Intervista a Xavier Aldekoa: Africa Redonda
Settembre 6, 2025 0 Di Philip SupertrampLa passione per il Barcellona
Ma Aldekoa non ha una sola passione: l’altra si chiama Barcellona e il suo cuore batte forte blaugrana. “Io non tifo Barça per la vittoria, ma per come gioca. Mi avvicino a squadre come la Real Sociedad, l’Athletic o il Betis, che vivono il calcio in un altro modo, dove la comunione tra giocatori e tifosi vale molto più dei miliardi del PSG o del Manchester City. Ci sono cose nel calcio che contano più dei campionati o delle Champions”.
Da quando è arrivato Flick il suo Barcellona ha intrapreso un po’ questa filosofia di calcio. “Ricorderò sempre questa stagione del Barça, la più divertente che abbiamo vissuto noi culé senza vincere la Champions. Ci sono state rimonte incredibili. Un Barça con problemi economici, senza acquisti, si è confrontato con il grande Real Madrid delle stelle, rafforzato da Mbappé.
L’arrivo di Flick è stato una scossa, qualcosa di molto divertente. Abbiamo giocato in modo molto verticale, con tante transizioni veloci, con giovani molto ‘da Barça’, che sentono i colori. Persino la sconfitta contro l’Inter, all’ultimo minuto, è stata dolorosa ma divertente. Sono ragazzi sfacciati, più del Barça di molti tifosi. Vincere è importante, sì, ma anche il come lo è, e il modo in cui ha giocato il Barça di Flick è stato bellissimo”.
Xavier Aldekoa e i talenti africani
Parlando di Barcellona non si può non citare Leo Messi: “Se Leo Messi fosse nato in Congo, Repubblica Centrafricana o Ciad, probabilmente non sarebbe Messi. Anche se fosse stato una stella, avrebbe avuto difficoltà sociali, alimentari, mancanza di opportunità… e sarebbe arrivato tardi. C’è ancora tanta strada da fare e tante stelle africane devono ancora emergere.
I grandi club cercano giovani talenti in Africa, e presto ci saranno sempre più giocatori africani protagonisti. La Premier e la Liga sono già piene, ma lo saranno sempre di più. In Africa si gioca a calcio per strada, mi ricorda il Brasile di 20 o 30 anni fa: giocatori allegri, tecnici, con il marchio della strada. Con più opportunità, emergerà più talento. Sono convinto che il nuovo Messi o Maradona sarà africano tra 20 o 30 anni”.
Con uno sguardo all’ultimo Mondiale e a quello della prossima estate: “Le nazionali africane sono sempre più forti. Una nazionale africana vincerà un Mondiale, è solo questione di tempo.
La semifinale del Marocco è stata un avvertimento. Giocatori come Hakimi o Brahim Diaz, che scelgono il Marocco invece della Spagna, lo fanno perché la loro nazionale è forte e c’è orgoglio. C’è un sentimento che spinge sempre verso le nazionali europee, ma pian piano vedremo squadre come Nigeria, Senegal o Marocco fare grandi cose. Grandi allenatori stanno iniziando a guardare verso l’Africa. Il Senegal e il Camerun stanno migliorando, l’Egitto sembra rafforzarsi.
La Nigeria ha un potenziale straordinario, un piccolo Brasile: 200 milioni che giocano per strada. Se organizzano bene la loro federazione, non la escluderei. La Nigeria aveva una grande squadra con Babayaro, Babangida, Okocha… ma si è persa per strada.
La gente nostalgica vuole rivedere una Nigeria forte. Il problema è l’organizzazione della federazione: corruzione, cattiva gestione, maltrattamenti verso i giocatori”.
Ma come detto all’inizio, il calcio non è solo uno sport, ma anche qualcosa che unisce, come quando “il giorno dell’indipendenza del Sud Sudan organizzarono una partita, la prima della nazionale contro il Kenya.
Questo mostra quanto il calcio sia importante. La gente andava allo stadio con una felicità travolgente. Lo stadio era strapieno, una massa di persone felici. Ricordo la partita, la vidi a bordo campo. Il Sud Sudan perse 2-3, con due autogol, uno addirittura in rovesciata… un disastro! Ma la gente era felice perché la propria nazionale stava giocando. Era la prima volta nella storia, la gente piangeva per l’emozione; non importava vincere o perdere. Quei sud sudanesi erano felici di vedere la loro squadra giocare, al di là del risultato finale”.
Come in Europa, anche in Africa “Il calcio femminile sta crescendo, anche se alcuni Paesi sono più lenti. Il Ruanda, ad esempio, un piccolo Paese, punta molto sul calcio femminile. Le giocatrici attuali stanno aprendo la strada, creando un precedente per le generazioni future. Alexia Putellas non è spuntata dal nulla, ha iniziato vedendo altre giocare e ha creduto di poter fare la calciatrice. Questo è possibile grazie alle generazioni precedenti, con meno risorse, ma che hanno spianato la strada.
Bisogna riconoscere ciò che stanno facendo le giocatrici africane. A livello sociale, dipende dal Paese. In Nigeria, le ragazze giocano con i ragazzi per diventare più forti. In Sudafrica, ci sono pregiudizi verso la comunità LGTB. Ma il fatto che le ragazze giochino e dicano di voler giocare sta cambiando la società. Oltre al livello, il messaggio è importante. Se la società non lo accetta, piano piano inizierà ad accettarlo”.
Africa Redonda è questo: un libro in cui Xavier riesce a raccontare i problemi del continente attraverso il calcio.
Ma per il giornalista non è tutto pallone e allegria: “Sono 25 anni che lavoro in Africa, ho coperto guerre, bambini soldato, l’epidemia di ebola, carestie, zone controllate dai jihadisti…ovviamente ho corso dei rischi e cerco di ridurli al minimo. Ci sono state situazioni complicate, ma sarebbe strano il contrario.
Tutte le professioni comportano dei rischi. Cerco di essere preparato, affinché non mi paralizzino, e di gestirli al meglio. È importante non guardarsi troppo l’ombelico. Ogni secondo che trascorri davanti ai protagonisti delle storie, gli stai togliendo tempo, e io sono lì per raccontare quelle storie”.
Intervista a cura di Philip Supertramp – Instagram @ilsignoredellaliga.
La redazione ringrazia Xavier Aldekoa per la disponibilità e la gentilezza.
Immagine di copertina tratta dal profilo IG ufficiale di Xavier.


