Mitologia di Patrick O’Connell

Mitologia di Patrick O’Connell

Novembre 25, 2025 0 Di Juri Gobbini

Falls Road, a Belfast, è ben più di una strada. Siamo nel cuore repubblicano della capitale nordirlandese, e i muri degli edifici circostanti richiamano il sanguinario conflitto – conosciuto come The Troubles – che vide scontrarsi per tre decenni la parte cattolica, di stampo nazionalista irlandese e repubblicana, con quella protestante, legata politicamente al Regno Unito.

In mezzo ai tanti murales a sfondo sociopolitico, all’incrocio fra la Falls Road e Whiterock Road ce n’è uno ispirato invece al mondo del calcio. L’opera vede raffigurato un campo da calcio circondato da tre tribune, quelle di Celtic Park, Old Trafford e Camp Nou. In mezzo, nel disegno originale, c’era Leo Messi impegnato a calciare un pallone, mentre a sinistra troviamo un giocatore in maglia biancoverde. A destra la stessa persona, invecchiata di qualche anno, con abbigliamento formale, l’immancabile cappello e un giornale in mano.

Nel 2024 l’opera è stata modificata, e Messi è sparito per far spazio ad Aitana Bonmatí e Lamine Yamal. Il personaggio principale, a cui è dedicato il murale, è ovviamente rimasto: Patrick O’Connell.

Leggenda del calcio irlandese

Patrick O’Connell nacque a Dublino nel 1887 e come calciatore iniziò a farsi notare quando militava nel Belfast Celtic, squadra supportata da cattolici che disputava le proprie gare nello stadio Celtic Park, la cui tribuna compare nel murale dedicato al giocatore e allenatore irlandese.

Ben messo fisicamente, arcigno e dotato di personalità e leadership, O’Connell richiamò le attenzioni dello Sheffield Wednesday, e nel 1909 si trasferì in Inghilterra, dove successivamente giocò anche con Hull City e Manchester United.

Diventato presenza fissa in nazionale, nel 1914 O’Connell conquistò con l’Irlanda il British Home Championshipgrazie ai successi su Galles (2-1) e Inghilterra (3-0), e il pareggio con la Scozia (1-1). Fu la prima volta in cui l’Irlanda vinse il trofeo in solitario – nel 1903 lo aveva ottenuto ex aequo con Inghilterra e Scozia. La gara decisiva, il pareggio con gli scozzesi, passò alla storia per lo stoicismo degli irlandesi, che si ritrovarono a giocare in inferiorità numerica per l’infortunio del portiere Fred McKee, con lo stesso O’Connell che fu costretto a terminare la partita sofferente per una lesione all’avambraccio.

Il passaggio di O’Connell al Manchester United, oltre a proiettarlo nella storia dei Red Devils – fu il primo irlandese a indossare la fascia di capitano del club – venne però macchiato dall’epilogo della stagione 1914/15 e dalle accuse di match fixing in occasione della sfida casalinga con il Liverpool.

Al Manchester United serviva infatti un successo per evitare la retrocessione, mentre il Liverpool non si giocava nulla. Come previsto, i Red Devils portarono a casa la vittoria, ma la partita ebbe strascichi extra-sportivi. Le scommesse sospette sul risultato esatto (2-0), unite al comportamento ambiguo di certi giocatori, fecero immediatamente scattare le investigazioni.

La “combine” venne provata, alcuni calciatori furono squalificati – O’Connell non fu fra questi – ma i due club non ottennero punizioni. Secondo il verdetto della giustizia sportiva, infatti, gli elementi coinvolti avevano agito in maniera indipendente e per interesse economico personale.

Dopo quel campionato, con lo scoppio della Prima Guerra Mondiale le attività vennero paralizzate, ed O’Connell vide la propria carriera troncata nei migliori anni. Carriera che si concluse con il ruolo di giocatore-allenatore con l’Ashington, nel girone nord della Third Division inglese, prima di un biglietto di sola andata con destinazione Spagna.

Paese nuovo, vita nuova

La carriera e la vita di Patrick O’Connell subirono un cambio repentino nel 1922, quando l’irlandese si imbarcò in una nave ed approdò a Santander per prendere in mano il Racing.

In precedenza, la squadra era stata guidata dal mitico Fred Pentland, il quale probabilmente raccomandò O’Connell come suo successore. Era un’epoca, quella, in cui avere un mister inglese – o proveniente dal calcio britannico – risultava essere la norma in Spagna: oltre Pentland, negli anni Venti e Trenta circolarono per la penisola iberica anche i vari Jack Greenwell, James Bellamy, Harry Lowe, Robert Firth, Randolph Galloway e William Garbutt. In fin dei conti, gli inglesi avevano inventato il football: chi meglio di loro per tramandarlo anche in Spagna?

O’Connell rimase a Santander fino al 1929, e fu lui l’allenatore che guidò i cantabrici nella loro prima stagione di Liga, campionato culminato però con una retrocessione. Nei sette anni passati in Cantabria, oltre a farsi un nome nell’emergente calcio spagnolo, O’Connell fece in tempo a sposarsi di nuovo con una ragazza irlandese, nonostante la sua prima moglie – con cui risultava ancora legalmente unito – era rimasta sola a Manchester per prendersi cura dei quattro figli.

Malgrado O’Connell inviasse regolarmente denaro alla sua famiglia, seppur in forma anonima, questi non ebbero più notizie di lui. Solo molti anni dopo il figlio Daniel riuscì a rivedere il padre, intraprendendo un lungo e faticoso viaggio fino a Sevilla alla ricerca del genitore perduto. Tuttavia, l’uomo che si trovò di fronte era ormai un perfetto sconosciuto, ormai immerso in una nuova vita lontano dalla grigia Manchester.

Da Patrick O’Connell a Don Patricio

Dopo Santander, O’Connell passò ad allenare l’Oviedo in Segunda División. I risultati non furono dei migliori, ma nelle Asturie l’irlandese diede l’okay all’acquisto di un centravanti basco arrivato in prova. Quel giovane, che debuttò proprio sotto la guida di O’Connell, si sarebbe poi rivelato uno dei più grandi bomber della storia del calcio spagnolo: Isidro Lángara.

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Senza squadra per un anno intero, nell’estate 1932 O’Connell lasciò il nord di Spagna trasferendosi a Sevilla, dove prese in mano il Betis, neopromosso in Liga. Ribattezzato in Andalucia “Don Patricio”, O’Connell arrivò in un momento particolare nella storia del club, perché assieme al mister irlandese giunsero pure il portiere Joaquín Urquiaga, il difensore Pedro Areso e la mezzapunta Simon Lecue. Tre giocatori baschi, che verranno raggiunti un anno dopo da Serafin Aedo, Victorio Unamuno e Rufino Larrinoa, quest’ultimo vecchia conoscenza di O’Connell dai tempi di Santander.

La presenza basca, in quella squadra, fu decisiva: il talentuoso Lecue fu il primo giocatore del Betis ad andare in nazionale, Areso e Aedo erano una coppia di centrali arcigna e difficile da superare, Larrinoa apportava sostanza in mediana, mentre Unamuno era l’uomo-gol. A completare la rosa, un gruppo di giocatori locali e la colonia canaria capitanata da Timimi [Pedro González], una guizzante ala capace di scardinare qualsiasi difesa.

Una storica Liga

La stagione 1934/35 rimarrà per sempre nella storia del Betis, visto che i biancoverdi ottennero la loro prima ed unica Liga. Tre anni con O’Connell avevano forgiato il gruppo e i meccanismi della squadra, soprattutto in difesa: il Betis passò dall’ incassare 45 reti (stagione 32/33) a concederne solo 19, ben quindici in meno del Real Madrid, la seconda miglior difesa del torneo.

Oltre alla fase difensiva, il lavoro di O’Connell si concentrò anche nel miglioramento della condizione fisica, e nella stagione 34/35 il Betis partì fortissimo, vincendo le prime cinque gare, incluso un successo a Madrid contro il Real e la vittoria casalinga con il Barcelona. Nel finale di campionato, però, il Real Madrid si rifece sotto, ma il Betis diede la spallata decisiva in una penultima giornata da brivido, visto che i blancos persero 5-0 a Barcelona, mentre un rigore di Lecue permise al Betis di acciuffare il 2-2 nel derby sevillano.

Per mantenere il punto di vantaggio, il Betis avrebbe dovuto vincere in trasferta l’ultimo turno, che scherzo del destino si giocò a Santander, posto tanto caro ad O’Connell. Malgrado l’alta posta in palio, agli andalusi non tremarono le gambe. Una tripletta di Unamuno sigillò un sonoro 5-0 che permise ai biancoverdi di festeggiare la storica Liga.

La gioia in casa Betis durò comunque poco: Lecue – il miglior centrocampista spagnolo degli anni Trenta – fu venduto al Real Madrid, mentre Areso finì al Barcelona, voluto proprio da O’Connell, nel frattempo diventato il nuovo allenatore blaugrana.

In America col Barcelona

Come previsto, il mister irlandese riorganizzò la retroguardia – il Barcelona fu la miglior difesa della Liga – ma i risultati generali non furono conformi con le aspettative. Complice un girone di ritorno disastroso, il Barcelona terminò la stagione 35/36 solamente quinto, dietro, oltre che ad Athletic Club e Real Madrid, anche a due ex squadre di O’Connell come Oviedo e al Racing Santander. I blaugrana ebbero l’occasione di rifarsi della Coppa della Repubblica, ma persero per 2-1 la finale contro il Real Madrid, in una gara passata alla storia per una parata impossibile dell’ex Ricardo Zamora, il quale negò il pareggio ai blaugrana.

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Tuttavia, l’importanza di O’Connell nella storia del Barcelona non risiede nei risultati ottenuti in campo, bensì nel suo coinvolgimento nella tournée che il club blaugrana decise di fare durante la Guerra Civile spagnola.

Il presidente, il politico repubblicano Josep Sunyol, era stato ucciso durante i primi giorni del conflitto e il club era pure stato preso di mira dagli anarchici che provarono, senza esito, a collettivizzarlo. Il fútbol, durante la Guerra Civile, era diventato una attività non necessaria e con le casse vuote il Barcelona era sul punto di chiudere i battenti. L’àncora di salvezza arrivò da un’offerta per una tournée in Nordamerica.

O’Connell, che in quel momento si trovava in vacanza in Irlanda, avrebbe potuto tranquillamente declinare la proposta e rimanere lontano da problemi o conflitti. Il suo spirito avventuriero e ribelle, unito all’amore per il fútbol, lo convinsero però ad accettare la chiamata e non abbandonare il club nel momento del bisogno, imbarcandosi sulla nave che portò il Barcelona – o quello che restava della squadra – prima in Messico e poi negli Stati Uniti.

I soldi guadagnati evitarono la scomparsa del Barcelona, anche se il club dovette ripartire quasi da zero. Molti giocatori decisero infatti di stabilirsi in esilio in Messico, continuando le loro carriere, mentre, fra quelli che rientrarono in Europa, diversi si rifugiarono in Francia. In Spagna era appena iniziata la dittatura con a capo Francisco Franco e si prospettavano anni difficili, specialmente per una città e una regione malviste dal Caudillo.

O’Connell fu invece uno dei pochi che tornò a Barcelona, guidando i blaugrana anche all’inizio della stagione 39/40, la prima disputata dopo la Guerra Civile. Con il lui Àngel Mur Navarro, un ex atleta mezzofondista che durante la tournée O’Connell trasformò da semplice dirigente in massaggiatore e fisioterapista, aprendo così una dinastia che continuò con il figlio Àngel Mur Ferrer, e che durò fino al 2006.

Sevilla tiene un color especial

Il richiamo dell’Andalusia fu troppo forte per O’Connell, che prima tornò al Betis riportandolo in Liga, voltandogli però poi le spalle, visto che nel 1942 firmò per i rivali del Sevilla.

Sotto la guida dello storico presidente Ramón Sánchez-Pizjuán, a cui oggi è dedicato lo stadio, il Sevilla stava attraversando un ottimo momento. I biancorossi avevano vinto la Coppa del Generalissimo nel 1940 e ottenuto poi un secondo posto in campionato, ma il club puntava a qualcosa in più. O’Connell migliorò la squadra, ma, dopo un secondo e terzo posto, nella stagione 44/45 il Sevilla non riuscì a stare al passo con le grandi e terminò solo decimo. Il mister irlandese venne così rimpiazzato da Ramón Encinas, che sfruttò il lavoro del predecessore e portò subito il Sevilla alla vittoria del suo primo ed unico titolo di Liga.

O’Connell tornò, per la terza volta, al Betis. Stavolta, però, il finale non fu felice: la squadra si era impantanata in Segunda División e serviva una mano saggia per far passare la crisi. L’irlandese accettò, ma nemmeno lui riuscì ad evitare la retrocessione in Tercera División, pozzo dal quale il Betis sarebbe riemerso solo nel 1956.

La triste fine di Patrick O’Connell

Come se stesse seguendo il proprio percorso a senso inverso, nel 1947 O’Connell tornò a Santander, per dirigere di nuovo il Racing, a sua volta sprofondato in Tercera División. Una mossa emozionale che diede i suoi frutti, visto che i cantabrici tornarono subito in Segunda, ma l’idillio durò poco, perché nella successiva stagione il mister irlandese si dimise dopo un filotto di risultati negativi.

Lasciata Santander, il sessantenne O’Connell fece perdere le proprie tracce. Invece di tornare a Manchester o in Irlanda, dopo tre decenni passati in Spagna, scelse di stabilirsi a Londra, vicino al fratello e alla sorella. Nella capitale inglese non se la passò troppo bene, comunque, e i suoi ultimi anni di vita furono segnati dalla miseria. Squattrinato, visse ai margini della società, alloggiando in una pensione per senzatetto nei pressi della stazione St. Pancras. Dimenticato da tutti, morì in solitudine nel 1959, a 71 anni.

Solo di recente, la figura di O’Connell ha finalmente riconquistato il valore che meritava. Oltre al murale di Belfast, realizzato nel 2015, nel 2018 è stato svelato un busto all’interno dello stadio Benito Villamarín, mentre pure il Barcelona ha riconosciuto l’enorme importanza del tecnico irlandese nella storia blaugrana. Anche la famiglia di O’Connell ha cercato di ricostruire la turbolenta e misteriosa vita del loro antenato: il bis-nipote Mike e sua moglie Sue nel 2016 hanno pubblicato il libro The Man Who Saved FC Barcelona: The Remarkable Life of Patrick O’Connell scritto dopo un intenso lavoro di ricerca attraverso vecchie lettere e antichi documenti.

 

Testo di Juri Gobbini. Autore della pagina Facebook Storia del Calcio Spagnolo, del libro “Dalla Furia al Tiki-Taka” (Urbone Publishing) e de “La Quinta del Buitre”.

Immagine di copertina: foto dell’autore scattata a Belfast.