Batigol a Firenze: la più grande favola d’amore degli anni ’90?

Batigol a Firenze: la più grande favola d’amore degli anni ’90?

Agosto 3, 2025 0 Di Philip Supertramp

“Te amo, Irina!”

È il 25 agosto del 1996, si gioca la Supercoppa Italiana tra la Fiorentina e il Milan campione d’Italia. Al Meazza di Milano, la Scala del calcio, in casa dei più forti. La Fiorentina non è favorita, ma ha in campo il suo capitano, il suo leader, il suo condottiero: Gabriel Omar Batistuta. Ha già segnato una volta, ma il Milan ha pareggiato con Savicevic. Quando mancano pochi minuti al 90’, c’è un calcio di punizione dal limite. Batistuta prende la rincorsa e fa partire un destro potente e preciso: il pallone si infila all’angolino, Rossi non ci arriva. San Siro ammutolisce, mentre il settore viola esplode. Il numero 9, con la fascia al braccio, corre verso la telecamera e grida: “Te amo, Irina!”.

Quel grido non è solo un tributo alla donna della sua vita. È anche – forse inconsapevolmente – una dichiarazione a Firenze. Una città che lo aveva accolto, visto crescere, sbagliare, esultare. Che lo aveva visto soffrire e dannarsi come un fiorentino. E che ora, grazie a lui, poteva sollevare la prima Supercoppa della sua storia. Un trofeo arrivato dopo aver vinto la Coppa Italia pochi mesi prima, dopo 21 anni di attesa.

L’arrivo di Batistuta a Firenze, nel 1991, fu quasi una scommessa. Reduce da una straordinaria Copa América vinta con l’Argentina, dove segnò 6 gol, fu acquistato dal presidente Vittorio Cecchi Gori che, dovendo scegliere tra lui e il più celebrato Diego Latorre, decise di puntare su Batistuta. La normativa della Serie A consentiva solo tre stranieri in rosa: la Fiorentina aveva già Mazinho e Dunga, due futuri campioni del mondo. Latorre rimase fuori, e Batistuta entrò.

I primi mesi furono complicati. Il talento c’era, ma mancava ancora qualcosa per esplodere del tutto. Il 26 gennaio 1992 arriva la partita che cambia tutto: Fiorentina-Juventus, al Franchi. Non una partita qualunque. A rendere la tensione ancora più alta c’è Roberto Baggio, il traditore, l’ex capitano viola che la Vecchia Signora aveva strappato due anni prima. I fischi sono assordanti, la città è carica di rabbia e di orgoglio. Batistuta impiega solo sette minuti per colpire di testa e correre sotto la Fiesole. Quel giorno è l’inizio qualcosa di più grande: nasce Batigol. E non sarà mai più un semplice un centravanti. Diventa il simbolo di una città che cercava un nuovo idolo a cui aggrapparsi. Un ragazzo argentino capace di incarnare il sogno fiorentino di grandezza.

Roberto Baggio alla Juventus e quella sciarpa Viola piovuta dal cielo

Per trasformarti in eroe, però, c’è sempre un momento in cui devi prendere una scelta difficile e decidi di mettere da parte il tuo ego per fare spazio a un bene superiore. Accade nella stagione 1992-93: la Fiorentina crollò. Batigol realizza 16 marcature, ma non bastar: la squadra retrocede. La Serie B, per un attaccante della sua caratura, poteva (doveva) essere una condanna. Manca un anno al Mondiale e un anno in B avrebbe messo a rischio la sua convocazione. Le big sono già alla finestra. Ma Batistuta resta per guidare la risalita. Non solo segna, ma trascina la squadra alla promozione e vince la classifica marcatori della Serie B. È in quel momento, nel punto più basso, che il legame con Firenze si trasforma da passione a fedeltà.

Con il ritorno in A, l’anno successivo, arriva anche Rui Costa, e con lui un’intesa calcistica fatta di sguardi e centimetri. Dai passaggi millimetrici del portoghese e dalla fame senza fondo di Batistuta nasce una coppia devastante. Non a caso, nel 1994-95, Batistuta è capocannoniere del campionato con 26 reti, davanti di quattro distanze al suo connazionale Abel Balbo, che vestiva la maglia giallorossa.

Ma probabilmente il momento più alto della carriera di Batistuta in maglia viola arriva nella stagione 1995-1996 con Ranieri sulla panchina, quando la Fiorentina conquista la Coppa Italia, un trofeo che mancava dal 1975. Il cammino verso la gloria inizia con i sedicesimi di finale in casa dell’Ascoli, ma è dalla semifinale in poi che Batistuta si trasforma in una forza della natura. Il sorteggio propone un ostacolo durissimo: l’Inter di Roy Hodgson.

Ma l’argentino non si lascia intimorire. All’andata, davanti al suo pubblico, segna una tripletta semplicemente perfetta: potenza, freddezza, istinto. Il primo gol arriva su calcio di rigore. Il secondo, su cross di Rui Costa, con un pallonetto angolato che inchioda Pagliuca. Sul terzo, approfitta di un lancio di Rui Costa che lo indirizza solo davanti a Pagliuca, e angola il pallone d’esterno destro, una traiettoria imprendibile per il portiere. Anche la sfida di ritorno al Meazza è segnata dal Re Leone, che realizza l’unica rete della serata.

In entrambe le finali la Fiorentina vince contro l’Atalanta, grazie a Batigol che segna sia all’andata (Fiorentina–Atalanta 1-0) che al ritorno (2-0). È ovunque, è famelico, è leader. Finita la finale, la squadra torna a Firenze, direttamente all’Artemio Franchi, dove ci sono 35mila tifosi ad aspettare la propria squadra. Lui è lì, con la maglia bianca della Sammontana, la fascia da capitano, la Coppa alta in cielo e la Curva che lo acclama. E a coronamento quell’anno perfetto, ad agosto, arriva la Supercoppa Italiana contro il Milan. Firenze esplode, San Siro ammutolisce.

Nel finale degli anni ’90, Batistuta diventa l’ambasciatore viola nel continente. I gol cominciarono a pesare anche fuori dai confini: il più immaginifico, probabilmente, a Wembley contro l’Arsenal. Il risultato è sullo 0-0 e la Fiorentina ha bisogno di vincere se vuole passare il primo turno di Champions League, dietro al Barcellona e proprio a discapito dei Gunners.

Al minuto 74, arriva un pallone dentro l’area per il Re Leone, probabilmente in posizione troppo defilata per un attaccante normale, ma non per lui, che con un tiro secco, ammutolisce improvvisamente lo stadio e regala uno storico passaggio di turno al popolo viola. Successivamente, si registrano le storiche reti al Manchester United. Un tiro potente da fuori area a Old Trafford e, soprattutto, il gol all’Artemio Franchi. Quella sera a Firenze, i Red Devils cadono sotto i colpi dell’argentino. Prima, Batigol approfitta di un errore in disimpegno di Roy Keane per segnare la rete dell’1-0, e poi, nel secondo tempo, regala l’assist a Balbo per il gol che chiude una delle serate più indimenticabili per il popolo viola.

Batigol e il trasferimento che fece grande la Roma

Ma ogni favola ha una fine, e spesso non è lieta. Nel 2000 Cecchi Gori vende Batistuta, trentenne, alla Roma per 70 miliardi di Lire. Batistuta accetta l’offerta della Roma, alla ricerca del sogno Scudetto, che con la Fiorentina sembrava ormai utopia. Firenze lo capisce, pur soffrendo. Ma nessuno è pronto ad accettare di buon cuore quel che sarebbe accaduto di lì a poco. Il 26 novembre si gioca Roma-Fiorentina, la partita è sullo 0-0 e sembra che non ci sia maniera di sbloccarla. Batistuta sembra fuori fase, abulico, non tocca palla. Fino a che, all’83esimo, la sfera vagante trotta nelle vicinanze dell’argentino poco fuori area e Batigol, senza pensarci, con una bordata delle sue, supera il suo ex compagno di squadra Toldo. Batistuta, in quel momento, sovrastato dai suoi compagni che gli saltano addosso, non esulta, ma piange. Per il gol che trafiggeva il cuore di chi l’aveva reso il “Re Leone”.

 

Testo di Philip Supertramp, redattore per F&L e autore della pagina IG @ilsignoredellaliga

Immagine di copertina tratta da Wikipedia.