Sesúmaga: il primo marcatore di Spagna-Italia ad Anversa 1920

Sesúmaga: il primo marcatore di Spagna-Italia ad Anversa 1920

Luglio 6, 2021 Off Di Luca Sisto

L’attaccante basco Sesúmaga fu il primo marcatore, con una doppietta, delle sfide fra Italia e Spagna. Accadde alle Olimpiadi di Anversa 1920, a loro modo storiche.

Sesúmaga e i suoi “fratelli”: pionieri delle Furie Rosse

La nascita di una selezione nazionale di calcio, è un qualcosa che tendiamo ad associare con miti e leggende di un tempo lontanissimo, tanto da toccare le 3 cifre di distanza da noi. La genesi delle Furie Rosse non fa eccezione. La Spagna, in qualità di nazionale ufficiale, venne al mondo dieci anni dopo la nostra prima Italia. L’occasione fu quella delle Olimpiadi di Anversa 1920. Le modalità di selezione molto simili. Quando nacque l’Italia, nel 1910, per affrontare in test match Francia e Ungheria, i giornalisti al seguito ne descrissero l’avvento raccontando una sfida in particolare. Quella tra i “probabili” e i “possibili”. Del resto, cosa c’è di meglio di una tenzone fra i migliori giocatori del Paese, per decretare la squadra rappresentativa?

Nella selezione iberica, a larga prevalenza di baschi e catalani, che fu creata apposta per Anversa, si era giocata una partita simile. E in quella sfida, il neppure 22enne Felix Sesúmaga non aveva brillato, costringendo la commissione tecnica a fare, in principio della competizione, altre valutazioni. ma Felix sarebbe venuto fuori alla distanza.

Una formazione della Spagna ad Anversa 1920. Sesúmaga è il terzo in basso da sinistra. Mentre fanno bella mostra di sé un giovanissimo Zamora, in alto a sinistra, e Pichichi, secondo in basso da destra (foto tratta da wikiwand)

L’attaccante interno destro, nativo della Vizcaya, precisamente di Lejona, al tempo era in forza al Barcellona. I catalani l’avevano acquistato dall’Arenas Club de Getxo, squadra basca con la quale Felix aveva conquistato la Copa del Rey, battendo in finale proprio il Barça grazie anche a una sua doppietta, specialità della casa. E Sesúmaga non si era certo fatto pregare. Con lo squadrone catalano avrebbe conseguito, a ridosso dei Giochi, una seconda Copa del Rey, ai danni dell’Athletic allo stadio El Molinón di Gijón. Era il Barcellona di Zamora, Samitier e Paulino Alcantara. Di fronte, i bilbaini potevano contare su gente del calibro di Belauste, Pichichi e Sabino. Le due squadre costituirono l’ossatura delle future Furie Rosse olimpiche. Curiosamente, sarebbero dovuti passare centouno anni per rivedere la selezione spagnola snobbare i madridisti.

Sesúmaga: il primo spagnolo a segnare contro l’Italia

Se la Spagna di Anversa era all’esordio assoluto, l’Italia aveva già avuto un’esperienza in una competizione a livello internazionale prima della Grande Guerra. A Stoccolma, nel 1912, la selezione allenata da Vittorio Pozzo aveva giocato una sola partita, perdendo ai supplementari contro la Finlandia. Un rocambolesco 2-3 in una partita arbitrata da un signore austriaco che di pallone sembrava capirne più di quelli in campo e al pari del nostro commissario tecnico in panchina. Quel tizio era Hugo Meisl, e l’avremmo rivisto più volte nel corso degli anni.

Ad Anversa la Spagna, dopo aver superato la Danimarca per 1-0, a sorpresa secondo le cronache del tempo, dovette cedere al secondo turno contro i padroni di casa del Belgio. Un 3-1 senza appello a firma di uno scatenato Coppée, con gli antenati dei moderni Diavoli Rossi che andarono avanti fino a conquistare la medaglia d’oro, in una finale mai terminata contro la Cecoslovacchia. Questi ultimi, infatti, abbandonarono il terreno di gioco per protesta contro l’anziano arbitro Lewis, che aveva fischiato un rigore in favore dei belgi ed espulso il cecoslovacco Steiner. Con il forfeit della Cecoslovacchia, si aprì un torneo di consolazione per assegnare le medaglie d’argento e di bronzo.

Fu in questa seconda fase che la Spagna, sconfitta dal Belgio, e l’Italia, sbattuta fuori dalla Francia si trovarono contro in semifinale. La Spagna aveva superato la Svezia, l’Italia la Norvegia. A competere per le medaglie, per la verità, avrebbe dovuto esserci anche la stessa Francia, ma i calciatori transalpini erano già tornati a casa dopo la sconfitta contro la Cecoslovacchia nel tabellone principale. La vincente avrebbe quindi incontrato l’Olanda nella finalina per l’argento.

Era la prima volta in assoluto che si trovavano di fronte le due nazionali. E fu proprio in questa occasione, allo Stadio Olimpico di Anversa, che venne fuori il talento di Sesúmaga. Un gol per tempo, al 43′ e al 72′, per stendere gli italiani, nonostante l’infortunio di Pagaza avesse privato i suoi di un uomo sullo 0-0. Neppure l’espulsione del portiere Zamora, per un pugno in mischia all’oriundo argentino Badini, riportò i nostri in partita. In sostituzione del Divino, fra i pali, ci andò Silverio, un attaccante, ma il punteggio non cambiò. L’Italia di De Vecchi e Baloncieri fece così mestamente ritorno a casa.

Un’altra doppietta di Sesúmaga contro l’Olanda, unitamente al gol del 3-1 definitivo di Pichichi, regalò infine, dopo un estenuante torneo, l’argento alle Furie Rosse.

Gli eroi se ne vanno presto

Neppure due anni dopo la spedizione olimpica, Pichichi morì di tifo, probabilmente per aver ingerito cozze avariate. Non fu l’unico di quella squadra ad abbandonare presto le sue spoglie terrene. Una sorte simile toccò anche al ‘Nómada’. Già, il Nomade. Apodo affibbiato a Sesúmaga.

Per quale motivo? L’attaccante basco non concluse la sua carriera al Barcellona. Prima di tornare in campo e vincere la sua terza Copa del Rey personale (3 coppe con 3 club diversi, da qui il soprannome di Nomade) con l’Athletic Bilbao, Felix aveva trovato il tempo di allenare in seconda serie spagnola, profumatamente pagato, con tanto di divieto della federazione a scendere in campo. Per 9000 pesetas ripartiti in dodici paghe, era stato assunto da un suo amico d’infanzia, direttore di una banca locale e presidente di un club di asturiano, da lui stesso fondato: il Racing de Sama de Langreo.

Pur potendo giocare solo in partite non ufficiali, allo stadio Torre de Reyes di Sama si registrava sempre il tutto esaurito, solo perché la gente voleva rendere omaggio al campione basco. E Sesúmaga tenne fede alla sua fama di vincente, conquistando due campionati regionali di seconda divisione, prima di tornare a calcare i campi da gioco con l’Athletic, come detto poc’anzi.

La sua carriera fu però troncata di netto quando si ammalò di tubercolosi. Trasferito d’urgenza in un ospedale della zona di Guadarrama, i medici gli dissero che non avrebbe più potuto giocare a calcio, e neppure avere una vita normale. Felix smise di lottare, si lasciò andare. Morì, senza aver neppure compiuto 27 anni, il 24 agosto 1925.

Di lui resta la leggenda di un calciatore sempre decisivo in ogni squadra. Un autentico mito, per lo stile di gioco raffinato e per la risolutezza in area di rigore. Un attaccante implacabile, che solo la morte riuscì a strappare ai campi di calcio, ma la cui memoria riecheggia nei racconti e nelle vecchie foto d’archivio dei grandi pionieri del fútbol spagnolo.

 

Immagine di copertina tratta da playersfcbarcelona.com