autentico mito del calcio?

Difficile dirlo. Zeman non allena da tre stagioni. Le ultime fallimentari esperienze, sia all’estero che nella seconda edizione pescarese, raccontano di metodologie d’allenamento superate. Di una sempre più scarsa attenzione alla fase difensiva. E di un gioco non più così rivoluzionario.

Eppure, sembra paradossale, il Maestro Boemo ha dato al calcio più di quanto il calcio gli abbia restituito. Non è una frase fatta. Al di là delle polemiche e delle accuse nei confronti degli acerrimi rivali, più ideologici che calcistici, della Juventus, non è più tempo di parlare di Zeman come di uno che ruba le prime pagine dei quotidiani sportivi.

Zdenek Zeman a Foggia: nostalgia canaglia

Quel piglio nostalgico che coinvolge le menti e i cuori degli appassionati, tende ad accendersi ancora quando accosta Zeman al “4-3-3”. Ringalluzzisce pensando ad allenamenti per sviluppare la potenza muscolare esplosiva, condotti sui gradoni dello stadio. Immagina Rambaudi e Signori che caricano in spalla Ciccio Baiano e scalano lo Zaccheria.

Ci vengono in mente le stagioni in Sicilia, a Licata e Messina, dove Zeman cominciò a costruire la sua fama di allenatore dal calcio offensivo, in un tempo in cui, fra la polvere che annebbiava gli spettatori dei campi della C2 degli anni ’80, nessuno pensava si potesse giocare palla a terra e arrivare in porta con rapide verticalizzazioni e combinazioni fra gli attaccanti.

Pensiamo a Zeman come ad un uomo che ha lasciato memorie indelebili su ambedue le panchine della Capitale. Ci esaltiamo all’idea che possa lanciare il prossimo trio della Nazionale, come fece al Pescara con Insigne-Verratti-Immobile, che a tutt’oggi compongono l’ossatura dell’Italia di Mancini ai presenti Europei. Quell’Insigne che proprio a Foggia, dopo un anonimo prestito alla Cavese, aveva cominciato a capire il calcio attraverso i dettami di Zeman, condividendo l’attacco con Marco Sau e Moussa Koné.

Baiano, Signori, Rambaudi nel Foggia di Zeman. Immagine tratta da Wikipedia.

Rivediamo Pasquale Casillo che battibecca con lui, a Foggia in due diverse “edizioni”, e ad Avellino.

Ricordiamo quando a Napoli fu cacciato dopo sette partite senza incontrare uno straccio di vittoria. Eppure, col senno di poi, cosa sarebbe cambiato se fosse rimasto, preso fra due fuochi come Corbelli e Ferlaino, come Zeman stesso ha recentemente dichiarato?

In buona sostanza, di Zeman non abbiamo che un’immagine che rimanda alla fanciullezza del calcio. A quella coltre di fumo dietro la quale si nasconde un uomo che identifichiamo con i nostri ricordi sportivi più puri, con le emozioni che solo un bel gol sa dare. L’attacco che vende i biglietti e non la difesa che vince le partite.

Nonostante le meravigliose promozioni in A con Foggia e Pescara e il secondo posto con la Lazio versione ’94-’95, Zeman non ha ottenuto alcun risultato di rilievo in termini di vittorie.

Un calcio perdente e superato? O semplicemente imitato da tutti?

Oggi, tutti giocano a zona. O meglio, tutti tranne Gasperini in un certo senso. Non è assolutamente infrequente vedere linee difensive a ridosso del centrocampo. Terzini di spinta. Ali offensive che puntano l’uomo e tagliano sul lato debole. Centravanti che dettano esclusivamente la profondità (Immobile, anyone?). Registi bassi che lanciano palloni a destra e sinistra, mezzali che si inseriscono con facilità. Tutti princìpi di cui Zeman, fra una mezza maratona nei boschi e una sveglia in ritiro alle 4 di mattina, si faceva portavoce più di trent’anni fa.

Zdenek Zeman era sin da principio una mosca bianca in un calcio che ancora non accettava la transizione ideologica verso il mondo nuovo e la fine di una storia di successo: quella della difesa all’italiana e del centravanti vecchia scuola. Quella del libero e del portiere che, con i piedi, al massimo deve rinviare dal fondo. Non sapete quanto vorremmo chiedere, in questo momento, il parere di Franco Mancini. Un allenatore del resto è anche un padre e Zeman, che ha tentato di lanciare persino suo figlio nello stesso ruolo in panchina, ha sempre interpretato con eleganza mitteleuropea questa parte della sua immagine. La voce flebile e roca di contrasto al pugno fermo della mano destra, con la sinistra pronta a dare sempre una pacca di sostegno alle prime difficoltà.

Zeman non cambiava mai tono anche quando andava su tutte le furie. Al massimo, puniva i suoi calciatori con lavoro extra in allenamento. E questo sembrava un deterrente più che onesto per comportamenti devianti dal suo comando.

Non è stato il calcio a superare Zeman, quanto piuttosto Zeman a rifiutarsi di applicare modelli di compromesso al suo credo. Questo è ciò che mancava ai tifosi e ai giornalisti italiani di lui: sapere che non esiste una zona grigia col Boemo. Ma solo un lato oscuro che non potranno e non vorranno mai decifrare, intenti come sono ad osservare i movimenti all’unisono delle sue squadre, soprattutto nelle annate migliori. Penso a quella di Lecce, quando salvò una squadra con la peggior difesa del campionato (prima volta nella storia della Serie A) ma ad un solo gol segnato dalla Juventus, che deteneva il miglior attacco. Chiedere a Marco Cassetti, che quell’anno si guadagnò addirittura la chiamata in Nazionale.

Cosa può dare ancora Zeman a Foggia?

Personalmente, credo Zeman possa dare ancora poco dal punto di vista delle novità tattiche. Ma potrebbe senza dubbio, messo nelle condizioni giuste per lavorare, accrescere il valore del parco giocatori del Foggia. Soprattutto per quanto concerne i giovani. Certo, è ancora presto per fare alcun tipo di previsione, ci riserviamo quantomeno di valutare la rosa completa che verrà fuori dal mercato.

Ci chiediamo però: Zeman nel frattempo si è aggiornato su quello che il calcio in serie C può offrire? Conosce i calciatori con i quali andrà a misurarsi, sia per ciò che concerne il Foggia, sia in rapporto agli avversari?

Ha davvero tutta questa voglia di mettersi in gioco, o sta semplicemente rispondendo ad un atavico bisogno di campo. Di lavoro a contatto con la materia prima che più l’ha esaltato, quella degli esseri umani a spasso con un pallone, per i campi della periferia italiana.

Forse è per questo che siamo ancora qui a esaltarci per uno Zdenek Zeman a Foggia. Perché in fondo, non abbiamo alcuna voglia di invecchiare.

 

Immagine di copertina tratta da miticochannel.