La retorica degli ingiocabili si è ritorta contro l’Inter
Giugno 1, 2025Leggenda narra che, nella Napoli, quartiere di Bagnoli, dei primi anni Cinquanta – dove i bambini giocavano alla guerra fra i palazzi distrutti dai bombardamenti Alleati, prima che arrivasse la NATO, e facevano “parkour” (all’epoca non esisteva, ma lo facevano già, solo che nessuno l’aveva ancora chiamato così) sui tetti di ciò che restava delle case – il “capobanda” di un gruppo di amici d’infanzia si fosse autosoprannominato “Cinch’ezzer”, ovvero Cinqueazero, o 5-0 in numeri, in onore di una fantomatica vittoria, a dirla tutta mai verificata, della Bagnolese, di cui i ragazzi erano tifosi, sui rivali della Puteolana.
Questo simpatico aneddoto, che da generazioni si tramanda nella zona dove chi vi scrive è cresciuto, ci riporta alla finale di Champions League da record che si è giocata – o meglio, da lato nerazzurro, non si è giocata – ieri sera, fra PSG e Inter. Con un risultato simbolo di umiliazione senza precedenti. Cinque a zero. E di cui non c’è traccia negli annali delle finalissime.
Con quattro gol di Puskas (e 3 di Di Stefano), il Real Madrid aveva sconfitto l’Eintracht Francoforte per 7-3 nella finale di Coppa Campioni del 1960. Il Milan aveva surclassato lo Steaua Bucarest per 4-0 nel 1989 e il Barcellona di Cruijff con lo stesso punteggio nel 1994. Il Bayern Monaco aveva sconfitto 4-0 l’Atletico Madrid nella ripetizione della finale (1-1 il primo round) del 1974. Insomma, nessuno aveva mai vinto una finale di Champions con più di 4 gol di scarto.
La cabala (e la condizione atletica, per la verità) non era granché favorevole alla squadra di Simone Inzaghi. Già nel 1993 e nel 1997 le squadre italiane, a Monaco di Baviera, avevano perso la finale per la Coppa dalle Grandi Orecchie contro una squadra che quella coppa non l’aveva mai vinta. Il Milan, che credeva pure lui di essere invincibile, si arrese al Marsiglia (fino a ieri prima e unica società di calcio francese in grado di vincere la Champions) del presidente Bernard Tapie, mentre la Juventus più dominante della storia europea perse contro il Borussia Dortmund per 3-1. Due sorprese piuttosto inattese, come inaspettato, nelle modalità ma non nella sostanza, è stato il successo del PSG.
Un 5-0 senza appello, che ha regalato ai parigini il primo trofeo della massima competizione continentale, a lungo inseguito da Al-Khelaifi e dal fondo qatariota, e che Messi, Neymar, Mbappé, Ibrahimovic, Cavani ed altri campioni prima e dopo di loro non erano riusciti a portare in dote al club della capitale francese.
Corsi e ricorsi storici anche per quanto concerne lo Scudetto: col Napoli campione d’Italia 2022-23 e 2024-25, l’Inter ha raggiunto e perso la finale di Champions. Ma contro il City di Guardiola la figura era stata ben più promettente di questa debacle contro il PSG di Luis Enrique. Sia il City sia il PSG hanno quindi ottenuto la loro prima Champions in una finalissima contro l’Inter di Simone Inzaghi.
La retorica degli “ingiocabili”, manifestata a più riprese da media compiacenti per elogiare – citando una dichiarazione di Mkhitaryan – lo squadrone costruito da Beppe Marotta, si è letteralmente ritorta contro l’Inter. A tal punto che i nerazzurri, nella persona del leader difensivo Acerbi, si sono trovati costretti a definire “ingiocabile” il PSG, messo in piedi, come il Barcellona di Flick (che i nerazzurri avevano eliminato con merito al termine di un epico doppio scontro in semifinale) più per dominare l’Europa in prospettiva che per vincere subito.
E se ai più romantici vengono in mente le parole commoventi di Luis Enrique per la figlia Xana – mancata per una terribile malattia a soli 9 anni, e che era invece presente a festeggiare sul terreno di gioco quando il suo Barça (con Messi, Neymar e Suarez) batté la Juventus nella finalissima dell’edizione 2014-15; o le parole dello stesso Luis Enrique per il preparatore atletico e assistente allenatore Rafel Pol, con lui dai tempi della Roma, e che solo sei mesi fa ha perso la moglie giovanissima – è pur vero che ieri sera di romantico c’è stato ben poco da punto di vista calcistico.
L’Inter è crollata sotto i colpi di Doué (nella foto copertina), Dembelé, Kvara e dei funamboli parigini. Luis Enrique ha preparato la gara sui pregi dell’Inter. Dapprima, ha distrutto la costruzione dal basso nerazzurra sfiancando Sommer, portiere e di solito eccellente vertice basso della manovra iniziale, con un pressing asfissiante. E poi, agendo con le marcature preventive di Calhanoglu, Dimarco e Thuram, mai raggiunti da palloni puliti grazie ad Hakimi, Marquinhos e Neves.
In fase di costruzione, Vitinha è stato praticamente perfetto. Mentre nel calcio senza centravanti di ruolo sviluppato da Luis Enrique dopo la partenza di Mbappé, Hakimi e Nuno Mendes si incuneavano fra le linee avversarie per riempire gli spazi lasciati liberi dai dribbling sugli esterni dei tre attaccanti, abili a non dare mai punti di riferimento alla difesa interista.
Dopo l’uscita in semifinale di Coppa Italia nel derby contro il Milan (che già aveva battuto i nerazzurri in campionato e nella finale di Supercoppa). Dopo la vittoria dello Scudetto del Napoli con un solo punto di vantaggio sull’Inter. I nerazzurri sono arrivati scarichi mentalmente e fisicamente all’atto finale della stagione, contro un PSG, già vincitore di Ligue1, Coppa di Francia e Supercoppa di Francia. Il triplete, o addirittura quadriplete, dei presunti ingiocabili nerazzurri, si è rivelato un’ossessione non adatta ad una rosa sì forte, ma anziana e con ricambi forse non del tutto all’altezza di troppi titolari. Il quadriplete l’ha realizzato il PSG. E, col Mondiale per Club alle porte, è davvero difficile pensare ad un’Inter in corsa per un trofeo che, a questo punto, saprebbe di consolazione per i tifosi.
Se il club ha raggiunto con la finale di Champions il massimo dei ricavi possibile, una stagione all’apparenza trionfale si è trasformata altresì in un incubo per i tifosi nerazzurri.
Beffa tra le beffe: col PSG che ha acquistato Kvara dal Napoli a gennaio, e che prima di lui aveva già preso Fabian Ruiz dagli azzurri e strappato Donnarumma, portierone della nazionale, al Milan, il gemellaggio con i tifosi napoletani ha portato nella curva parigina gli stendardi degli ultras napoletani (oltre alle bandiere sventolanti pro-Palestina, altro punto di contatto nelle idee politiche prevalenti nelle due città) e – persino – della Juve Stabia, il club di Castellammare, ovvero della città della provincia napoletana più in alto nella scala calcistica italiana, da poco uscita dai playoff di serie B per approdare in A, contro la Cremonese.
Difficile immaginare un finale di stagione calcisticamente peggiore per i tifosi dell’Inter. Eppure, per quanto quello fra Inter e PSG fosse un confronto fra due squadre da anni in grave deficit finanziario, con Marotta che aveva pochi giorni fa sbandierato il successo sportivo come volano principale della crescita economica di un club, il nuovo formato della Champions e il carrozzone del Mondiale per Club alle porte, frutteranno nelle casse interiste (e parigine) un bel po’ di milioni.
E proprio il nuovo format, più simile all’idea di Superlega, ha consentito al PSG, vicino all’eliminazione nella fase del “gruppone”, di trionfare. Da quello 0-2 del primo tempo nella gara decisiva contro il Manchester City, trasformato in un 4-2 finale, i parigini, nella retorica mediatica dispregiativa anglosassone definiti come i padroni della Farmer’s League (la Ligue1 in senso negativo per “quelli della Premier”), hanno costruito il proprio successo. Mandando a casa, fra l’altro, tutte le migliori squadre della Premier League: Liverpool, Aston Villa e Arsenal.
Ennesima dimostrazione di come il calcio abbia tempi che media e tifosi non sono in grado di comprendere e accettare. E che il PSG di Luis Enrique abbia visto in questa vittoria il culmine di un progetto finalmente sostenibile e improntato sui migliori giovani in circolazione. Una squadra dal grandissimo presente e dal futuro roseo.
Un esempio che l’Inter, squadra più vecchia d’Europa fra i top team, dovrà fra poco prendere in considerazione, per non porre fine ad un ciclo comunque ricco di successi. Con o senza Simone Inzaghi, sul cui resume, oggi, tifosi e addetti ai lavori sono equamente divisi fra sostenitori e detrattori. Illogica conseguenza della stessa retorica mediatica che spinge un club quando le cose vanno bene, salvo voltare le spalle quando i risultati, ovvero i trofei, non arrivano.
Luca Sisto è cofondatore e direttore editoriale di Football&Life. Appassionato di sport, in particolare di calcio, basket e atletica. Tifoso del Napoli e della nazionale dei Leoni Indomabili del Camerun. Lavora nel turismo.
Immagine di copertina tratta da Wikipedia (Désiré Doué, protagonista del PSG ed MVP della finale di Champions 2025).


