Quel primo Italia-Belgio del 1913 dominato dai vercellesi

Quel primo Italia-Belgio del 1913 dominato dai vercellesi

Luglio 2, 2021 Off Di Luca Sisto

Giovedì primo maggio 1913, allo stadio Piazza d’Armi di Torino, per la prima volta si giocò Italia-Belgio, con 9 giocatori della Pro Vercelli in campo. 

Era questa la partita numero 13 nella storia della Nazionale italiana. Esattamente un mese dopo, il primo giugno, le bianche casacche della Pro avrebbero vinto il loro quinto titolo. Nella finalissima contro la Lazio, sul neutro di Genova, i vercellesi si imposero per 6-0. Una dinastia di calciatori nati e cresciuti nella città piemontese. Un dominio cominciato nel 1908 e spezzato da un’altra grande del quadrilatero piemontese, il Casale, nel 1914, penultimo campionato prima della Grande Guerra.

E con la sola eccezione del 1910, quando l’Internazionale vinse la finale contro la Pro per 10-3. Un risultato assurdo? Non esattamente: i vercellesi schierati in campo avevano 11 anni. Una protesta, dovuta al fatto che i giocatori della bianche casacche erano impegnati, si legge negli almanacchi Panini, in alcuni tornei militari. La FIGC non accolse la richiesta di giocare in altra data. Il titolo fu regolarmente assegnato all’Inter (primo della storia) e la Pro Vercelli fu squalificata per tutto il 1910. Una pena poi amnistiata per permetterle di prendere parte al campionato successivo.

La Pro Vercelli, dopo la necessaria pausa dovuta al conflitto bellico, avrebbe ripreso la sua marcia trionfale con altri due titoli, nel 1921 (lo abbiamo raccontato qui nel dettaglio) e nel 1922, successivi al secondo campionato vinto dall’Internazionale nel 1920.

Italia-Belgio 1913: da Willy Garbutt ai 9 vercellesi, una gara storica

Questa la formazione dell’Italia, scesa in campo il primo maggio a Torino contro il Belgio.

Immagine che figura anche in copertina, ritagliata, della nazionale italiana che affrontò il Belgio. Foto tratta da ‘Storia illustrata della nazionale di calcio – Fascicolo Primo’

G. Innocenti; Valle, De Vecchi (Milan); Ara, Milano I, Leone; Milano II, Berardo, Fresia (Doria), Rampini I, Corna.

Tra parentesi, le squadre degli unici due calciatori non facenti parte della Pro Vercelli, De Vecchi (terzino, conosciuto come il “Figlio di Dio”) e Fresia in attacco.

La confrontiamo con quella campione d’Italia solo 31 giorni più tardi:

G. Innocenti; Valle, Binaschi; Ara, Milano I, Leone; Milano II, Berardo, Ferraro, Rampini I, Corna.

Gli unici calciatori lasciati fuori dall’11 base della Pro Vercelli furono quindi Binaschi (che avrebbe collezionato la nona presenza in nazionale nella successiva gara contro l’Austria, persa a Vienna 2-0) e Ferraro. Dei 9 giocatori delle bianche casacche che il primo maggio 1913 indossarono la maglia della Nazionale, 8 erano nativi di Vercelli. Cresciuti attorno alle risaie, in campi che oggi non faremmo calpestare neppure ai pulcini. Eppure lì, in quelle ampie distese di terra piemontesi, affinavano la tecnica propedeutica al gioco del foot-ball e preparavano i loro corpi all’atletica e all’aerobica necessaria allo svolgimento dei propri compiti sul rettangolo di gioco.

Il risultato di quell’Italia-Belgio, diretto dall’inglese Goodley, è noto: 1-0 per i nostri, gol di Ara al 57′ direttamente da calcio di punizione dai 25 metri. All’ottava presenza con la Nazionale, l’half della Pro fu assoluto protagonista della gara, sfruttando in occasione del gol un’astuta finta di Milano I per sorprendere il portiere belga Baes.

Ricerche recenti hanno messo in luce un fatto di grande interesse. La commissione tecnica della federazione incaricata di selezionare i nazionali, con allenatore ufficiale Umberto Meazza, contava tra le sue fila anche l’allenatore genoano William Garbutt. Pioniere del nostro football, l’allora 30enne mister inglese aveva da poco smesso col calcio giocato. Mister, non è casuale. Si deve a lui difatti l’importazione della terminologia all’inglese con riferimento all’allenatore. Garbutt avrebbe condotto il Genoa alla vittoria di tre titoli (1915-1923-1924, quest’ultimo il primo a fregiarsi dello Scudetto sulle maglie nella stagione successiva). Garbutt avrebbe successivamente allenato anche Roma, Napoli e Athletic Bilbao, conquistando con il club basco un campionato spagnolo. Un vincente come pochi. Precedentemente mai accreditato in ottica nazionale tricolore, Garbutt ha in realtà diretto l’Italia in sei gare, la prima delle quali proprio quel giovedì di maggio.

La cronaca del match su La Stampa Sportiva

L’11 maggio 1913, con una settimana di ritardo rispetto all’edizione di domenica 4 maggio, esce su La Stampa Sportiva l’articolo relativo alla gara. Pagina 11, a firma di un giovanissimo Renato Casalbore. In prima, l’aviatore Maurice Guillaux immortalato mentre vinceva la ‘Coppa della distanza’ volando in un solo giorno da Biarritz a Kollum, per un totale di 1253 km.

In ogni caso, l’attesa per il match era tangibile nel clan italiano. I belgi erano considerati una spanna sopra la Francia, che nell’ultima partita giocata dalla nazionale, il 12 gennaio, aveva sconfitto i nostri per 1-0 a Parigi, con gol dell’irriducibile attaccante Maës. Un uomo che concluse i suoi giorni terreni nel campo di concentramento di Mittelbau-Dora, nella Turingia.

Agli ordini dell’allenatore scozzese William Maxwell, il Belgio si distingueva in campo per un gioco costruito su una fitta rete di passaggi. Il passing-game dei nostri avversari metteva più volte in imbarazzo la retroguardia italiana, che rispondeva, secondo quanto riportò Casalbore, con la tenacia e lo spirito guerriero dei vercellesi.

“I belgi, a tutta prima, diedero l’impressione che dovessero dominare a piacimento. Appena fischiato l’inizio con una serie di passaggi bellissimi fra i tre halfs e i forwards si portano nella metà italiana e vi indugiano con un’accademia efficace e allo stesso tempo elegante di palleggio fra le due righe e fra uomo e uomo…”

Renato Casalbore, da La Stampa Sportiva n.19 anno XII, 11 maggio 1913

L’Italia resse l’urto, e nella ripresa riuscì persino a portarsi, non senza meritare, in vantaggio. Il gol di Ara decise una contesa equilibrata, nonostante il gioco spettacolare dei futuri ‘Diavoli Rossi’.

Il capitano belga Bossaert, riconobbe che la sconfitta fu dovuta ad un senso di superiorità dei suoi, ‘sorpresi in campo dal trovarsi di fronte dei veri giocatori di football’.

Casalbore, fra l’altro, insistette sul fatto che, se Rampini I non avesse sbagliato due facili occasioni da tiro libero, il risultato sarebbe potuto essere ancora più netto.

Vale la pena notare come il calcio belga ebbe comunque il suo momento di gloria subito dopo la fine della Grande Guerra. Nelle Olimpiadi casalinghe di Anversa, il Belgio ottenne infatti l’oro nel calcio, nella finale mai conclusa contro la Cecoslovacchia (che abbiamo raccontato qui).

Dopo l’esperienza a La Stampa Sportiva diretta da Gustavo Verona, Renato Casalbore, che si era trasferito a Torino dalla sua Salerno nel 1912, passò alla Gazzetta del Popolo. Concluso il secondo conflitto mondiale, Casalbore fondò e diresse il quotidiano Tuttosport. Il 4 maggio 1949, al termine di Benfica-Torino, salì sull’aereo che da Lisbona avrebbe dovuto riportare a casa il Grande Torino e la delegazione al seguito.

Nel 1952, alla sua memoria, è stata dedicata la piazza antistante lo Stadio Donato Vestuti a Salerno, casa dei Granata fino al 1990, quando la Salernitana si sarebbe spostata definitivamente all’Arechi.