La Palestina è un posto dell’anima
Ottobre 3, 2025Mentre cerco riparo da pensieri brutali, dietro attimi di riflessione ordinata – che tentano invano di farsi parola scritta – là fuori sono giorni cruenti.
C’è chi si è accorto della Palestina solo dopo il 7 ottobre 2023. E, dopo le tragiche incursioni di Hamas di quel giorno, ha perso di vista ogni simpatia per una causa ormai centenaria. C’è chi fin da subito ha tentato di inquadrare quelle azioni sanguinose e l’uccisione di oltre 1200 israeliani in uno scenario più grande. E c’è chi, nel governo ultranazionalista israeliano, ha approfittato degli ostaggi – e non è un pensar male, Netanyahu è stato fra i massimi sostenitori economici di Hamas e Israele “non poteva non sapere” – per portare avanti la propria “soluzione finale”: la Palestina senza i palestinesi.
Due anni di massacri che hanno finalmente indotto l’ONU e parte della comunità internazionale a sostenere che “a Gaza è in corso un genocidio”. E mentre i coloni israeliani continuano ad agire indisturbati in Cisgiordania, espropriando case con la forza e uccidendo impunemente intere famiglie palestinesi, siamo prossimi ai 70.000 morti, molti dei quali bambini, donne, civili inermi.
Si stima che l’84% delle vittime non abbia alcun legame con organizzazioni paramilitari e governative di Hamas o di qualsiasi altra cellula di combattenti palestinesi, altrove bollati nell’unico calderone del “terrorismo islamico” nel consueto stile della retorica anti-musulmana, americana e sionista.
Hamas è stato il casus belli. Gli ostaggi una scusa che dopo un mese di bombardamenti non reggeva più al tavolo delle trattative. Ma Netanyahu e i suoi uomini, non ultimo quel Ben Gvir che fu tra i mandanti morali dell’omicidio di Rabin, non si fermeranno, forti dell’appoggio degli USA di Donald Trump.
E chissà, una volta liberati gli ultimi ostaggi, vivi e morti, quale sarà il futuro dei pochissimi palestinesi rimasti in piedi.
Senza andare indietro alla Dichiarazione Balfour del 1917, al sostegno alle migrazioni ebraiche in Palestina e alle guerre che, dal 1948, hanno dilaniato la regione a partire dalla nascita dello Stato di Israele, dalle ceneri di una delle più grandi tragedie del nostro tempo, la Shoah.
Senza approfondire decenni di conflitti e di sostegno politico alla causa Palestinese – mentre il sionismo faceva un sol boccone del giudaismo trasformando Israele in uno stato genocida, risolvendo nel peggiore dei modi la crisi da stress post traumatico degli ebrei e dei lobbisti di tutto il mondo – il sottoscritto manifesta qui il sostegno incondizionato ad una Palestina libera, dal Fiume al Mare.
E mentre la Global Sumud Flotilla arriva al termine di corsa e in Italia si riempiono le piazze contro i manganelli di un governo complice del genocida israeliano e di un Trump che sogna una Riviera tutta per sé sulla pelle dei gazawi, il mio pensiero vola ai bambini sotto le bombe, che potrebbero essere i miei, e retrodata fino all’omicidio impunito della giornalista palestinese con cittadinanza americana Shireen Abu Akleh, che il 22 maggio 2022, ben 17 mesi prima del massacro di Hamas, stava raccontando un’incursione delle forze militari israeliane dell’IDF nel campo profughi di Jenin. Fu uccisa da un cecchino israeliano nonostante fosse ben visibile il suo giubbotto blu “Press”.
Non ha mai avuto giustizia, perché la giustizia non fa parte di quella terra martoriata dal male Sionista.
Nel frattempo, le discussioni in seno alla UEFA per fermare – sportivamente – Israele, hanno portato ad un nulla di fatto. Troppo forte la pressione dell’amico di Trump, quel Gianni Infantino che più di chiunque altro prima di lui ha venduto la FIFA e il suo calcio ai Paesi che calpestano il diritto umanitario in giro per il globo.
Non ultimi, gli USA dell’inutile e farsesco Mondiale per club FIFA e dei prossimi Mondiali (co-host insieme a Canada e Messico, non esattamente amici di Trump in questo momento), che attraverso l’ICE criminalizzano gli immigrati e terrorizzano chiunque metta piede sul suolo americano.
Non proprio un bel bigliettino da visita in vista dell’ondata di tifosi che si prepara ad “invadere” l’America nel 2026.
Quella sfera macchiata di sangue continuerà a rotolare, mentre i “pedatori che rappresentano i predatori” verranno a far visita alla nazionale di Gattuso fra pochi giorni, dopo l’incredibile e tanto discusso 4-5 sul neutro ungherese.
L’Italia si gioca poco più di una speranza di raggiungere i playoff, mentre la Norvegia vola alto in classifica, forte del 3-0 che mise fine al breve regno di Spalletti e di una differenza reti praticamente inossidabile. Boicottare questa partita non è assolutamente nelle corde dei pavidi regnanti del calcio nostrano.
Ovviamente, non è la prima volta che si parla di estromettere Israele dal calcio e dalle competizioni sportive per club e nazionali, sull’esempio della Russia e del Sud Africa dell’Apartheid. Ma, senza neppure utilizzare esempi tanto orrendi, basti pensare che la FIFA tende a bloccare qualsiasi federazione subisca ingerenze politiche al suo interno, come accaduto recentemente con Zimbabwe e Pakistan.
Ma il veto di chi i prossimi mondiali si troverà persino a co-ospitarli – mentre la deriva autoritaria e anti-immigrazione ha raggiunto vette inesplorate – tendenzialmente rassicura i leccapiedi del sionismo.
Molto più che in altri sport, vedi il Ciclismo, dove le compagini israeliane sono ormai osteggiate dopo che gli attivisti pro-pal, alla Vuelta, hanno fatto chiudere anzitempo diverse tappe.
Dall’altra parte, la Palestina, in esilio perenne, ha terminato pochi mesi fa la sua straordinaria avventura nelle qualificazioni mondiali zona asiatica, che avevano fatto seguito ad una Coppa d’Asia ben giocata da una nazionale ormai diventata simbolo della lotta al genocidio del suo popolo.
Nel recente passato, c’è però un episodio che merita di essere raccontato, in quanto emblematico di una situazione che negli ultimi tempi ha vissuto una fase senza precedenti ma che nuova non è affatto.
Prima di questi due anni di bombardamenti che hanno posto fine alla vita di centinaia di sportivi, calciatori e addetti ai lavori palestinesi; prima del culmine di un genocidio che non è cominciato certo all’indomani del 7 ottobre 2023.
Ebbene, prima di tutto questo, un uomo aveva tentato di esporre i crimini israeliani davanti al mondo del calcio. Il suo nome è Mahmoud al-Sarsak, ha giocato a calcio in Palestina e per la Palestina (due presenze in nazionale) e questa, in breve, è la storia dimenticata di quando il mondo del calcio si era schierato dalla sua parte, salvo poi tirarsi indietro quando si è trattato di fermare Israele partendo dai piani alti.
L’arresto e la detenzione di Mahmoud al-Sarsak
Il 22 luglio 2009, al Valico di Erez, fa un caldo infernale.
I militari israeliani controllano ossessivamente qualsiasi cosa o persona tenti di passare attraverso la Striscia di Gaza. Fra i viaggiatori, c’è un ragazzo, che di mestiere fa il calciatore e che sta lasciando casa nella Striscia per unirsi al suo nuovo club a Balata, in Cisgiordania.
Ha giocato per vari club di Gaza, per la nazionale olimpica Palestinese e due volte per la nazionale maggiore, contro Cina e Iraq.
Sogna di diventare il Del Piero palestinese, e ha più o meno la mia età.
Le operazioni di ispezione si fanno da subito serie. Il ragazzo viene segnalato all’IDF e ai servizi dello Shin Bet come una possibile testa di ponte del jihadismo palestinese, e accusato senza prova alcuna di far parte delle Brigate Al-Qassam.
Addirittura, si dice abbia una volta piazzato un ordigno capace di ferire un soldato israeliano, storia i cui dettagli non vengono però resi noti.
Mahmoud viene arrestato e finisce nelle carceri israeliane per 3 anni senza che nessuna delle accuse a suo carico venga mai formalizzata.
Il suo è un esempio come tantissimi, purtroppo, se ne trovano nelle prigioni dell’area, dove i detenuti legati ad Hamas sono una piccola minoranza rispetto alla società civile palestinese, martoriata e torturata solo per dare un segnale.
Una goccia nel mare del genocidio fatto di bombardamenti, massacri, esproprio di terreni, droni e cecchini che uccidono senza motivo se non l’essere palestinesi.
Mahmoud non si piega. Va in sciopero della fame e per lui il mondo del calcio si mobilita. Platini, al tempo presidente UEFA prima di cadere in disgrazia, si interessa alla sua causa e al-Sarsak arriva persino a chiedergli di togliere ad Israele gli Europei under-21 che avrebbe ospitato nel 2013, attraverso l’intercessione della Federazione Calcistica Palestinese e del sindacato dei calciatori FIFpro.
Dopo mesi di torture e scioperi, la decisione sugli Europei under-21 non solo verte in favore di Israele come Paese ospitante, ma Platini, la UEFA, la FIFA e perfino il CIO voltano completamente faccia ad al-Sarsak, accusando la Federazione Palestinese di lobbysmo anti-ebraico ed eversivo.
Una beffa a cui, parziale consolazione, fa da contraltare il rilascio di Mahmoud, avvenuto dopo tre anni di detenzione il 10 luglio 2012.
Mahmoud viene riaccolto a Gaza ma non tornerà più a giocare a calcio.
Non solo, oltre allo sport lascerà anche la Palestina, chiedendo asilo politico nel Regno Unito.
Perché il destino della Palestina nello scacchiere mondiale è questo: diventare un posto nell’anima, un non luogo in cui i palestinesi finiranno dalla parte della diaspora, e gli ebrei sionisti da quella degli usurpatori e degli occupanti, trasformando il genocidio palestinese in una guerra coloniale a senso unico.
Luca Sisto è cofondatore e direttore editoriale di Football&Life. Appassionato di sport, in particolare di calcio, basket e atletica. Tifoso del Napoli e della nazionale dei Leoni Indomabili del Camerun. Lavora nel turismo.
Immagine di copertina tratta da Wikipedia.
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