Lo scippo mancato: storia della Super League prima della Super League
Novembre 14, 2025L’idea di una competizione calcistica d’élite, chiusa, riservata ai club (sedicenti) più prestigiosi e potenzialmente indipendente dalle federazioni calcistiche, non è affatto recente. Sebbene la sua concreta esplosione mediatica sia arrivata nell’aprile del 2021, quando dodici delle società più influenti d’Europa annunciarono l’avvio di una nuova Super League privata, la genesi di questa ambizione risale a molti decenni prima.
Ripercorrere questa storia significa leggere in filigrana le trasformazioni del calcio europeo: dall’ingresso massiccio degli sponsor televisivi, alla globalizzazione del mercato, fino alla logica iper-finanziaria che caratterizza lo sport contemporaneo e il calcio moderno.
La Copa de Oro
Il 1980 rappresenta un punto di partenza significativo per questa nostra storia, non tanto per un progetto di Super League quanto per la comprensione del calcio come palcoscenico globale capace di veicolare messaggi politici e propagandistici. In quell’anno, la dittatura militare uruguaiana organizzò un torneo battezzato pomposamente come “la Copa de Oro de Campeones Mundiales” anche se venne chiamato il Mundialito, il “piccolo Mondiale”, che si giocava a metà strada tra Argentina 1978 e Spagna 1982. Le autorità uruguayane lo avevano voluto per celebrare i 50 anni trascorsi dalla prima storica edizione della Coppa del Mondo, tenutasi proprio nel paese rioplatense nel 1930.
Ma, anche se pochi ne parlavano, era il torneo che doveva celebrare la dittatura fascista al potere ormai da sette anni. Uruguay, Italia, Germania Ovest, Brasile, Inghilterra e Argentina, ovvero le squadre che fino ad allora avevano vinto almeno una volta il titolo mondiale erano le contendenti annunciate. Il torneo era stato autorizzato e sostenuto dalla FIFA di Joao Havelange che tradizionalmente ha sempre avuto buoni rapporti con le dittature fasciste. L’Olanda prese poi il posto dell’Inghilterra che declinò l’invito adducendo ragioni organizzative e la coincidenza con il tradizionale boxing day del campionato inglese.
Per la cronaca, l’Uruguay vinse la Copa battendo il Brasile in finale, con una rete decisiva Victorino, che avremmo visto successivamente al Cagliari.
Le cose, però, non andarono esattamente come desiderato dal regime militare e, durante l’ultima partita, una parte del pubblico del Centenario di Montevideo intonò il coro “Se va a acabar, se va a acabar, la dictadura militar” (“sta per finire, sta per finire, la dittatura militare”). Dopo il trionfo, gli uruguayani scesero nelle strade non solo per celebrare la vittoria in quel torneo di secondo piano, ma per dimostrare la loro opposizione al governo.
Il Mundialito per Club del 1981
Nel 1981 entrò in scena uno dei principali artefici del passaggio ad un calcio commerciale, sua emittenza Silvio Berlusconi, che tramite la Fininvest, organizzò in occasione dei festeggiamenti per gli 80 anni del Milan un torneo celebrativo che rimase nella memoria collettiva: il Mundialito per Club. Le squadre partecipanti erano quelle che avevano vinto almeno una volta la Coppa Intercontinentale, ovvero Santos, Peñarol e Feyenoord insieme a Milan e Inter. Quest’ultima vinse il torneo – un girone all’italiana – con 4 goal di Altobelli e grandi prestazioni di Evaristo Beccalossi.
Benché privo di carattere ufficiale, l’evento rappresentò una sorta di prototipo di torneo selettivo, pensato più come spettacolo globale che come tradizionale competizione sportiva. L’idea di fondo – mettere insieme le squadre più famose e farle competere in un contesto esclusivo – anticipava in qualche modo la direzione che il calcio avrebbe intrapreso negli anni successivi.
Il Mundialito non aveva le pretese rivoluzionarie che sarebbero arrivate molti anni dopo, ma evidenziò un punto cruciale: esisteva ormai un interesse crescente, nel trasformare il calcio in un prodotto premium, capace di catalizzare audience televisive mondiali e sponsor internazionali. La forza del brand, più che i risultati sportivi del momento, diventava un parametro determinante.
La Champions League moderna e il nuovo equilibrio di potere
La trasformazione decisiva arrivò nei primi anni ’90, quando la vecchia Coppa dei Campioni venne ridisegnata in quello che oggi conosciamo come Champions League. L’UEFA introdusse fasi a gironi, diritti televisivi centralizzati, un format più lungo e appetibile per i broadcaster. Le squadre più ricche, abituate a garantirsi grandi audience, beneficiavano di un circolo vizioso positivo: più apparivano in Champions, più denaro incassavano; più denaro incassavano, più facilmente si qualificavano nuovamente.
Ma in questo nuovo equilibrio si nascondeva un altro lato della medaglia. I club più potenti iniziarono a percepire che, pur essendo la Champions League già un torneo d’élite, essi non avevano il pieno controllo su regole, calendari, ricavi e organizzazione. L’UEFA e le federazioni mantenevano la supervisione, fissavano i criteri di qualificazione sportiva e gestivano la distribuzione economica. I club, che nel frattempo si erano trasformati in veri e propri conglomerati finanziari, cominciarono a rivendicare maggiore autonomia.
Già negli anni ’90 quindi si parlò apertamente della possibilità di creare una “Super League” europea alternativa, talvolta paventata più come strumento di pressione nei confronti dell’UEFA che come reale progetto in via di concretizzazione. Le grandi società volevano una maggior protezione del proprio valore commerciale e prevedibilità dei ricavi; la qualificazione tramite risultati sportivi, infatti, era ritenuta un rischio economico troppo elevato.
Dal 2000 in poi: proposte, minacce e pressioni
Nel 1998 l’azienda di media “Media Partners” presentò un piano per un torneo chiuso, attirando l’interesse di vari club italiani e spagnoli. L’UEFA reagì e ristrutturò ulteriormente la Champions League, ampliando il numero di partite e aumentando i ricavi destinati ai club più influenti. Questo fu probabilmente il primo vero momento in cui la “minaccia Super League” venne usata come leva negoziale. Le grandi società – tramite il G-14 e poi l’ECA – ottennero ciò che volevano: più soldi, più visibilità, più peso politico nella governance del calcio. Col passare degli anni la globalizzazione del calcio e l’ingresso progressivo di investitori miliardari – russi, americani, arabi – alterarono ancora di più il panorama competitivo.
Da Santiago Bernabeu a Florentino Perez: perché nasce la Superlega
All’élite finanziaria del calcio il sistema del Modello Sportivo Europeo basato su promozioni e retrocessioni e legato ai risultati nei campionati nazionali sembrava rigido e troppo imprevedibile, e pertanto poco compatibile con una visione imprenditoriale di lungo periodo. Nel decennio 2010–2020 l’idea di una Super League riemerse con maggiore concretezza.
Il divario economico tra top club e squadre di medio livello aumentò drasticamente. Le competizioni nazionali non erano più in grado di garantire entrate proporzionate alle ambizioni dei colossi europei, mentre la Champions League, pur redditizia, continuava a essere vincolata ai risultati sportivi. Alcuni club iniziarono a considerare una rottura totale: una lega chiusa, sul modello delle Major Leagues americane, con ricavi distribuiti stabilmente e senza rischio di esclusione.
Il calcio europeo, tuttavia, è storicamente fondato sul principio del merito sportivo. La creazione di una lega chiusa metteva dunque in discussione un intero sistema culturale, oltre che sportivo. Nel frattempo, l’UEFA introdusse il “Fair Play Finanziario”, che pur con l’intento di stabilizzare i bilanci e rendere il calcio più sostenibile, venne percepito da alcuni grandi club come un limite alla loro potenza. Fu in questo contesto di tensioni economiche, competizioni globali sempre più competitive e aspirazioni finanziarie senza precedenti che emerse il progetto del 2021.
Aprile 2021: la Super League vien di notte…e crolla in 48 ore
Nella notte del 18 aprile 2021 dodici club europei – sei inglesi (Arsenal, Chelsea, Liverpool, Manchester City, Manchester United, Tottenham), tre italiani (Juventus, Inter, Milan) e tre spagnoli (Real Madrid, Barcellona, Atlético Madrid) – annunciarono ufficialmente la creazione della “European Super League”. La competizione prevedeva 15 membri permanenti e 5 club invitati annualmente, con un format simile ai campionati chiusi americani. Era previsto un finanziamento iniziale colossale da parte della banca d’affari JP Morgan.
La reazione fu immediata e devastante. Tifosi, commentatori, politici e molti giocatori si schierarono apertamente contro il progetto, denunciandolo come un attacco ai valori fondamentali del calcio europeo. “We want our cold nights in Stoke”, lo striscione esposto dai tifosi del Chelsea divenne un vero e proprio manifesto politico.
Le federazioni nazionali e l’UEFA minacciarono sanzioni severe, mentre in Inghilterra il governo prese posizione contro l’iniziativa. Nel giro di 48 ore quasi tutti i club inglesi si ritirarono, seguiti da Inter e Atlético. Il progetto collassò pubblicamente, lasciando col cerino in mano soltanto Real Madrid, Barcellona e Juventus, che continuarono a sostenerlo a livello legale e politico.
Ma la storia del progetto sciaguratamente presentato il 18 Aprile 2021, delle proteste, del suo fallimento, delle battaglie legali e soprattutto dei possibili scenari futuri, merita un discorso a parte.
Matteo Zacchetti è nato a Genova. Dopo gli studi universitari ha vissuto nella provincia italiana – Bergamo, Siena, Cuneo – prima di trasferirsi a Londra, Los Angeles e poi Bruxelles dove vive con due figlie europee e lavora alla Commissione Europea occupandosi di politica dello sport. Ama il calcio, il mare, leggere e scrivere, mangiare e bere. Manciniano, ateo, guevariano e petriniano (ma anche pertiniano). Di Genova gli mancano soprattutto il mare, la focaccia e la Sampdoria, in ordine sparso.
Immagine di copertina tratta da Wikipedia.


