Ratko Svilar e il DNA nel ruolo

Ratko Svilar e il DNA nel ruolo

Ottobre 15, 2025 0 Di Philip Supertramp

La storia recente della Roma è costellata di estremi difensori arrivati con grandi aspettative, rivelatisi poi incubi per i propri tifosi. Da Maarten Stekelenburg, finalista del Mondiale 2010 con l’Olanda, fino a Mauro Goicoechea, il cui nome è legato a una serie di “disastri”, tra cui il derby sotto il secondo mandato di Zeman, e poi Robin Olsen, acquistato dopo un Mondiale brillante, ma finito mestamente in panchina pure lui, prima di essere definitivamente ceduto.

Portieri che, oltre ad alcune lacune evidenti, non hanno saputo reggere la tensione dell’Olimpico e del proprio pubblico.

Chi invece ha saputo cavalcare l’adrenalina trasmessa dalla Curva Sud è stato Mile Svilar, che nell’ultima stagione è diventato il guardiano dei pali romanisti.

Il giovane estremo difensore, approdato alla Roma con l’etichetta di promessa, ha saputo trasformare quel palco temuto dagli altri portieri in un trampolino di lancio, chiamandolo ora casa.

Il percorso del serbo-belga non è stato una scalata immediata. Arrivato nella Capitale sotto la gestione di José Mourinho, il portiere ha inizialmente vestito i panni della riserva, apprendendo e pazientando nell’ombra del più esperto Rui Patrício. È stato il cambio in panchina, con l’arrivo di Daniele De Rossi, a segnare la vera svolta.

L’esonero lampo di De Rossi a Roma non è una novità

L’ex Capitano, riconoscendo il talento e la determinazione del ragazzo, ha riposto in lui la fiducia necessaria, promuovendolo a titolare e cambiandogli la carriera.

La sua definitiva esplosione si è concretizzata nella stagione 2024/2025, sotto la sapiente guida di un altro illustre ritorno: quello di Claudio Ranieri. Con il tecnico romano, noto per la sua capacità di rendere le squadre solide e ciniche, Svilar ha raggiunto l’apice della sua forma.

La Roma di Ranieri si è distinta per una solidità difensiva granitica, trasformando l’1-0 nella sua “fabbrica” di punti, dove le parate di Svilar sono state spesso decisive per blindare risultati in bilico fino all’ultimo.

In questo inizio di stagione, anche se con Gasperini è cambiata la guida in panchina, al momento non è cambiato il risultato: la Roma, con due gol subiti, è la miglior difesa della Serie A.

Eppure, per capire fino in fondo il legame che unisce Mile al prato erboso dell’Olimpico, bisogna riavvolgere il nastro del tempo.

C’è da tornare indietro di mezzo secolo, al 25 settembre 1976. Lo stadio è lo stesso, ma i colori sono diversi. In campo non c’è la maglia giallorossa, ma quella blu degli Azzurri contro la bianca della Jugoslavia. Quel giorno esordì Ratko Svilar, padre di Mile, con la nazionale maggiore. Un ragazzo di 26 anni, stesso ruolo, stesso sguardo e la stessa chioma del figlio, un po’ più “dark”.

La Jugoslavia perderà 3-0 e a segnare saranno Roberto Bettega, che lo punì con una doppietta grazie a due assist di Antognoni, e “Ciccio” Graziani. Per Ratko fu un battesimo amaro, ma di fronte aveva l’Italia di Bearzot piena di campioni, tra cui, nell’altra porta, una leggenda come Dino Zoff.

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In quel 1976, Ratko Svilar era un calciatore già affermato in Jugoslavia, dove stava giocando nel Vojvodina. Classe 1950, nativo di Crvenka, nel nord dell’allora Jugoslavia, quasi al confine con l’Ungheria,  una cittadina che, con la fine della Seconda Guerra Mondiale, vide espellere gli abitanti tedeschi, allora maggioranza, e fu ripopolata da persone provenienti dalla Bosnia ed Erzegovina e dal Montenegro.

Ratko crebbe nelle giovanili del club locale ed esordì in prima squadra nel 1970. Nel 1973, Svilar ottenne il trasferimento al FK Vojvodina, dove si impose immediatamente come titolare e, nell’aprile del 1977, contribuì alla vittoria della Coppa Mitropa, davanti agli ungheresi del Vasas, alla Fiorentina e allo Sparta Praga.

L’esordio all’Olimpico fu la prima delle nove presenze che Ratko collezionò tra i pali della nazionale jugoslava, difendendone la porta dal 1976 al 1983. Nonostante il numero limitato di partite giocate, la sua presenza nel gruppo fu costante. Svilar fu convocato per l’Europeo del 1976, dove la Jugoslavia faceva da anfitriona, in un torneo ricordato per la finale vinta dalla Cecoslovacchia con il rigore battuto da Panenka contro la Germania Federale.

Partecipò anche al Mondiale del 1982 in Spagna, dove la Jugoslavia venne eliminata da Irlanda del Nord, prima del girone, e Spagna, a pari punti e con la stessa differenza reti, ma davanti per aver segnato un gol in più.

Nel 1978, dopo un breve prestito negli Stati Uniti con i Rochester Lancers, chiamato dall’allenatore Dragan Popović, tornò un’altra volta in patria, per altri due anni.

Nel 1980 approdò in Belgio, ad Anversa (Royal Antwerp FC), questa volta chiamato da un altro suo connazionale, Dimitri Davidović, divenuto allenatore della squadra.

Quel trasferimento segnò la svolta definitiva della sua carriera, trasformandolo in una leggenda del club belga, dove rimase per 16 stagioni, diventando con 298 partite il calciatore straniero con più presenze nella storia del club. Ratko Svilar, ad eccezione del periodo iniziale, dovette sempre far fronte all’arrivo di altri portieri e fu costretto a lottare per il posto da titolare. Ma il suo momento d’oro arrivò nella stagione 1991/92. Tutto ebbe inizio il 15 febbraio 1992, in occasione del derby della città contro il Germinal Ekeren: l’Anversa subì una disastrosa sconfitta per 2-8.

Dopo l’umiliazione, l’allenatore Walter Meeuws decise che il portiere titolare Wim De Coninck sarebbe finito in panchina in favore di Svilar. Il portiere jugoslavo, quarantaduenne, ripagò la fiducia guidando la squadra fino alla finale di Coppa del Belgio contro il KV Mechelen.

La finale si concluse sul 2-2 dopo i tempi supplementari. Dagli undici metri, Svilar divenne l’eroe parando due rigori e, con incredibile freddezza non tipica per un portiere, segnò il rigore decisivo per la vittoria dell’Anversa. Svilar rimase fedele al club, appendendo le scarpe al chiodo a 46 anni dopo la stagione 1995/96, anche se poi continuò fino al 2009 in società.

Con l’Olimpico come palcoscenico del punto di unione delle carriere calcistiche di un padre e di un figlio, Ratko ha lasciato a Mile, oltre al ruolo, un’eredità di tenacia sportiva. Quella voglia di non arrendersi che è servita al giovane portiere per aspettare il suo momento con la maglia della Roma e che ora gli consente di godersi l’affetto dei cuori giallorossi conquistati.

 

Testo di Philip Supertramp, redattore per F&L e autore della pagina IG @ilsignoredellaliga

Immagine di copertina tratta da Pinterest.