Napoli – Genoa: dall’oriundo Mendoza fino all’armadio Skuhravy

Napoli – Genoa: dall’oriundo Mendoza fino all’armadio Skuhravy

Ottobre 2, 2025 0 Di Davide Morgera

“Il Genoa tratta Mendoza”. “Mendoza ad un passo dal Genoa”. “Definiti i dettagli del passaggio di Mendoza al Genoa”. “Mendoza firma, 17 milioni più 3 di bonus”.

Potrebbero essere dei titoli realistici dei giornali odierni? Potremmo leggere di queste trattative ancora oggi? La risposta è assolutamente ‘sì’ con tutti i nomi esotici che girano nel calcio europeo ed italiano.

Il nome “Mendoza” ha origini chiaramente spagnole ed è comunemente associato alla città di Mendoza in Argentina, anche se le sue origini si perdono nella notte dei tempi, ai popoli latini precisamente. In realtà il Genoa non ha acquistato nessun Mendoza su richiesta del suo coach e Vieira, l’allenatore dei rossoblu, all’epoca in cui risale questa storia non era ancora nato. Prima di presentarvi l’acquisto del Genoa del…1973, bisogna fare una premessa necessaria per capire il fenomeno degli ‘oriundi’.

Nel 1966, quando la Nazionale Italiana tornò dalla disastrosa spedizione mondiale in Inghilterra, la F.I.G.C. disse basta con l’importazione di calciatori stranieri dopo la sconfitta contro la Corea del Nord. Chiuse le frontiere del calcio, bisognava lavorare sugli italiani, i forestieri avevano ‘rovinato’ il nostro mondo pedatorio e non venivano più fuori nuovi talenti, quelli che magari iniziavano negli oratori o in strada. Almeno così si disse e, dopo sessanta anni, il tema appare molto attuale viste le condizioni in cui versa la nostra Nazionale.

Poterono restare in Italia solo gli stranieri che erano già nella rosa delle squadre ed il Napoli, con Cané, fu una delle poche società italiane ad avere ancora un “importato” in formazione. Agli azzurri va anche l’altro primato, quello di avere avuto nell’organico l’ultimo straniero del campionato, Sergio Clerici (1973-75), prima della riapertura del mercato nel 1980. Nomi strani, esotici, stravaganti, dal sapore sudamericano o nord europeo non se ne sentirono più per diversi anni, sulle figurine Panini si vedevano solo giocatori rigorosamente ‘made in Italy’.

Napoli – Genoa 0-0 giocata il 2 ottobre 1977.

Un divieto che durò, dunque, per 14 anni. Erano gli autoctoni, i nuovi campioni, quelli che dovevano portare il calcio italiano alla riscossa dopo la debacle mondiale in terra d’Albione. Ed i risultati diedero ragione alla Federazione. Campioni d’Europa nel 1968, finalissima col Brasile nel 1970 in Messico, quarto posto ai Mondiali in Argentina nel 1978. In mezzo solo il fallimento in Germania nel 1974 dove la squadra era dilaniata da infinite polemiche interne. Azzurro tenebra, appunto, tanto per citare Arpino.

Anche i Mondiali vinti nel 1982, appena due anni dopo la riapertura delle frontiere, furono figli di quella ‘scuola italiana’ legata al blocco della Juventus e parzialmente a quello dell’Inter. Sì, Zoff, Gentile, Cabrini, Scirea, Tardelli, Rossi, una filastrocca imparata a memoria ma non dimentichiamoci del fondamentale apporto degli interisti Oriali, Bergomi e Altobelli (con Marini da rincalzo).

Negli anni ’70, però, ogni tanto veniva fuori un nome strano e noi ci chiedevamo chi fosse, come era capitato nel nostro campionato se le frontiere erano chiuse. L’ostacolo si aggirava con qualche parente italiano, una storia di emigrazione passata o con una lapidaria sentenza in cui si affermava che il calciatore X era cresciuto calcisticamente nel vivaio della squadra Y in Italia. Erano i famosi ‘oriundi’ e gli stessi Sivori, Altafini, Schiaffino, Angelillo, Pesaola, Sormani e diversi altri avevano giocato in Nazionale con l’etichetta di ‘oriundo’.

Un calciatore oriundo è un atleta che, pur non essendo nato in Italia, possiede origini italiane, spesso attraverso uno o più ascendenti. Questa definizione, apparentemente semplice, cela una complessità che si è evoluta nel tempo. La storia del calcio italiano è intrisa di esempi di oriundi, che hanno contribuito a scrivere pagine importanti della nostra storia calcistica, talvolta in modo decisivo. L’utilizzo degli oriundi è stato spesso legato a momenti di transizione o di necessità per la Nazionale, quando si cercavano giocatori in grado di colmare lacune o di dare quel “plus” necessario per raggiungere determinati obiettivi. Ecco perché i selezionatori azzurri si videro costretti, spesso e volentieri, a chiamare giocatori come Sivori ed Altafini, tanto per citarne solo due di quelli menzionati sopra.

Li chiamavano “oriundi” quando di stranieri, come abbiamo visto, non erano rimasti che pochi esemplari, quelli dell’ultima apertura alle frontiere. Ma tra gli oriundi c’erano anche giocatori ‘normali’, alla ricerca di un po’ di fortuna e con la voglia di mettere tende nel nostro paese. Scorrendo gli almanacchi di quegli anni ne troviamo tre. Uno era Carlo Sartori del Bologna, proveniente dal Manchester United, che, dopo essere nato a Caderzone (Trento), si era trasferito da bambino a Manchester.

Tornò in Italia per svolgere il servizio militare nel 1973 e trovò il Bologna ad accoglierlo a braccia aperte. Sartori aveva giocato con un fuoriclasse come George Best e aveva collezionato 40 presenze e 4 reti in cinque anni coi ‘Red Devils’. Un curriculum di tutto rispetto per un italiano che aveva fatto il viaggio al contrario ma, una volta giunto nella sua madrepatria, la sua carriera fu tutta in salita.

Dal Bologna alla Spal, da qui al Benevento, poi al Lecce fino all’oblio con il Rimini e il Trento. Un altro era Dante Mircoli, romano di Ladispoli del 1947, che si trasferì in Argentina a cinque anni. Nel paese ‘albiceleste’ fece una buona carriera giocando con l’Independiente con il quale vinse il Torneo Metropolitano del 1971 e la Coppa Libertadores del 1972. Nonostante questo legame molto forte con l’Argentina, dove tuttora risiede, nell’estate del 1973 la Sampdoria lo acquista dall’Independiente perché Mircoli aveva sempre mantenuto la nazionalità italiana. In due stagioni con i blucerchiati gioca solo 9 gare mettendo a segno due reti.

Per cercare di farlo abituare al ‘nuovo calcio’ la Samp lo cede in B al Catania e poi in C al Lecco ma in entrambe le occasioni non riesce ad incidere. Così a fine stagione rescinde il contratto e fa ritorno nella ‘sua’ Argentina. Dopo il ritiro da calciatore inizia una carriera da allenatore guidando diverse squadre minori ma senza troppa fortuna. 

Il terzo ed ultimo oriundo che popolava le figurine Panini, il signor Mendoza, oggi settantenne, lo vedemmo due volte al San Paolo proprio in occasione di Napoli- Genoa del 1973 e del 1977, due gare da subentrante in cui totalizzò 85 minuti. In questi quattro anni, tra una salita ed una discesa dei rossoblù tra il paradiso della A e l’inferno della B, lui c’era sempre. Classe 1955, nato a Caracas in Venezuela, era arrivato in Italia a due anni, il papà era in cerca di fortuna in Friuli, la miseria del paese natio lasciata alle spalle.

Di ruolo faceva la mezzala con tendenza a costruire gioco ed aveva esordito, con l’Udinese in serie C, a soli 16 anni. Poi lo prese il Genoa con cui giocò diversi campionati prima dell’inevitabile declino in C2 con lo Jesi. Mendoza è rimasto in Italia e, da allenatore, ha condotto squadre di promozione nel Friuli, senza troppa fortuna, fino ad una decina di anni fa. 

A Napoli, nella gara del torneo 1973-74, disputata su un terreno fangoso ed acquitrinoso, subentrò a Mariolino Corso al ‘67 ricalcandone il ruolo e la posizione in campo ma gli azzurri erano già in vantaggio con un gol di Cané. Fu questo anche il risultato finale. Il maestro Pacileo scrisse “il Genoa fa entrare un ‘tal’ Mendoza al posto di un arrabbiato Corso”, proprio per sottolineare che nessuno aveva mai sentito parlare di questo giocatore proveniente dal Venezuela. Nella partita del 2 ottobre 1977 Mendoza sostituì Ghetti, uscito per stiramento muscolare, al ’28 del primo tempo e il Genoa riuscì a bloccare il Napoli sullo 0 a 0 anche perché Savoldi si fece parare un rigore da Girardi. Curiosità, in entrambe le partite, a distanza di quattro anni, l’arbitro spedito a Napoli fu Casarin. 

Se nella prima partita a Napoli il Genoa dovette subire le folate offensive della squadra di Vinicio e soccombere, la seconda gara fu molto più combattuta. Su tutti i giornali del giorno dopo campeggiavano due foto, una riguardava il rigore parato da Girardi a Savoldi e l’altra quella dello scampato pericolo dal Napoli dove Stanzione rischiò una clamorosa autorete. 

Per dimenticare l’oriundo Mendoza i tifosi rossoblù dovettero attendere i vari Peters, Vandereycken ed Eloi (i tre mediocri stranieri dei primi anni ’80) ed iniziarono a sognare con un brasiliano, un uruguaiano ed un cecoslovacco, vale a dire Branco, Carlos Aguilera e Skuhravy solo negli anni ‘90. Quella squadra del 1990-91 aveva un ‘crack’ al numero 3.

Lui si chiama Branco, è brasiliano e tirava le punizioni imitando Roberto Carlos. In attacco gli altri due campioni, gli altri due stranieri, che sposteranno gli equilibri della squadra e che le faranno vincere partite sporche, grazie ad un guizzo dell’uno o ad un colpo di testa dell’altro. Uno era Carlos Aguilera, uruguaiano di Montevideo, una vita calcistica trascorsa in Sudamerica prima che il Genoa si accorgesse delle sue enormi potenzialità.

A fargli da spalla era Tomas Skuhravy, un cecoslovacco che nel suo paese, nello Sparta Praha , non andava mai al di sotto dei 13 gol. L’uruguaiano aveva la faccia di uno scugnizzo, a guardarlo bene era la controfigura di Alex Britti mentre il mitteleuropeo aveva i capelli lunghi e fluenti e nelle foto sorrideva sempre. Era, e crediamo lo sia ancora, un armadio a tre ante di 1,92 per 83 Kg e andava a sposarsi bene con il piccoletto Carlos, 1,66 di altezza per 68 chili, un peso piuma. È la famosa regola dell’articolo “Il”, uno piccolo e sgusciante e l’altro alto e dinoccolato. Funzionava la coppia, sì che funzionava. 15 gol per Skuhravy, 15 per Aguilera, totale 30 reti. Il Genoa, quell’anno, arrivò ad un passo dal cielo grazie anche a loro. Quarto posto e piazzamento in UEFA.

 

Testo di Davide Morgera. Professore e scrittore, cultore della storia del calcio e del Napoli. Ha pubblicato quattro libri:

Cronache dal secolo scorso: atti unici nella storia del Napoli (con Urbone Publishing).

Napoli, sfumature d’azzurro: beffe e belle partite, vittorie e sconfitte. Tutte le sfide nazionali ed europee dal 1909 ad oggi.

Azzurro Napoli. Iconografia inedita di una passione infinita.

Volevo essere Sergio Clerici. Memorie e storie di calcio.

L’immagine di copertina (esultanza per il gol di Cané) e le foto del testo sono tratte dall’archivio personale di Davide Morgera e utilizzate su autorizzazione dell’autore.