La ricetta per riportare la Nazionale italiana in alto

La ricetta per riportare la Nazionale italiana in alto

Novembre 22, 2025 0 Di Luca Sisto

In Italia, a quanto pare, abbiamo un problema molto serio.

C’è un’intera generazione che non ha mai visto la Nazionale ai Mondiali.

Ma il punto è forse un altro: non frega niente a nessuno, o quasi, fino a che l’Italia non perde.

Ora, chi vi scrive ha sempre anteposto la “fede” per la propria squadra del cuore, rappresentativa non solo della città ma persino del quartiere di nascita – Fuorigrotta – a qualunque selezione nazionale nonché a qualsiasi passione sportiva.

Inoltre, pur tifando (negli ultimi giorni, sfortunatamente) Camerun da oltre trent’anni, data la mia totale quanto anacronistica affezione per il calcio delle nazionali, non resisto alla tentazione di guardare quante più partite possibile durante le pause dai campionati europei, i quali, al netto del Napoli e delle sue alterne fortune, hanno su di me una scarsa presa.

Tutta questa premessa per dire che non ho nessuna intenzione di costringere i tifosi di calcio a pensarla come un dinosauro: ovvero, a ritenere le stramaledette pause nazionali, durante le quali spesso i calciatori tornano più scassati di come sono partiti, qualcosa di tremendamente affascinante, nonché un break dalla tensione delle gare del proprio club.

Altresì, mi trovo a constatare come i calciatori della nostra nazionale siano figli di questa generazione: in altre parole, di un calcio che è prevalentemente business – con tifosi scarsamente se non per nulla radicati sul territorio – e che vede nella convocazione nazionale un punto d’arrivo e non una tappa fondamentale della propria carriera.

Essere nel giro dei convocati è uno status che ti permette di massimizzare il prossimo contratto, non un privilegio in sé, da meritarsi nel tempo. Ma raramente incontriamo quel fuoco che serve per conquistarsi il posto in squadra e vincere le partite.

Inoltre, l’Italia in particolare è una nazionale che da sempre, notoriamente, dà il meglio nella fase finale dei grandi tornei internazionali: per cultura calcistica, è “difficile da battere”, il che fa tutta la differenza del mondo nella fase ad eliminazione diretta. Gli Europei del 2021 li abbiamo vinti essenzialmente pareggiando gli incontri decisivi, vincendone uno ai supplementari e due (semifinale e finale) ai rigori.

E non è che il Mondiale 2006 sia stato vinto tanto diversamente. E, al contrario, di rigore avevamo perso ben tre volte di fila in edizioni nelle quali eravamo partiti fra le favorite. Del resto, le 4 stelle sul petto ce le ha l’Italia, non la Norvegia. Ma la nostalgia è una brutta bestia.

L’Italia e la classe del 2006

Meno bene, certo, è andata nel 2024, quando la Svizzera ha fatto a fettine la nazionale di Spalletti già agli ottavi. Ed è dai giorni nostri che bisogna partire.

Il CT Gattuso ha sostenuto, prima della sfida alla Norvegia, che alcune confederazioni calcistiche, nello specifico la CAF, abbiano la possibilità di portare troppe nazionali alla fase finale della principale rassegna iridata.

In che senso? Ha detto che “l’Africa” ha troppi posti a disposizione. L’Africa.

Il discorso sa un po’ di nostalgia da ancien regime. Del resto se i posti per l’Europa, fino al 1994, erano 13 su 24, perché, si chiede qualcuno, oggi che sono raddoppiate le nazionali qualificate, le nazionali europee sono passate “solo” da 13 a 16?

Politica, certo. Infantino ha fatto della politica “una testa un voto” in seno alla FIFA il suo cavallo di battaglia. Allargare il calcio a realtà meno battute dalla tradizione è la sua via per mantenere il potere. Ma non è solo colpa sua o di chi l’ha preceduto: la politica è dovunque e fa il suo sporco gioco, e il calcio non fa eccezione, non solo alla FIFA, alla UEFA e alle altre confederazioni.

Intanto, il vecchio eurocentrico e stantio adagio dei Mondiali come “un Europeo più Argentina e Brasile”  non ha più senso di esistere. L’Italia ha mancato i Mondiali del 2018 e del 2022 uscendo ai playoff contro Svezia e Macedonia del Nord, due selezioni ampiamente alla portata, così come sarà l’Irlanda del Nord che affronteremo ai playoff di marzo. Vincendo, ci attende una trasferta in terra gallese o bosniaca.

Nel frattempo, il Marocco è arrivato a un passo dalla finale mondiale nel 2022, mentre la crescita del Giappone ha riportato l’Asia prepotentemente alla ribalta per la prima volta dal tanto vituperato torneo del 2002, condiviso con una ben più fortunata Corea del Sud.

Inoltre, in un torneo co-ospitato come quello del 2026, era pressoché ovvia l’assegnazione di un numero maggiore di posti alla CONCACAF. La qualificazione di Curaçao, nazione costitutiva del Regno dei Paesi Bassi, ha scatenato la retorica dei media, sottolineando che è la rappresentativa del Paese (neppure indipendente) meno popoloso (circa 185.000 abitanti, che a causa delle emigrazioni sono destinati anche a diminuire progressivamente) mai qualificatosi ai Mondiali.

È vero in parte. Dei calciatori convocati dall’ultima Gold Cup di questa estate in avanti, solo uno è nato a Curaçao, nella capitale Willemstad. Tutti gli altri, dai fratelli Bacuna a Gorré, Locadia e compagni, sono nati e cresciuti fisicamente e calcisticamente in Olanda, pur essendo i loro genitori e / o nonni originari di Curaçao.

La rappresentativa caraibica non è l’unica matricola dei prossimi mondiali. Solo nella AFC, si sono qualificate per la prima volta Giordania e Uzbekistan. A proposito di meritocrazia – Gattuso ci ha scherzato su ma non troppo – ad allenare gli uzbeki in Nordamerica ci sarà il nostro Fabio Cannavaro, pur non avendo “qualificato” personalmente la nazionale.

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E l’Africa? Sarà la prima volta della piccola Capo Verde, un insieme di isole (e di ragazzi cresciuti fra Olanda e Portogallo) che ha costretto ai playoff (persi contro il Congo RD) il Camerun nonostante le 8 (record del continente) partecipazioni ai Mondiali dei Leoni Indomabili. Insomma, ai giorni nostri la storia conta fino ad un certo punto.

A proposito di tradizione, la Nigeria di Osimhen guarderà da casa il secondo mondiale di fila, eppure i calciatori di ‘origine” nigeriana sono un po’ ovunque, per esempio, fra Inghilterra (Eberechi Eze, Bukayo Saka), Italia (Udogie), Olanda (Emegha) e persino Francia (Micheal Olise), si contano potenziali campioni che avrebbero potuto riempire le fila delle Aquile, ma che con la Nigeria intesa come Paese e come nazionale non hanno mai avuto a che fare, e che forse avrebbero preso in considerazione solo in caso di convocazione impossibile da parte del proprio Paese di nascita.

È il frutto di un calcio iper globalizzato di cui abbiamo parlato spesso e nel quale anche le nazionali, ormai, si comportano quasi come un normale club nella fase di recruiting. Del resto, Mancini aveva tracciato la strada, quando a causa della penuria di centravanti, si era inventato Retegui, un attaccante del Tigre scartato dalle grandi d’Argentina, titolare della nazionale italiana.

Non tutte le ciambelle riescono col buco, ma sta di fatto che Retegui una volta in Italia, prima con gli Azzurri, poi col Genoa e con l’Atalanta, è diventato un bomber di livello mondiale, salvo poi cedere alle sirene saudite, altra frontiera di questo calcio artificioso e artificiale, come le competizioni sempre più nuove ed esclusive che cercano di dominarlo.

Fra le ricette per riportare l’Italia in alto c’è quindi anzitutto quella di una pressione mediatica positiva, che faccia sì che la nazionale venga “sentita” come una maglia per la quale sputare sangue, anche se non paga “direttamente” lo stipendio, e non come un fastidio in mezzo alle fatiche del club d’appartenenza.

A pensarci bene, è lo stesso motivo per cui il calcio africano oggi è così bistratto, poiché aggiunge ogni due anni un torneo continentale nel bel mezzo della stagione.

Nessuno di loro invece è parso lamentarsi particolarmente di quella farsa politica del Mondiale per Club, con Trump e Infantino a lisciarsi il pelo in continuazione e i poveri calciatori della Juventus ripresi come pesci fuor d’acqua nel bel mezzo di un’udienza presidenziale. Del resto, a vedere il rendimento di Juve e Inter, sfinire da una stagione logorante, l’impressione fu quella di un impegno amichevole, solo profumatamente retribuito per i club.

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Insomma, il popolino oggi non si affligge più per la partite della nazionale, ma è sempre presente quando si tratta di gettare fango, ben imbeccato da giornali e TV. La Serie A, sempre più equilibrata rispetto ad inizio millennio e al monologo dei nove Scudetti di fila juventini, è considerata un torneo fra i meno interessanti dei Top 5.

Troppa tattica, poca intensità. Con qualche eccezione, a ben vedere, quando in campo ci sono Bologna, Como, Atalanta, o quando l’Inter e il Napoli decidono di innestare le marce alte, come nelle ultime stagioni, seppur a corrente alternata.

Eppure, i risultati delle selezioni giovanili non sono affatto scarsi. Persino a livello under-17 abbiamo appena raggiunto la semifinale mondiale, superando selezioni in forte ascesa come Uzbekistan e Burkina Faso. Arrivare fra le migliori quattro insieme ad Austria, Portogallo e Brasile è un ottimo segnale per il movimento, anche se l’ultima selezione under 20, al contrario di quella che arrivò in finale nella precedente edizione, non ha per nulla impressionato.

Insomma, i giovani ci sono, ma l’Italia sta producendo poco in ruoli chiave. Abbiamo tanti centrali difensivi, soprattutto di piede mancino, ma con il calo di Di Lorenzo e degli esterni d’attacco (Orsolini a parte) sulle fasce produciamo poco. Siamo ancora alla ricerca del nuovo Vieri, e siamo capaci di far diventare virale un sorriso di Pio Esposito come fosse una tripletta di Håland.

La strada è ancora lunga. Ma non può prescindere dallo spazio riservato ad alti livelli in serie A ai nostri ragazzi. Se non giocano nei club, se non fanno la Champions, come potranno incidere in nazionale?

A proposito di fuga di cervelli, sempre più ragazzi scelgono di crescere nei vivai esteri. Succede lo stesso anche nel basket, che vive una fase analoga: delle giovanili di alto livello, ma una selezione senior dallo scarso rendimento.

È il momento questo dell’atletica leggera, del nuoto, della pallavolo, e del tennis.

I nuovi eroi sportivi italiani non prendono a calci un pallone.

E, in tutta sincerità, non è affatto una cattiva notizia per il Paese. E neppure per il movimento pallonaro stesso: abbiamo già toccato il fondo così tante volte, che il futuro non può che essere migliore.

Ripartire dalle basi, dalla tecnica (non per strada, ma nelle scuole calcio, per tutti), dalla voglia, dalla fame, potrebbe essere non più una soluzione, ma una necessità, al pari di leggi solide e contributi alle infrastrutture e agli stadi. D’altronde, Euro 2032 non è poi lontano. Riusciremo a farci trovare pronti?

 

Luca Sisto è cofondatore e direttore editoriale di Football&Life. Appassionato di sport, in particolare di calcio, basket e atletica. Tifoso del Napoli e della nazionale dei Leoni Indomabili del Camerun. Lavora nel turismo.

Immagine di copertina tratta da Wikipedia: festeggiamenti per la vittoria dei Mondiali 2006 al Circo Massimo.