Il ritorno di Antony al Betis

Il ritorno di Antony al Betis

Settembre 4, 2025 0 Di Philip Supertramp

Per un calciatore brasiliano, il calcio non è solo uno sport, ma una religione, un’espressione di gioia, talento e riscatto. Il calore dei tifosi, il rumore dei tamburi, la passione che si respira nelle strade di San Paolo non ha eguali. Ma c’è un’altra terra, un altro stadio, dove questo sentimento si fonde con una passione ancora più viscerale e incondizionata: quella del Real Betis a Siviglia. È qui che Antony ha riscoperto se stesso, trovando una seconda casa e un amore travolgente, simile a quello che ha lasciato nelle sue radici brasiliane, ma con una sfumatura andalusa.

Per Antony Matheus dos Santos, noto semplicemente come Antony, il suo viaggio è iniziato in uno dei luoghi più difficili e famigerati di San Paolo, in Brasile: la favela di Inferninho, o “Little Hell”.

Cresciuto in condizioni di estrema povertà, la sua infanzia fu segnata dalla cruda realtà della vita nella favela, dove i trafficanti di droga erano una presenza costante e la violenza armata un fatto quotidiano. Tanto che, da bambino, dovette persino scavalcare un cadavere per andare a scuola.

Ma seppur costretto a scavalcare i morti per le strade, Antony trovava la sua salvezza nel pallone. Senza soldi per le scarpe, giocava a piedi nudi e usava i suoi dribbling come un’arte di sopravvivenza. Era così abile e sfrontato che non aveva paura di fare un “elastico agli spacciatori” o una “rabona agli autisti di autobus”. Con un pallone tra i piedi, la paura svaniva e la sua passione prendeva il sopravvento.

Il suo talento non passò inosservato. Il suo percorso a quattordici anni lo ha portato dall’accademia del São Paulo FC ai club più prestigiosi d’Europa, tra cui l’Ajax e il Manchester United, dove è arrivato con un trasferimento record da 85 milioni di sterline.

Tuttavia, dopo due stagioni difficili all’Old Trafford, segnate da critiche e prestazioni altalenanti, il giovane talento brasiliano cercò un nuovo inizio. L’occasione arrivò a Siviglia, al Real Betis, dove si trasferì in prestito.

A Siviglia, Antony ha ritrovato la gioia di giocare e un ambiente che lo ha accolto a braccia aperte. Il popolo del Betis si è innamorato perdutamente del suo stile di gioco, un mix di talento purissimo e pura audacia. Il suo mancino, preciso e letale, è diventato un’arma micidiale, capace di disegnare traiettorie imprevedibili e di scatenare tiri a giro che si insaccavano all’incrocio dei pali.

Ma a far impazzire il Benito Villamarín era il suo dribbling, rapido e inarrestabile, che mandava in tilt le difese avversarie. Antony danzava sul campo, superando i difensori con una facilità disarmante, ricordando le sue origini. Ha segnato gol memorabili, frutto di azioni personali spettacolari o di tiri da fuori area che hanno fatto esplodere di gioia lo stadio.

Tra tutti, spiccano in particolare i momenti magici della semifinale di Conference League contro la Fiorentina. Non solo ha segnato due gol eccezionali – uno su splendida punizione e l’altro con un destro al volo – ma nei minuti supplementari ha completato il suo capolavoro, con un assist per Abde che ha dovuto solo spingere la palla a porta vuota, regalando al Betis la finale.

Le sue esultanze, poi, hanno cementato il legame con la tifoseria. Dopo un gol contro il Valencia, ha celebrato indossando una “gorra campera”, il tipico cappello andaluso, un gesto che ha dimostrato il suo profondo rispetto per la cultura locale. E dopo il derby di Siviglia, ha sventolato con orgoglio la bandiera del Betis davanti ai tifosi, un’immagine diventata altamente simbolica.

Manuel Pellegrini, l’allenatore del Betis, maestro nel saper rendere al meglio i calciatori con una spiccata tecnica, ha svolto un ruolo cruciale. Dopo aver recuperato Isco, che sembrava un calciatore perso, ad Antony ha offerto un ruolo centrale nel suo schema tattico e fiducia incondizionata. Questa nuova libertà in campo ha permesso al brasiliano di esprimere appieno il suo talento. La sua sintonia con Isco, in particolare, è diventata la chiave del successo del Betis. I due giocatori, con il loro stile di gioco fantasioso e la loro visione, hanno creato un’intesa che ha incantato i tifosi.

Attraverso le sue prestazioni, il Betis, oltre a riuscire a conquistare un posto nelle competizioni europee, è arrivato fino alla finale di Conference League, dove però ha perso contro il Chelsea.

Antony, a giugno, è riuscito a riconquistare la nazionale brasiliana, la “Seleção”, che lo aveva ignorato per due lunghi anni. Antony non era più solo un giocatore, ma era diventato un vero e proprio eroe per il popolo di Siviglia, che lo ha ribattezzato “Antonio da Triana”, in onore del quartiere simbolo di passione e autenticità andalusa.

La fine del prestito è stata un momento di grande incertezza, sia per il club che per il giocatore. Antony ha espresso il desiderio di restare, ma sembrava destinato a tornare al Manchester United. La sua volontà era tale da aver rifiutato contratti economicamente più vantaggiosi da club di primo piano, tra cui il Bayern Monaco. Finalmente, l’ultimo giorno di mercato, la svolta. Il Betis e i Red Devils sono riusciti a trovare un accordo che ha permesso al “loro eroe” di tornare a casa. Antony ha dimostrato la sua volontà di restare riducendo il proprio stipendio, un gesto che ha cementato ulteriormente il suo legame con i tifosi e la città.

Il suo ritorno a Siviglia è stato un momento indimenticabile, con migliaia di persone ad accoglierlo, festeggiandolo come un figlio tornato a casa. “Antonio da Triana” ha trovato a Siviglia il luogo in cui essere felice, dove ha potuto esprimere il suo talento e dove è stato accolto come parte di una comunità che lo ha salvato, proprio come il calcio lo aveva tirato fuori dall’Inferninho di San Paolo.

 

Testo di Philip Supertramp, redattore per F&L e autore della pagina IG @ilsignoredellaliga

Immagine di copertina tratta da Wikipedia.