La memoria delle cose
Luglio 5, 2025 2 Di Paolo PalazzoDicono di me.
Dicono che le cose non hanno memoria.
Io ricordo ogni singolo giorno della mia esistenza.
Che é durata 74 anni.
Da quando ero solo il germe di un’idea.
A quando di me non è rimasto nulla.
Dicono che le cose non hanno emozioni.
Poco prima che il mondo si scannasse nel secondo grande conflitto, io però ho provato i brividi, il terrore della guerra civile.
E poi l’inizio di una dittatura che ci ha reso un popolo triste, chiuso, arretrato.
Per quasi mezzo secolo.
Un’eternità.

Nel resto del mondo si andava sulla luna.
E qui da noi non esistevano i partiti.
Censura su stampa, televisione, cinema, arte.
E’ stata dura.
Durissima.
Ma quanto è stato bello poi assistere all’accelerazione che ci ha portato a diventare un faro, un esempio per tante nazioni.
Dicono che le cose non hanno sentimenti.
Ma l’umanità che ho conosciuto in tutti questi anni, pur diversa col passare del tempo, è stata la più completa rappresentazione della specie che comanda il pianeta da millenni.
Padri, madri, nipoti, figli, nonni.
Tutti uniti dall’amore, la passione per un evento che non è più solo gioco ma diventa parte integrante della vita.
E la commozione che ho provato seguendo scie, traiettorie e movimenti di giovani nel fiore della loro età, e vedendo i loro sorrisi e i loro pianti, la loro gioia e la loro tristezza, che si rifletteva nei sentimenti di migliaia di altre persone, beh…non la so descrivere.
Ma la porterò sempre con me.
Insieme all’odore aspro del sudore.
Mischiato a un retrogusto di olio canforato.
La miglior gioventù del mondo é passata dalle mie parti.
Mescolando colori, ritmi, suoni, urla, canti.
Destini.
Fino a quel giorno.
Diverso da tutti gli altri.
Quando il giallo, il verde e il blu riempivano l’orizzonte e il grande prato.
E guizzi velocissimi di azzurro si intuivano appena.
Dicono che tutti gli anni, in questo giorno preciso, milioni di persone pensino a me.
E maledicano il giorno in cui fui distrutto.
Perché la mia scomparsa ha portato via i resti tangibili (non la memoria) di un qualcosa che ha significato tantissimo per almeno due popoli.
E non doveva accadere.
Dovevo rimanere lì.
Ammirato.
Coccolato.
Con tutto il mio tempo addosso.
Ci ho provato a resistere.
Nonostante 70 chili di esplosivo.
Davanti a 5 mila nostalgici che hanno voluto guardarmi fino all’ultimo.
E urlavano “Non muore! Resta in piedi!”
Ma dopo un minuto sono crollato.
Dicono che le cose non hanno anima.

Ma io tutti gli anni, in questo giorno preciso, quando le ombre della sera si allungano sul centro commerciale e il piccolo parco giochi per bambini, vedo una marea gialla verde e blu abbassarsi e placarsi.
E una maglietta numero 20 azzurra salire dal prato verde in alto.
Sempre più in alto.
Fino al cielo.
Stadio Sarriá, Barcellona (1923-1997).
Sabato 5 luglio 2025.
Testo di Paolo Palazzo. Autore del podcast “Anni Mondiali” insieme alla moglie Dina Curione.
Immagine di copertina e foto all’interno del testo tratte da Wikimedia Commons: lo Stadio Sarriá dagli inizi alla sua demolizione, fino alla trasformazione dell’area in parco.



Capolavoro, quando uno non è un semplice scrivente, ma un vero scrittore. Tanto di cappello a Paolo.
Autentico capolavoro di uno scrittore vero. Tanto di cappello a chi, come Eugenio Montale, sa fare parlare anche le cose.