Intrighi internazionali, esodi, espulsioni: il calcio di Israele

Intrighi internazionali, esodi, espulsioni: il calcio di Israele

Ottobre 9, 2025 0 Di Matteo Fornara

Alla terza partita di Israele ai Mondiali scoppiò la crisi diplomatica. Dove sta la notizia, parlando di una squadra, e di un Paese, dalla storia quanto meno complicata?

Mancava un quarto d’ora alla fine e Gigi Riva stava esultando con i suoi pugni chiusi alti nell’aria rarefatta dei 2.600 metri di Toluca, dopo aver deviato un cross di Giancarlo De Sisti nella rete alle spalle al portiere Itzhak Vissoker.

Il guardalinee etiope Seyoum Tarekegn era fermo con la bandierina issata verso l’alto come le mani di Riva. Fuorigioco, il gol non era valido, si restava sullo zero a zero.

Una rete degli israeliani li avrebbe clamorosamente portati ai quarti di finale di Messico 1970, al loro esordio assoluto in un grande torneo internazionale. Il telecronista della RAI si lamentò della decisione e l’ambasciata di Etiopia chiamò subito la Farnesina per protestare.

Iniziò a girare la storia che Nicolò Carosio, la storica voce della Nazionale azzurra, avesse pronunciato epiteti razzisti nei confronti del guardalinee, che in seguito venne smentita.

Lui, che raccontava l’Italia dal 1933, venne immediatamente sostituito da Nando Martellini, al quale toccò il privilegio di narrare la leggenda di Italiagermaniaquattroatre, pochi giorni dopo, dall’Atzeca di Città del Messico. In un paio di occasioni Carosio, aveva definito l’arbitro “l’etiope”, e la cosa aveva irritato la ex colonia italiana, forse a causa del tono ironico del telecronista, oppure perché Tarekegn, in realtà, era eritreo. All’epoca l’Eritrea faceva parte dell’Etiopia.

Insomma, un intrigo internazionale: Italia, Etiopia, Israele. La notizia vera è che l’unico Paese estraneo alla vicenda fosse proprio Israele, la cui storia politica – molto più di quella calcistica – è stata caratterizzata da tensioni e tragedie, senza soluzione di continuità dal 1948, anno di fondazione, fino alle vicende attuali del genocidio perpetrato sulla popolazione palestinese nella striscia di Gaza.

Anche la piccola storia della Nazionale è un susseguirsi di boicottaggi, esodi tra i continenti, espulsioni.

La Palestina è un posto dell’anima

Tutto era iniziato in realtà nel 1929, in un modo che a leggerlo con le lenti del tempo di oggi appare incredibile. La Federazione calcistica di Palestina si iscrisse alla FIFA quando il territorio palestinese era sotto mandato britannico, ed era composta interamente da calciatori ebrei.

La formazione schierata dal tecnico polacco Shimon Ratner nella partita d’esordio delle qualificazioni ai Mondiali del 1934 al Cairo, contro l’Egitto, fu Berger; Reznik, Fiedler; Friedmann, Fuchs, Sukenik; Harlap, Kraus, Kastenbaum, Reich, Nudelmann. L’Egitto vinse 7-1 e si ripeté al ritorno con un 4-1 a Jaffa, e in entrambe le partite il mattatore fu il bomber egiziano Mahmoud Mokhtar, detto “El-Titch”: gli unici nomi arabi della partita erano quelli degli egiziani. In realtà, già nel 1931 venne creata una nazionale palestinese alternativa, che aveva il compito di rappresentare gli interessi arabi del territorio, di cui agli inglesi interessava poco.

La vicenda di quella Nazionale del “Mandato Palestinese”, quasi un secolo fa e in periodo di enormi tensioni politiche, aveva già in embrione molti aspetti di quello che sarebbe successo da allora fino ad oggi.

Una vera e propria nazionale palestinese non vide la luce fino al 1998, quando ottenne lo status di membro provvisorio della FIFA.

La Nazionale israeliana, invece, nacque insieme allo Stato di Israele, tre anni dopo la fine della seconda guerra mondiale e di tutti i traumi ad essa legati. Nello stesso momento è iniziata la sua transumanza, che l’ha portata ad essere l’unica al mondo ad aver giocato partite ufficiali in tutti i continenti: Asia, Africa, Europa, Oceania, persino Sudamerica, e alla fine – dal 1991 a oggi – ancora in Europa.

Nel 1974 venne espulsa dalla Confederazione asiatica, per il rifiuto di giocarci contro da parte dei Paesi arabi e musulmani, ma anche della Corea del Nord comunista.

Sfiorò addirittura la qualificazione ai Mondiali del 1958 in Svezia, senza giocare una sola partita nella zona Africa-Asia: una dopo l’altra tutte le sue avversarie, Turchia, Sudan, Egitto e Indonesia, si rifiutarono di affrontarla.

Per eliminarla, o meglio per impedire che si qualificasse senza giocare un solo minuto, la FIFA organizzò su due piedi uno spareggio contro una squadra europea decisamente fuori dalla portata degli israeliani, che contro il Galles non segnarono neppure una rete subendone quattro.

Con encomiabile fantasia, nel 1964 a Israele venne attribuita l’organizzazione della fase finale della terza edizione della Coppa d’Asia. Si iscrissero 4 squadre, che si sfidarono a Tel Aviv, Ramat Gan, Haifa e Gerusalemme. Undici nazionali diedero forfait quando si seppe il luogo delle finali. Israele fece bottino pieno superando nell’ordine India, Corea del Sud e Hong Kong, e portò l’unico trofeo della storia in bacheca. All’epoca in Asia le partite duravano 80 minuti.

In tutti quei decenni, fino alla rivoluzione islamica dell’ayatollah Khomeini a Teheran nel 1979, l’unica squadra di uno Stato musulmano (sciita) ad aver affrontato Israele fu l’Iran del regime laico, filo-occidentale e poco democratico dello Scià Reza Pahlavi.

Quest’anno, i due Paesi si sono presi a bombe.

Ai Mondiali del Messico nel 1970 si qualificò vincendo la zona Africa-Asia grazie soprattutto a una complicata serie di boicottaggi incrociati nei confronti non solo di Israele, ma anche del regime razzista della Rhodesia (oggi Zimbabwe).

Israele si qualificò battendo due squadre… oceaniche, Australia e Nuova Zelanda. Sulle alture del Messico il campo fu meno crudele del previsto nei confronti degli israeliani, vittime designate contro Uruguay, Svezia e Italia: due pareggi contro le squadre europee salvarono l’onore calcistico.

Due anni dopo, otto membri dell’organizzazione palestinese Settembre Nero fecero irruzione nel Villaggio olimpico durante i giochi di Monaco e uccisero due atleti israeliani, il lottatore Moshe Weinberg e il sollevatore di pesi Yossef Romano. Fu l’evento più sanguinoso e traumatico nella storia delle Olimpiadi.

Per i Mondiali di Spagna del 1982 giocò in Europa, e arrivò ultimo nel girone vinto da Scozia e Irlanda del Nord. Poi finì in Oceania, un po’ come ai nostri giorni per motivi diversi e meno seri finiscono a giocare Milan e Como. Per Italia ’90, dopo aver superato Australia e Nuova Zelanda, Israele andò a perdere un play-off in Sudamerica, contro la Colombia di Valderrama e Higuita.

In quegli anni la sua star era Ronny Rosenthal, un attaccante soprannominato “Razzo Ronny” che era stato ingaggiato dall’Udinese ma venne respinto prima di scendere in campo per un misterioso boicottaggio ad personam dal significato politico non ben definito.

Dal 1991 la nazionale e i club di Israele giocano in Europa, senza mai essere riusciti ad ottenere grandi risultati. In Francia si ricordano bene la clamorosa vittoria israeliana al Parco dei Principi sul cammino dei Mondiali negli Stati Uniti del 1994, che portò all’eliminazione dei Bleus.

Nel 2003, quando la tensione con i palestinesi era tornata ad esplodere nella Seconda Intifada facendo fallire il processo di pace lanciato a Oslo da Rabin e Arafat, l’Italia ospitò a Palermo alcuni incontri della nazionale.

In quegli anni mi capitò di andare diverse volte per lavoro in Palestina, a Ramallah, la città in cui si trovavano gli edifici dei Ministeri dell’Autorità Nazionale Palestinese, una ventina di chilometri a nord di Gerusalemme, in Cisgiordania. Attraversavo i check point controllati dai soldati israeliani di prima mattina, in direzione opposta ai lavoratori palestinesi che andavano in Israele per rientrare la sera.

Le palazzine dei Ministeri palestinesi venivano costruite in quegli anni con i soldi della cooperazione internazionale, americana ed europea in particolare. Con i funzionari palestinesi il calcio era l’argomento passe-partout, Zinedine Zidane un mito per le sue origini algerine.

Matteo Fornara: 40 anni di groundhopping da Altobelli a Matondo

Nella mia lunga carriera di groundhopper tra gli stadi europei, la nazionale celeste con la stella di David l’ho vista a Bucarest nel 2023, qualificazioni all’Europeo di Germania, Romania uno Israele uno. Segnò per Israele Oscar Gloukh, una vivace mezzapunta che giocava nell’RB Salisburgo e ora presta servizio nell’Ajax. Durante tutta la partita ho osservato con curiosità le poche decine di tifosi israeliani, molto pittoreschi e rumorosi, sebbene sovrastati dal giallo chiassoso dei cinquantamila rumeni. Mi domandavo se venissero da Israele o più probabilmente fossero ebrei che vivono in Romania.

Mi chiedevo anche quale fosse il loro approccio sentimentale nel tifare una nazionale osteggiata dai vicini di casa ed esiliata in un continente del quale il loro Paese non fa parte.

Tre settimane più tardi arrivò il 7 ottobre, l’attacco di Hamas dalla striscia di Gaza, e tutto quello che sappiamo.

Durante i due anni dell’aggressione israeliana su Gaza, le squadre israeliane hanno continuato a giocare le loro partite in Europa. Le partite “casalinghe” sono state ospitate dall’Ungheria, a Debrecen, Zalaegerszeg, Budapest, Szombathely. Sugli spalti ci sono sempre stati sparuti gruppi di tifosi, e in quella recente a settembre contro l’Italia anche alcuni italiani che al momento dell’inno israeliano hanno voltato le spalle al campo in segno di protesta, non per solidarietà alla popolazione palestinese, ma per pura avversione razzista nei confronti degli ebrei.

Sul campo si vide una partita pazzesca, il quattro a cinque privo di logica calcistica e risolto da un gol di Tonali dopo il novantesimo. Martedì prossimo a Udine si gioca il ritorno, e da più parti si chiede di escludere Israele dalle competizioni internazionali per il genocidio dei palestinesi di Gaza compiuto dal governo di Netanyahu e dall’esercito.

L’annuncio di questi giorni di un accordo di pace non cancella i crimini commessi, ma offre una speranza ai palestinesi.

Barcellona, Stadio Sarrià, Mondiali di Spagna, 1982. In un caldissimo pomeriggio di luglio Paolo Rossi fa un gol, poi un altro e un altro ancora, al grande Brasile di Zico, Falcão e Socrates. All’ultimo minuto Zoff con un balzo sulla linea para il colpo di testa di Oscar destinato infondo alla rete.

Pochi giorni dopo l’Italia di Bearzot diventa Campione del Mondo, Rossi diventa Pablito e quella partita leggenda. Lo videro in tutto il mondo quell’Italiabrasiletreadue, tranne che in molti Paesi arabi. Le loro televisioni si erano rifiutate di trasmettere la partita perché l’arbitro era Abraham Klein, israeliano, il migliore del mondo da diversi anni. Ai Mondiali di quattro anni prima in Argentina, Klein era destinato ad arbitrare la finale tra l’Olanda e i padroni di casa, che si opposero e bloccarono la sua designazione.

Klein era nato in Romania e da ragazzino venne messo su un treno verso un posto sicuro in Olanda insieme ad altri 500 bambini ebrei. Alcuni suoi familiari erano morti nel campo di concentramento di Auschwitz. Rimase un anno nella città olandese di Apeldoorn, che diventò il suo paradiso, pieno di pane, burro, zucchero, latte e patate a volontà. Poi, quando la guerra finì, andò a vivere ad Haifa con i genitori. Da quelle parti stava nascendo lo Stato di Israele. Quel Mondiale del 1978 la giunta militare – e criminale – del Generale Videla voleva vincerlo a tutti i costi, anche quello di far toglier di torno il miglior arbitro a disposizione, perché in Olanda l’avevano trattato bene. L’Argentina vinse tre a uno ai tempi supplementari.

 

Testo di Matteo Fornara. Europeista, groundhopper e autore dei libri:

“Il Genio e la Tigre” – Urbone Publishing

“Nicky, Dino, Diego: viaggio sul pianeta del football” – Urbone Publishing 

“Milla, la danza del Leone Indomabile” – Garrincha Edizioni

Immagine di copertina tratta da Wikipedia: la nazionale israeliana festeggia la vittoria della Coppa d’Asia 1964.