Albania e Serbia tra Mondiali e nazionalismo
Giugno 10, 2025“Every man dies, not every man really lives”. Se il tuo vicino di posto, per quanto possa durare il posto di un vicino in una bolgia, ha questa frase tatuata tra un pugnale che prende tutto l’avambraccio e una bandiera rossa e nera, e ha l’aquila nera a due teste su sfondo rosso sull’altro bicipite, è molto probabile che la città in cui ti trovavi fosse Tirana e lo stadio quello della nazionale albanese, invece che sugli spalti del Roland Garros.
Quasi tutti gli italiani, quella domenica del primo weekend di giugno, erano occupati ad assistere all’entusiasmante finale tra Sinner e Alcaraz, insieme agli spettatori del Court Philippe Chatrier, vestiti alla moda e rispettosi dell’impegno dei giocatori, al più solo un po’ vanitosi. Io invece ero al derby balcanico tra Serbia e Albania, in un ambiente decisamente più rustico e ruspante. Tentare di scrivere di quell’atmosfera è un po’ come raccontare un’estemporanea avventura piccante, o un viaggio nelle viscere dell’umanità: il più rimane lì e non passa attraverso le parole, e alla fine sei quasi contento che tutto sia finito, nel migliore dei modi possibili, forse addirittura di uscirne vivo.
Per tutto il pomeriggio di sabato il centro della città era stato chiuso al pubblico. La guida del museo Bunk’Art che racconta il sistema di sorveglianza speciale e autarchica imposto dal dittatore Hoxha nella seconda parte del secolo scorso ci aveva avvisati: non venite da queste parti oggi pomeriggio, ci saranno tanti fanatici in giro. Io non gli ho detto che ero lì proprio per quello, ma in effetti aveva ragione. Migliaia di persone, quasi tutte più giovani di me, in cinquemila arrivate – dicevano – dal Kosovo fratello, nessuna senza un segno distintivo della loro albanesità.
Matteo Fornara: 40 anni di groundhopping da Altobelli a Matondo
Di gran lunga la maglietta più presente dopo quella rossa della nazionale, per chi l’indossava ancora in un caldo opprimente, era quella di Katana, al secolo Agim Ramadani, comandante di una milizia dell’ Ushtria Çlirimtare e Kosovës, l’Armata di Liberazione del Kosovo, nato nel 1963 e morto a 35 anni ucciso in un combattimento, e dichiarato eroe del Kosovo, che dal lato serbo viene tradotto in terrorista.
Bandiere dell’UCK, un enorme striscione dedicato agli eroi nazionali gettato giù dall’edificio più brutalista della capitale, la Piramide di Tirana che si trova a metà dell’immenso boulevard Beshmopret e Kombit che collega piazza Skanderbeg, il cuore pulsante della città, all’università e allo stadio, il nuovissimo Air Albania. Gruppi musicali in completo total folk, inni per la Grande Albania, uno aveva su una maglietta con un cane che pisciava sulla bandiera serba ma forse se l’era fatta lui perché non he ho viste altre, coppiette di fidanzati uno con la bandiera albanese sulle spalle, l’altra con quella blu e gialla del Kosovo, oppure con quella della Grande Albania, dove i due Stati sono uniti, macchine con le due bandiere dalle finestre e clacson spianati.

Un’altra divisa da curva intimava che “Mitroivca è shqiperi”, albanese, la città in Kosovo in cui il fiume e un ponte dividono le due comunità in una modalità intellettualmente balcanica. Se vieni di qui con la tua targa ti brucio la macchina. Se vinciamo la partita vengo dalla tua parte con la bandiera.
La Storia con la maiuscola e le storie quelle più piccole tra Albania e Serbia sono per definizione cariche di tensione, persino Churchill aveva detto che i Balcani producono più storia di quella che riescono a digerire, e lui non c’era neppure quel pomeriggio a Tirana. Il Kosovo è certamente il nocciolo della questione, nella forma a lungo in Serbia e nel cuore albanese.
Dietro alle grandi questioni strategiche, che già avevano causato la rottura tra Tirana e Belgrado quando entrambe le capitali professavano la stessa ideologia (comunista) ci sono le incompatibilità spicce che si vedono tutte e tutte molto bene in uno stadio, un sabato sera, quando di fronte ci sono le due nazionali. Per una partita fondamentale, perdipiù, sulla strada verso i Campionati Mondiali.
Nel 2014 ci fu un’altra partita, passata alla storia come quella del drone, allo stadio del Partizan di Belgrado: un drone portò sopra ai calciatori la bandiera della grande Albania, quella nera con in rosso il territorio di Albania e Kosovo uniti e di fianco due personaggi mitologici della storia nazionale, il serbo Stefan Mitrović riuscì a strapparla e a calpestarla scatenando una rissa che, a ben vedere, non è finita neppure oggi. Da allora, però, nessuno dei due Paesi ha chiesto all’UEFA di evitare nei sorteggi che le due nazionali uscissero nello stesso girone, e ora nelle qualificazioni per i Mondiali americani del 2026, è successo.

L’ambasciata serba a Tirana sta a circa duecento metri dallo stadio, in pieno centro, vicino all’ abitazione del novecentesco dittatore comunista Enver Hoxha, quello che ruppe i rapporti con Tito (e con tutti gli altri Stati del mondo, per la verità).
Mentre uscivo dallo stadio pensavo che quella di vietare la trasferta a Tirana ai tifosi serbi sia una delle decisioni più sagge, e obbligate, che si potessero prendere. La perquisizione cui tutti, me compreso ovviamente, erano stati sottoposti all’ingresso è stata la più severa della quale sia mai stato oggetto in quattro decenni di frequentazioni assidue di stadi in ogni angolo d’Europa.
Fuori le scarpe, cos’hai in quella tasca?, un fazzoletto, pure usato, guarda, lascia qui la custodia degli occhiali, ma no quella mi serve giuro che non la tiro, e alla fine ho pensato: me l’ha lasciata soltanto perché nella curva in cui andavo, quella dei Tifozat Kuq e Zi, cui l’ingresso era vietato in maniera organizzata per il loro estremismo, ma che c’erano a titolo per così dire individuale, tra noi e il campo c’era una rete a maglie strette da cui poteva passare solo la birra mentre il bicchiere tornava indietro, e sui corner dei serbi di birra in testa ai giocatori ne è arrivata tanta.
Sul lato lungo del campo, quello dei distinti per intenderci, la rete di protezione non c’era e quello è stato per tutti i novanta minuti e passa della partita il più difficile da gestire. È vero che solo due volte i calciatori serbi sono stati colpiti da oggetti non identificati (ma comunque piuttosto leggeri) e il recupero del primo tempo è alla fine durato solo 8 minuti.
Ma credo che la decisione del tecnico serbo, il mitico Dragan “Pixie” Stojkovic, un altro che nella sua carriera ne ha viste abbastanza, di schierare una formazione forte per le vie centrali, imperniata su tre coppie infilate una dopo l’altra, in difesa l’ex viola Milenkovic e il milanista Pavlovic, a centrocampo l’ex granata Lukic e l’atalantino Samardzic, e davanti il doppio centravanti, lo juventino Vlahovic e il “mitra” Aleksandar Mitrovic, miglior realizzatore della storia della nazionale, fosse dovuta in parte certo a un’idea tattica – comunque diversa rispetto al passato recente con gli esterni tipo Kostic, Zivkovic, Ljaijc o Radonjic a buttar dentro cross per le due torri, ma soprattutto a evitare grane con gli spalti feroci dell’Air Albania Stadium. Se fosse stato davvero così la prova dei fatti avrebbe dato ragione alla scelta del tecnico, e comunque di cross o scorribande sulle fasce se ne sono visti pochini.

Di impatto non minore sull’inerzia del match è stata la colonna sonora. Per tre ore di fila prima della partita con le casse del nuovo stadio, realizzato pochi anni fa da un’impresa italiana sul modello degli stadi inglesi, dove “la Roma ha vinto la finale due anni fa” (contro il Feyenoord in Conference League, ndr) come mi ha ricordato la guida nella visita il giorno dopo, un assordante ritornello fatto di tre o quattro canzoni in loop, mentre noi occidentali spariamo gli scontati YMCA, un Cielo sempre più blu o i Linkin Park, loro solo sana roba nazionalista: io non è che sia familiare con l’albanese, però le parole più urlate e frequenti, soprattutto dai ragazzini adolescenti, erano Shqiperia, Prishtina, Kosovë, Mitrovica, e non occorre essere albanesi per capirle.
Ho provato a risentire il video che ho fatto durante l’inno dei serbi, ma non rende nemmeno un centesimo dell’idea. Durante il match invece, senza la musica e quindi spontanea, un’alternanza quasi bilanciata tra un inno direttamente dedicato ai serbi, che io avevo interpretato come un invito a morire crivellati dai colpi dell’UCK o da qualche sodale e invece era più banalmente una richiesta alle virtù sessuali delle sorelle dei calciatori, roba da Materazzi e Zidane per capirci, e l’ancora più sintetico richiamo all’”U ze ké, u ze ké”, l’UCK secondo la loro pronuncia. L’impressione che per il pubblico a ogni fallo quello che si colpiva non fosse un calciatore perché serviva alla squadra, ma un serbo perché serviva alla patria.
La partita, per la cronaca – quella che non ho fatto qui – è finita zero a zero. Rey Manaj, un passato nelle giovanili dell’Inter ma anche in Cremonese, Pescara, Pisa e Spezia, ha avuto l’occasione della vita, un calcio di rigore all’ultimo minuto del primo tempo. È stato l’unico momento in cui io ho davvero pensato che ai ventimila dell’Air Albania interessasse veramente del calcio, di battere i serbi con un gol, e soltanto con un gol. Tiro fiacco alla destra del portiere Petrović, parata, nulla di fatto.
Le occasioni del mitra Mitrović e dell’ex Empoli e Sassuolo Bajrami nella ripresa non hanno cambiato il risultato. Ottimo l’arbitraggio dell’italiano Massa. L’ultima fotografia della partita è stato l’atalantino Djimshiti che soccorreva Vlahovic in preda ai crampi. Tra i giocatori il comportamento è stato estremamente corretto, chissà se avessero avuto raccomandazioni dagli allenatori, e forse pure dai dirigenti.

La corsa per il secondo posto nel gruppo dietro all’imbattibile Inghilterra resta aperta. Il giorno dopo ho incontrato l’interista Asllani e Armando Broja dell’Everton, il migliore in capo insieme a un sorprendente Hysaj della Lazio, e mi sono fatto una foto con loro. Il boulevard Beshmopret e Kombit brulicava di qualche turista e molti monopattini, rilassato rispetto al pomeriggio precedente. Albania e Serbia organizzeranno insieme la fase finale dei Campionati europei Under 21 del 2027. Il mio nuovo amico da stadio porta ancora in giro il pugnale rosso e nero sul braccio, con la punta verso la mano e verso chi lo incontra.
Moriremo tutti e due, un giorno, chissà se avremo vissuto davvero.
Testo di Matteo Fornara. Europeista, groundhopper e autore dei libri:
“Il Genio e la Tigre” – Urbone Publishing
“Nicky, Dino, Diego: viaggio sul pianeta del football” – Urbone Publishing
“Milla, la danza del Leone Indomabile” – Garrincha Edizioni
Immagini e foto del testo, cortesia dell’autore.


