Argentina-Brasile dalla caviglia di Diego a quella di Leo

Argentina-Brasile dalla caviglia di Diego a quella di Leo

Luglio 11, 2021 Off Di Luca Sisto

Dalla caviglia di Diego Maradona a quella di Messi. Un elogio del tobillo, tratto distintivo che ha permesso all’Argentina di compattarsi e battere il Brasile, un po’ come a Italia ’90. Perché l’epica di questa sfida trascende spesso i veri valori tecnici, ma riassume perfettamente il momento storico delle due selezioni nazionali.

La caviglia di Diego a Italia ’90

I Mondiali di Italia ’90 giungevano al termine dell’ennesima stagione massacrante per Diego. Agli ottavi di finale, dopo la rocambolesca qualificazione ottenuta nel girone, l’Argentina affronta il Brasile di Careca e Alemao. Un rendez-vous per Maradona e i suoi, campioni in carica ma che avevano perso negli anni quella tradizione positiva nei confronti degli acerrimi rivali sudamericani.

Abbiamo già parlato delle difficoltà argentine. Dopo la sconfitta a sorpresa nella gara inaugurale contro il Camerun, l’Albiceleste si era salvata per il rotto della cuffia contro l’URSS, vincendo senza meritare e scoprendo, complice il terribile infortunio di Pumpido, l’uomo che l’avrebbe aiutata a raggiungere la finale: Sergio Goycochea. Ma è nella gara pareggiata contro la Romania di Hagi che l’Argentina scopre l’ennesima leggenda da costruire sul corpo del suo D10S. El tobillo de Diego, la caviglia di Diego Maradona.

Martoriata dai colpi ricevuti contro il Camerun, dopo quelli non meno leggeri dei difensori della Serie A, la caviglia di Diego riceve il colpo decisivo contro la Romania.

Il segno dei tacchetti, il gonfiore indicibile, che avrebbe costretto chiunque al ritiro dalla competizione. Oltre al già noto infortunio alle dita dei piedi. In occasione della partita contro il Brasile, Diego è costretto a scendere in campo con degli scarpini più grandi, giocando al 20%, sul dolore.

La partita è brutta, il possesso dominato dai brasiliani che colgono legni a ripetizione. L’Argentina si difende come può, senza quasi mai ripartire. E’ la sfida delle polemiche per delle bottigliette “truccate” messe in mezzo dagli argentini che, si disse, “drogarono” i brasiliani già autori di un futebol molto poco bailado sotto il sole cocente del Delle Alpi di Torino.

A meno di dieci minuti dalla fine, Diego prende palla poco oltre la metà campo e scatta in slalom fra la retroguardia brasiliana. In scivolata con un ultimo colpo di coda riesce a servire in profondità Claudio Caniggia indovinando il pertugio giusto. L’amico di Diego aggira Taffarel e fa 1-0. Un risultato che consente all’Argentina di avanzare. E dire che Bilardo non aveva nessuna intenzione di portarsi dietro il biondo attaccante. Aveva fatto visita a Maradona nella sua villa di Posillipo per riferirglielo, ma Diego gli aveva risposto “somos dos”, allora siamo in due. O porti Caniggia, o non vengo ai Mondiali. El Profesor aveva dovuto convincersi.

Sappiamo poi tutti come è andata, fra Notti Magiche non più tanto magiche, rigori che danno e tolgono e arbitri al soldo di Havelange, che consumarono la vendetta brasiliana per interposta persona. Per quanto, quell’Argentina sì solida ma a fine ciclo non avrebbe mai potuto rivincere il titolo con gli stessi meriti dell’edizione messicana.

Dopo la partita col Brasile, El Grafico esce con un numero destinato a restare nell’immaginario collettivo, che ritrae la caviglia di Diego. “Así jugó Diego…y sin embargo fue Maradona”.

Il particolare della caviglia sinistra di Diego, rilanciato da El Grafico. Ciabatte Puma, sull’erba del campo, durante un’intervista della TV argentina, che chiedeva di sapere se il capitano avrebbe giocato. “Certo che giocherò, disse Diego”.

Diego giocò così, e nonostante ciò fu Maradona. “Calciare tanto per calciare non calcio. Se tiro è per fare gol, non per beccare un portiere immaginario…” afferma Diego ripreso dalla TV argentina. “Che mi vengano a cercare ancora la caviglia, magari in area di rigore, così ci danno un penalty…”

Con la sua solita ironia ci aveva già pensato lui, El Pibe, ad accendere la vigilia. E ancora una volta aveva avuto ragione. Sulla caviglia di Diego a Italia ’90 si creò così un’epica, che sarebbe stata replicata 31 anni dopo da Leo Messi, nell’ultima Copa America conclusasi questa notte.

La caviglia di Messi in Copa America 2021: l’epica del tobillo si rinnova

C’è una foto, dietro la quale un Paese intero e la sua Selección si sono compattate. Quella di un’altra caviglia, martoriata a sangue durante la semifinale di Copa America 2021 contro la Colombia, vinta ai rigori dall’Argentina. La caviglia sinistra di Leo Messi. Proprio lui, l’erede al trono di miglior giocatore del mondo, agli ultimi colpi di una carriera ineguagliabile.

La caviglia insanguinata di Messi, immortalata da Diario Olé

L’epica del tobillo che si rinnova, proprio a ridosso di una partita decisiva contro il Brasile. Stavolta in casa dei rivali, nella finalissima della Copa America, al Maracanã. Non poteva che finire con un altro Maracanaço.

La contro-mitologia di un Brasile che si riscopre maledetto fra le mura domestiche, quelle che riteneva impenetrabili. Un’altra partita dura, di calci più che di calcio. E, finalmente, a 28 anni di distanza, l’Argentina torna sul tetto del Sudamerica. Il primo titolo con la nazionale maggiore per Messi, visto che il mondo ha disimparato ad apprezzare la disciplina calcistica alle Olimpiadi, relegandola a competizione per giovani.

Il gol decisivo lo realizza un altro rosarino, seppur delle Canallas, non un Leproso come Leo. El Fideo Di Maria batte Ederson e regala agli argentini la coppa, che sta benissimo fra le braccia di Messi, portato in trionfo dai compagni, proprio come toccò a Diego a Messico ’86. Altra epica quella, altra parte del corpo, la mano de Dios, per l’appunto. Perché le leggende si costruiscono attorno ai corpi. E non c’è nulla di più sacro, nello sport, del corpo di un atleta. Quanto più è forte, più viene preso di mira da chi quella leggenda, sportivamente, vuole distruggerla. Il tempo che passa ha reso Leo Messi forse ancora più grande, un sole destinato a non tramontare mai. Non ha più lo spunto degli anni migliori, non ha più alle spalle il Barcelona imbattibile di Guardiola.

Ma ha finalmente vinto, da protagonista assoluto, con l’Argentina. E cade così anche l’ultima contro-narrazione di uno dei più grandi calciatori di sempre. Quella di non essere decisivo in nazionale. La resa, stavolta, è stata quella dei brasiliani e dei media di tutto il mondo. Ha vinto l’Argentina, ha vinto Messi.

Se ne facciano una ragione quelli che, una caviglia così, non l’hanno mai avuta. Figuriamoci quella “zurda izquierda”.

 

Immagine di copertina riadattata da Espn Deportes su originale de El Grafico.