La Norvegia di Solbakken e una nuova generazione dorata
Novembre 21, 2025A Marsiglia, allo stadio Vélodrome, il 27 giugno 1998 si stavano giocando gli ottavi di finale di France ’98. Da una parte l’Italia di Cesare Maldini, arrivata prima nel girone e trascinata dai gol di Vieri e Baggio, mentre dall’altra parte la Norvegia di Egil Olsen.
Gli scandinavi, a differenza degli azzurri, avevano passato il turno davanti a Scozia e Marocco grazie a una vittoria memorabile nel finale contro il Brasile.
La Seleção era andata in vantaggio al minuto 78 con un gol di Bebeto, ma si fece recuperare in due minuti grazie a un gol dell’attaccante del Chelsea Tore André Flo e a un rigore trasformato da Kjetil Rekdal.
Quella nazionale rappresentava il pragmatismo scandinavo: difesa granitica e applicazione rigorosa delle “Tofte”, le linee guida tattiche quasi scientifiche elaborate da “Drillo” Olsen. Quella sera però bastò un lancio lungo di Di Biagio per Christian Vieri, in stato di grazia, per mettere a segno l’unico gol della partita e interrompere il cammino dell’ultimo Mondiale a cui i norvegesi hanno assistito fino ad oggi.
In quella squadra giocava anche Ståle Solbakken, lo stesso che, 28 anni dopo, nel match contro l’Italia poté ironizzare: “Non andavamo ai Mondiali dall’età della pietra.”
Come in un gioco del destino, sono state proprio le due vittorie contro gli azzurri nel girone di qualificazione a spianare la strada verso USA-Canada-Messico 2026 a Haaland e compagni.
Per quanto Erling Haaland sia il volto più riconoscibile, ridurre tutto a lui sarebbe ingeneroso: questa Norvegia non è più una squadra operaia che ottiene risultati solo grazie al fisico, ma un collettivo di talento, tecnica e coraggio, frutto di una profonda e necessaria rivoluzione calcistica.
Il famoso “Drillo-fotball” dell’allora CT Egil Olsen, basato su statistiche, lanci lunghi e un’organizzazione difensiva meticolosa, diede risultati straordinari – due Mondiali e un Europeo – ma col tempo si rivelò inadatto al calcio moderno. Quando Olsen lasciò la nazionale, la Norvegia si ritrovò senza una vera identità, ancora legata a un gioco fisico in un’epoca che richiedeva tecnica, velocità e interpreti più completi.
La Federazione Norvegese comprese che c’era bisogno di una rivoluzione che partisse dalla base, lontano dai riflettori, tra i fiordi norvegesi, nella costruzione di nuove strutture al coperto per poter reggere al lungo inverno scandinavo.
Così, considerate le condizioni climatiche e i lunghi inverni, investì in campi indoor e superfici sintetiche, permettendo ai ragazzi di allenarsi tutto l’anno con continuità.
Tutto questo venne accompagnato dal “Norwegian Sports Model”, una filosofia che promuove una crescita sportiva graduale, in cui il divertimento e l’acquisizione di abilità motorie di base vengono prima della ricerca dei risultati.
I giovani sono incoraggiati a praticare più attività diverse per sviluppare coordinazione, forza, equilibrio e motivazione senza pressioni premature, tanto da non concentrarsi su un solo sport prima dei 15–16 anni, così da permettere ai ragazzi di maturare fisicamente e mentalmente.
Solo più tardi, quando sono pronti, possono scegliere di focalizzarsi su una disciplina specifica e sviluppare al meglio il proprio potenziale.
Da questa trasformazione è nata la cosiddetta “Generazione d’Oro”, guidata da Haaland e Ødegaard, leader non solo della propria nazionale ma anche di club prestigiosi come Manchester City e Arsenal. Questa squadra ha creato campioni con una mentalità differente rispetto alla generazione precedente: campioni affermati nei maggiori campionati europei, che non “sperano” più di qualificarsi, ma si aspettano di farlo.
Il salto di qualità però non sarebbe stato possibile senza Ståle Solbakken, che ha saputo trasformare i “Leoni”, dopo tante delusioni internazionali, attraverso un calcio non più rigido e difensivo come quello dell’era Drillo, ma con un gioco più fluido, aggressivo e capace di valorizzare individualità di livello mondiale all’interno di una struttura solida e coerente.
Ståle, rispetto a quell’estate del 1998, non ha più capelli – a dirla tutta, guardando le figurine di France ’98, si capisce che non ci sarebbe voluto un veggente per capirlo – ma soprattutto nel suo cuore ha un pacemaker, che gli ha cambiato la vita. Nato il 27 febbraio 1968, fu un centrocampista centrale noto per leadership, tiro potente e capacità di dettare i ritmi del gioco.
Dopo gli inizi in Norvegia con Hamarkameratene e Lillestrøm, proseguì la carriera al Wimbledon. Norvegese di nascita ma danese d’adozione, visto che in Danimarca ha raggiunto i maggiori successi: prima all’Aalborg BK e successivamente all’FC Copenaghen, dove raggiunse i risultati più importanti.
Nel 2001, tre anni dopo il Mondiale, la sua carriera si interruppe bruscamente a causa di un arresto cardiaco durante un allenamento e gli venne impiantato un pacemaker, così da essere costretto a ritirarsi dal rettangolo di gioco, ma non dal calcio.
Ståle iniziò la sua nuova carriera da allenatore. Prima gli inizi all’Hamarkameratene, poi il ritorno in Danimarca, dove anche questa volta avvenne il salto di qualità con l’FC Copenaghen. Tra il 2006 e il 2011 trasformò il club in una potenza del calcio danese, vincendo numerosi titoli e approdando alla fase a gironi della Champions League, impresa non comune per un club scandinavo.
Successivamente, le esperienze al Colonia e al Wolverhampton furono più brevi e difficili. Così tornò per la terza volta nella capitale danese dal 2013 al 2020, consolidando il suo status di tecnico più vincente della storia del club.
Nel dicembre 2020, arrivò la grande chiamata come CT della Norvegia al posto di Lars Lagerbäck. Dopo non essere riuscito a qualificarsi per il Mondiale del Qatar 2022 e per l’Europeo di Germania 2024, Solbakken, con una generazione di talento come Haaland, Ødegaard, Nusa e molti altri, ha riportato 28 anni dopo la propria nazionale ai Mondiali.
Nel 1998 la Norvegia stupì il mondo battendo il Brasile. Nel 2026, con Haaland nel pieno della carriera e Ødegaard a dirigere il gioco, non sarà più un’outsider romantica, ma una squadra credibile e rispettata. Mentre a Oslo i festeggiamenti riempiono strade e fiordi, il resto del pianeta prende nota: dopo 28 anni i Vichinghi sono tornati.
E chissà se invece Ståle starà ripensando a quella partita contro l’Italia, o al giorno in cui gli dissero che non avrebbe più giocato a calcio, o forse più egoisticamente se sia lui il ponte tra l’età della pietra all’età dell’oro norvegese.
Testo di Philip Supertramp, valenciano d’adozione e padre di quattro piccole “Furie Rosse”. Tifoso della Roma, cacciatore di storie dal mondo del calcio, è co-direttore di F&L e autore della pagina IG @ilsignoredellaliga.
Immagine di copertina tratta da Wikipedia.


