Le contraddizioni del Napoli di Conte

Le contraddizioni del Napoli di Conte

Novembre 11, 2025 0 Di Luigi Ottobre

«La libertà di parola non protegge chi grida falsamente “fuoco” in un teatro causando il panico».

Washington, 1919. È Oliver Wendell Holmes, giudice della Corte Suprema, a pronunciare questa frase poi divenuta nel tempo celebre. Tradotto: non si può dire sempre quello che ci passa per la testa in nome della libertà di parola, soprattutto se capace di mettere in pericolo la sicurezza pubblica.

Facciamo un passo indietro. Il contesto è quello del caso Schenck contro gli Stati Uniti, pietra miliare nella storia del diritto costituzionale americano, proprio a proposito della libertà di espressione.

Durante la Prima Guerra Mondiale, il Congresso statunitense approvò l’Espionage Act, che aveva come obiettivo quello di proteggere lo sforzo bellico, rendendo illegali atti come ostacolare la leva militare o incitare alla dislealtà all’esercito. Charles Schenck, segretario del Partito Socialista, distribuì volantini agli uomini arruolati, invitandoli a resistere pacificamente alla leva, sostenendo che si trattasse di una sorta di servitù involontaria, vietata dal Tredicesimo Emendamento.

Il caso si concluse con la condanna di Schenck, cosa che non violava il Primo Emendamento (che protegge la libertà di religione, parola, stampa, riunione pacifica e di petizione al governo per correggere i torti) proprio in virtù del fatto che la libertà di parola non è assoluta se crea un pericolo chiaro e attuale.

L’importanza del caso Schenck è di aver dato il là a una serie di decisioni che hanno poi definito i limiti della libertà di espressione negli USA, arrivando con un altro caso, quello di Brandenburg contro lo Stato dell’Ohio nel 1969, quando la Corte Suprema stabilì che la libertà di parola può essere limitata solo se incita un’azione illegale imminente.

In sintesi, parafrasando, anche se le libertà di parola, di opinione, di espressione sono diritti fondamentali inalienabili, hanno i propri limiti.

Se volessimo trasportare questa conclusione nel mondo della comunicazione sportiva, più precisamente in quella calcistica, potremmo dire che si è liberi di affermare che il Napoli rivincerà lo scudetto; che il motivo per cui McTominay non è il giocatore dello scorso anno è la presenza di De Bruyne (cosa molto dubbia); che gli azzurri possono far bene in Champions.

Ma si supera un certo limite nel dire che il Napoli vincerà il tricolore in ciabatte; che l’assenza del belga risolve un problema ad Antonio Conte; che gli azzurri possono arrivare fino in fondo, se non addirittura vincere la più importante competizione europea.

Si è liberi di dire tutto, ma c’è un limite, spesso chiamato coerenza, che viene superato ogni qual volta la propria opinione non si basa su un giudizio generale che va appurato nel tempo, ma varia di partita in partita, di risultato in risultato.

Non è una cosa propria solo dell’ambiente calcistico, ma sportivo in generale; non è solo una cosa dell’ambiente partenopeo, basti pensare a cosa si dicesse di Chivu all’inizio dell’esperienza con l’Inter, mentre oggi è sulla strada della santificazione. Basta ascoltare coloro già sicuri dell’addio dell’allenatore leccese a fine anno – gli stessi che lo davano però già alla Juventus in estate.

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Spesso, in un mondo dominato dal concetto che l’unica verità esistente sia la propria, sono gli altri ad imporre il limite del pensiero. O la pensi come dico io o non sei all’altezza di comprendere, dicono.

Nell’immenso e frastagliato mondo napoletano, provare ad avanzare l’ipotesi che dall’inizio della stagione qualcosa non andasse nel verso giusto – nonostante le vittorie – consentiva ai più il diritto di etichettare negativamente il pensiero alternativo. Non si criticano i campioni d’Italia, non si critica chi ti fa vincere uno scudetto. Chi si lamenta è un ingrato, un tifosotto, un male di Napoli. La critica costruttiva, propria del mestiere del giornalista, è cosa impropria e ingiusta.

Fa più bella figura la partigianeria, che sia pro o contro. Lo stesso Antonio Conte non ha preso bene i dubbi espressi, salvo poi farci sapere che qualcosa non funziona. Il che spiega sconfitte, prestazioni, mancanza di gioco, incapacità realizzativa. Il perché dall’inizio della stagione la forza su carta del Napoli non si è mai tradotta in forza reale e costante sul campo. Anche le vittorie raccolte lasciavano strascichi di perplessità, facendo presagire orizzonti poco luminosi.

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La conseguenza è generare contraddizione. Non ci si può lamentare delle critiche se poi si rivelano fondate; non si può passare dal “sono orgoglioso perché quando vedi determinate cose io vado a casa e dormo sereno perché so che a fianco ho dei guerrieri che hanno voglia di continuare a lottare e a crescere” – affermazioni post Como – al “non posso non essere preoccupato, quest’anno stiamo facendo molta fatica perché non siamo squadra”, una settimana dopo.

Qual è la verità? Qual è il vero problema e quali sono le reali intenzioni? C’è chi ci ha visto schiettezza nelle parole di Conte, laddove sembra invece esserci caos. E la confusione altro non fa se non alimentare voci e pettegolezzi, dalle dimissioni alla squadra che gioca contro il suo allenatore. Con tanto di retroscena che, guarda caso, pur fatti passare come già noti da tempo, escono solo dopo le parole del tecnico azzurro.

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Antonio Conte ha chiesto di avere pazienza nel passaggio da un gioco accorto a uno dominante. Ha chiesto tempo per amalgamare gli eroi dello scudetto con i 9 acquisti estivi. Ma tempo e pazienza mal si accordano con lo sfogo post Bologna. Quello che si può fare è aver fiducia. Fiducia in un allenatore che non sarebbe un vincente se non fosse in grado di trovare le giuste soluzioni. Fiducia in una società che riesce sempre a ripartire.

Senza, il pessimismo che la rottura diventi insanabile dilagherebbe aprendo scenari solo negativi. Purché si mettano mani a caos e contraddizioni, andando alla radice dei problemi e trovare la giusta soluzione, qualunque essa sia. Per giungere ad un’unica conclusione: remare tutti dalla stessa parte per il bene del Napoli. Per evitare il remake di un film già visto. Il tour de force di 9 partite in 36 giorni (10 con l’eventuale finale di Supercoppa) che partirà tra due settimane svelerà l’esito delle cose, facendo capire il destino della stagione partenopea.

 

Luigi Ottobre è laureato in Turismo per i Beni Culturali. Giornalista pubblicista dal 2019, ha scritto per il portale ‘Il Mio Napoli’ e scrive attualmente per GiornaleNews di Maddaloni, per il quale segue il Napoli anche dal Maradona. Appassionato di tennis, pallavolo e Moto GP, fa parte della famiglia di F&L dal 2024.

Immagine di copertina tratta di Wikipedia (Stadio Dall’Ara di Bologna).